Arabia Saudita, decapitati cinque uomini perché omosessuali

Delle trentasette persone che sono state decapitate la settimana scorsa in Arabia Saudita durante la più grande esecuzione di massa nella storia del Paese, cinque avrebbero perso la vita perché omosessuali, secondo la confessione di una fonte anonima ad una corte della Sharia.

Uno di questi uomini, infatti, avrebbe confessato durante un lungo interrogatorio in cui è stato anche sottoposto a tortura di aver avuto rapporti con le altre quattro vittime, ufficialmente condannate per atti di terrorismo: gli uomini sarebbero infatti stati costretti, attraverso la tortura e dichiarazioni false, ad ammettere di essere spie iraniane e sciite opposte alla maggioranza sunnita, allo stato arabo, i suoi uomini e le sue forze di sicurezza. Fino alla fine gli avvocati delle vittime hanno dichiarato e sostenuto l’innocenza dei loro clienti ed hanno tentato di provare la falsità delle dichiarazioni, ma non sono riusciti a fermare l’esecuzione della pena di morte.

Il paese arabo prevede la pena di morte per l’omosessualità, nonostante la forte opposizione di attivisti a livello internazionale, non supportata però dai forti e continui rapporti tra l’Arabia Saudita e vari paesi europei e gli USA, che soprattutto durante la presidenza Trump ha sviluppato i rapporti economici e la relazione tra i due leader.

Le confessioni delle cinque vittime gay non sono le uniche ad essere state messe in discussione nel paese in cui il nuovo leader, Muhammad Bin Salman, ha messo in atto diverse manifestazioni di potere per mettere a tacere l’opposizione, tra cui il caso mediatico dell’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi, mai ufficialmente rivendicato ma comprovato dalle prove in situ o l’altissimo numero di esecuzioni pubbliche (dall’inizio del 2019 sono state eseguite 104 condanne a morte rispetto alle 149 totali del 2018); tra le confessioni probabilmente falsate presenziano quelle di Mutjaba al-Sweikat, 23enne, di Sheikh Mohammed al-Attiyah, leader religioso sciita, e di Abdulkarim al-Hawaj, 21enne e vittima più giovane.

Al-Attiyah aveva in passato espresso una visione pacifista delle relazioni tra sunniti e sciiti, invitando i fedeli da entrambe le parti dello scisma a lottare per la pace e l’unità tra i musulmani, posizione diametralmente opposta alla propaganda del re contro l’Iran, in realtà di natura principalmente economica, mentre al-Hawaj, in prigione senza avvocato dall’età di sedici anni, è stato ucciso per aver divulgato informazioni riguardo delle proteste attraverso Whatsapp e al-Sweikat aveva preso parte ad una protesta nel 2012.

Tutte e tre le confessioni sono state quasi sicuramente ottenute attraverso la tortura, al momento si sa con certezza che sono state ottenute durante l’isolamento.

A seguito delle esecuzioni le teste sono state esposte su un palo in una piazza pubblica, con condanna da parte di moltissimi paesi a livello internazionale, tra cui le Nazioni Unite. Il governo saudita si è difeso sostenendo che le esecuzioni erano necessarie per fini dissuasivi e permesse dalla legge islamica, ma in realità l’intento è quasi sicuramente di natura politica, un gesto per dimostrare al presidente americano la serietà dell’opposizione all’Iran, contro cui Trump si sta scontrando dall’inizio della sua campagna. L’Amministrazione Trump ha infatti mantenuto strettissimi contatti politici e soprattutto economici con l’Arabia saudita e con il principe e poi re Muhammad Bin Salman, tra cui uno scambio di regali e di appalti nei due paesi, e questa spesso sottaciuta relazione potrebbe essere costata la vita a 37 persone.

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