Amministrazione Trump attacca comunità LGBT+ per la 100esima volta

A tre anni dall’insediamento nella Casa Bianca, in poco più di 800 giorni, l’amministrazione Trump ha attaccato la comunità LGBT+ 101 volte.

Gli attacchi, all’incirca uno a settimana, sono stati registrati uno per uno dal TAP, il Trump Accountability Project di GLAAD, gruppo per i diritti LGBT+, che ha da subito notato come si soffermassero principalmente sulla comunità transgender, dalla questione dei bagni pubblici a cui, secondo il presidente, si dovrebbe accedere solo dopo aver dato conferma attraverso documento del proprio sesso anagrafico, a quella del “transgender ban” dell’esercito.

Le tre cifre sono state raggiunte durante un’udienza che ha visto Ben Carson, segretario del Dipartimento per lo Sviluppo Abitativo e Urbano (HUD, Housing and Urban Development) scontrarsi con il deputato democratico Mike Quigley sulla questione del ripristino delle linee guida contro la discriminazione della comunità LGBT+ del dipartimento, ritenute da Carson inutili e “diritti extra”, nonostante gli fossero stati presentati i dati statistici che provano che oltre il 40% dei giovani senzatetto sono LGBT+, cacciati di casa dalla loro famiglia. A conclusione dell’infruttuoso incontro, Quigley ha commentato che “siamo tutti più stupidi ora di quando siamo entrati in questa stanza quest’oggi”.

Non sono infatti solo gli orribili commenti di quel Presidente tra i più odiati della storia americana ad aver permesso all’amministrazione di rompere questo record, bensì la collaborazione di quasi tutti i membri del cabinet, nonostante i costanti cambiamenti nel personale per faide interne: solo nell’ultimo mese i dipendenti del Dipartimento di Giustizia si sono visti costretti a scrivere a William Barr, procuratore generale, a causa del pessimo trattamento dei dipendenti LGBT+ nel dipartimento, di cui molti si sono dimessi.

“C’è una sistematica e sinistra eliminazione delle protezioni e delle politiche LGBTQ da parte di questa amministrazione. Ora più che mai, è fondamentale che gli americani LGBTQ e le comunità emarginate facciano sentire la propria voce, raccontando le proprie storie. La comunità LGBTQ non si nasconderà, non saremo messi a tacere” ha commentato Zeke Stokes, Chief Program Officer di GLAAD.

Per GLAAD però una speranza c’è, e risiede nelle elezioni del 2020, e più in particolare nella vittoria di un candidato democratico favorevole alla comunità LGBT+, come Cory Booker, Kamala Harris o Bernie Sanders, o che ne sia parte, come Pete Buttigieg, sindaco dichiaratamente gay di South Bend, Indiana che ha visto una sempre maggiore popolarità nei sondaggi presidenziali da quando ha annunciato la sua candidatura.

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