Autore: Kader

Big Sur – Recensione

Big Sur -www.mondadoristore.itPartire per trovare utopicamente il proprio paradiso in un cottage isolato nella baia di Big Sur. Alla marina negli occhi consegue il sale nella bocca. L’uso improprio di quel santuario, attraverso fiumi di estranianti e anestetizzanti alcolici e droghe, insieme agli amici di tutta una vita o nuove comparse che siano. Il delirium. Un corpo che cede e la mente che rimane intrappolata in esso. La marina diventa grottesca e spaventosa. Big Sur non é poi quello che ne raccontano. La consapevolezza che ogni volta che si viaggia, il viaggio é tendenzialmente a ritroso. Tutt’intorno onde crudeli che nascondono nella schiuma i loro apici contundenti. Ma il colpo arriva e fa sanguinare. Un’ emorragia personale che si spegnerà solo quando il giorno lotterà con la notte per la sopravvivenza.

Kerouac é stata un’invenzione mass-mediatica del sistema di allora, non sarebbe mai esistito al di fuori dell’apparato del sistema del momento, e infatti, caduto il sistema, caduta la fortuna di Kerouac, che nessuno legge più, malgrado le volte che si é tentato di resuscitarlo. Mio odiato Bret Easton Ellis, mi senti? Tu sei il prossimo.

Non capisci che sono diventate tutte parole vuote, adesso mi rendo conto di aver giocato come un bimbo felice con parole parole parole in una grande tragedia serissima, guardati attorno – potresti almeno fare uno sforzo, maledizione!

Register-ImageF.00002Mentre le persone cercavano in lui di soddisfare il loro scompenso culturale, Kerouac cercava di soddisfare in loro il suo scompenso naturale. Quindi si, scrittore. Che fosse uno scompenso autoindotto, attraverso fiumi di alcool e piogge di droghe più disparate, poco importa. Questione di acqua. Lecita o meno, anche quella era autoviolenza e non esiste grandezza senza questa.

Prestarsi a mettere in scena, con le parole scritte, purezza in sintesi, i desideri e i memorabilia, soprammobili, dell’umanità che ti compra, la tua vera vocazione é quella del venduto, non quella dello scrittore. Senza protesi, senza stampelle, senza credi neppure su se stessi. Qui sarai scrittore. Senza ritegno, mi raccomando, anche questo.

… il che mi fa quasi strillare io che non ho mai strillato in vita mia.

Big Sur john-register11 Preamboli i miei, un tantino troppo lunghi. Preamboli di Kerouac, forse ancor piú copiosi. Chiamiamoli preliminari in tutta la loro illusorietà. Forse é questo il cammino bibliografico di Kerouac fino a questo Big Sur e anche in questo, fino al buio pesto delle ultime pagine, quando la marina impetuosa si ritrae e la risacca ingoia.

Un conoscersi attraverso baci che saggiano e un diametralmente opposto farsi conoscere nella posa. Non ti offro il mio arto, ti offro il suo incavo.
Un conoscere il sesso altrui attraverso il tatto, perché no, l’intimitá é un discorso privato, gli occhi non osino. Qui non vi é posa, lo stimolo annulla. Quanto più furioso e ripetitivo.
Non é forse preferibile ció che segue? Lo sgomento di due corpi che trovano frizione nella pelle. Guai a chi si soffermi nel pensare che in ció ci si consuma.

Ma i veleni nel sangue sono asessuati e anche asociali a-tutto.

Non ti porgo questo libro per la sua parte di preliminare, quella saggiala nell’opera tutta di questo autore, io te lo offro per la frizione finale, dove ciò che si consuma, ciò che l’autore perde, sono copiosi brandelli di sé, la sua opera precedente e il suo collasso.
Una verità in ritardo rimane una puntuale menzogna, questo sia ben chiaro.

Una serie di esplosioni sempre più forti, che si moltiplicano sempre di più spezzettate in frammenti orchestrali e poi esplosioni iridescenti in cui suoni e luci si sovrappongono. Un Ofelia che vaga a piedi nudi tra i tuoni diretta verso una marina nera.

Big Sur 4ec6720461f82493bf220737efc7e3e3Ti porgo questo libro per mostrarti la potenza e unicità della carta. Abbiamo mani per scalfirci ma non riusciamo a devastarci. Un libro ha la sola carta, ma ci sa pur sempre far deflagrare, anche se frutto ultimo di un’ opera infruttuosa o ammasso di frutta già marcita in un albero privo di nutrimento linfatico.

Ti porgo questo libro per la caduta dell’uomo, non in quanto tale. Uomo che infine capisce che non vi è spazio per la vita nella letteratura, ma che vi è spazio e necessità della letteratura nella vita. Lì le faville, lì onde poeticamente brutali. Vita, vera.

-Vuoi finirlo tu il lavoro?
-Che vuoi dire?
-Coprirla di terra, rendere le onoranze?
-Che vuoi dire rendere le onoranze?
-Be’ io ho detto che avrei scavato la fossa per i rifiuti e l’ho fatto, non dovresti farlo tu il resto?

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La vita non vissuta – Recensione

la vita non vissutaVivere, dell’ammasso e della privazione, dello squarcio e della sutura, del muscolo che si flette e del nervo che si sgretola, del viso rotto da un sorriso o del volto sfigurato da unghie di appartenenza altrui anche quando le si circoscrive al personale. In una cornice rossa, quanto più umorale. Il sangue. Paolo non lo sa, Paolo ha. Una moglie, una figlia, un lavoro appagante, una vita. Ammasso di tempo che possiede, il vagliarla non l’ha mai invece scalfito, dimentico di se stesso qual è. L’incontro con Valerio, scritto a suo dire nel sangue. É umano il considerare la cornice, l’elevarla, sentirsi in uno spazio delimitato, perché il suono si dilata ed erode nello spazio, meglio se delimitato per sentire il proprio eco. Altra cosa é il capirsi e quello lo si puó ottenere solo nelle spaccature, negli orizzonti che si, delimitano, ma definiscono. Il sangue diventa malato, che sarebbe più corretto definire variato. L’HIV, ma non é questo il discorrere, perché mentre quel sangue vario si ciba in una ferocia alterna e personale di un corpo, le membra stesse, l’individuo si accresce di quel nutrimento condiviso. Vi é qualcosa di piú meraviglioso? Il sangue e la sua basilarità che concedono ad una personalità di dichiararsi persona.

Virus in latino significa veleno.
Benchè termini in –us, è un neutro, come due sole altre parole latine: pelagus e vulnus. Nel Tanucci, la famosa grammatica del ginnasio, questo bel trio appariva tra le particolarità della seconda declinazione. Non l’ho più dimenticato. Niente di buono in nessuna. Nel pelago ti impelaghi; il volgo è volgare, dunque, come insegna Orazio, alla larga. E il virus… Be’, quello è virale, ti entra nel sangue e banchetta con la tua vita.

sculture-iperrealistiche-di-ron-mueck-lettoLa malattia non é poi discorso universale? La scelta della castrazione, quella é individuale. La generalitá del mezzo, una forbice affilata, quanto più arrugginita, metallo lucido e stridente. La personalità del gesto, chini sul proprio sesso. Che non ci sia nessuno, solo odore stantio e la muffa dell’immobilitá. Elidere il clitoride dopo aver saggiato un ammasso di carne con un taglio netto, per non sentir più niente. Elidere un prepuzio in un taglio circolare per assumere coscienza, per toccare meglio. Siamo sesso e il sangue che perdiamo e condividiamo attraverso esso.

Ma poi dovevamo farlo davvero? Dovevamo fidarci? Avevamo il coraggio? Il sesso ci aveva ingannato, si era preso gioco delle nostre vite. Come credergli ancora?

ron-mueck-geant la vita non vissutaLa semplicitá di uno scrittore, in tutta la sua disarmante bellezza, che pone in copertina un uovo, che é anche guscio e interno, che é. Lo sfondo é rosso, lo sfondo é saturo, la modifica non ha spazio. Un virus ti frammenta dall’interno, quindi quel guscio lo hai rotto tu, non l’alter. Vedere brandelli sparsi intorno non fa parte di questo quadro, il patetismo non tocca queste pagine fin dalla sua copertina. C’é un dentro, un insieme di colori senza qualsivoglia diversitá definita, albume o tuorlo che sia. Vi é un insieme, invischia la sola vista. I suoi elementi sono altresí differenziati. La densitá, quella rimane.
Questa volta no, non andró oltre nel discorrere, che ognuno trovi la sua malattia su queste carte, che trovi un martirio autoindotto, il suo inferno e il suo paradiso. A porte chiuse. É stata esperienza di troppa consapevolezza, per essere semplicemente detta.

Che cosa potevo raccontare? Una storia si può raccontare solo quando si capisce che la propria condizione non è riducibile a una definizione di vocabolario. Una storia nasce quando mancano le parole, quando le definizioni non significano abbastanza. Infatti, che possono mai significare HIV, AIDS, sieropositività, immunodeficienza per qualcuno che vuole raccontare la sua vita?

Ron-Mueck-Wild-Man-Sculpture la vita non vissutaVi sono cornici d’inchiostro che volontariamente e con violenza verso di te che mi stai leggendo continuo solamente a tratteggiare. Il termine arriva, a denti stretti e una sola volta con un impiego minimale e tale si merita di inchiostro, omosessualità. L’invito a smetterla di aderire ad un etichetta e farsene un problema, orgoglio o depressione che sia. Scendere dal carro carnevalesco della deviazione nella sessualitá. Arrivare a dichiararsi persona nella sua totalitá. Utopie. Il termine amore, in un rapporto di coppia che deflagra e si ricompone seguendo i moti di corpi che cambiano, dall’interno, nel sangue. Il termine HIV tinteggiato in pennellate vermiglie, dolorose e passionali.
Vi é altresí il biancore della carta e la sua infinitezza di spazio. Su questa concentrati. E questa, mi scuso con me stesso, ma la definisco grandezza.

Non trovi assurdo che di malattia non si parli mai? Gli ultimi a volerlo fare, poi, sono i sieropositivi… E’ ingiusto! La gente non sa niente della malattia, e non sa niente della salute… Io vorrei che una simile contrapposizione tra malattia e salute smettesse di esistere… Posso scrivere qualcosa perché a poco a poco la gente si liberi dai pregiudizi; perché la malattia cominci a essere considerata una condizione necessaria della vita… Non un male, un male e basta.

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Prendere il volo – Recensione

prendere il volo 41BNu-C6iXL._SX318_BO1,204,203,200_Notte tra il 27 e il 28 ottobre 1949. L’aereo F-BAZN , un Constellation, finanziato all’Air France dall’imprenditore Howard Huges, decolla da Orly, direzione New York. La direzione rimane un’ utopia, l’aereo non arriverà mai alla grande mela. 37 persone e 11 membri dell’equipaggio, trovano il loro inferno nel paradiso delle Azzorre. Uno schianto. Fino ad oggi la cronaca più becera e violenta. Qui un differenziare quelle vite spezzate, partendo dall’istante che le ha unite, la morte. Prendere il volo e ridare a ciascuna vita il suo romanzo, unico e esemplare, in una concatenazione di eventi particolareggiata. Quarantotto frammenti di storie che formano un mondo, del quale spesso ci si scorda.

26 luglio 1950, il rapporto della commissione d’inchiesta, infine arriva davanti agli occhi del mondo, in modo tardivo, disperato, mistificatore e disumano. Sempre si crede che le risposte siano dovute, mai ci si sofferma a pensare che sono solo un inutile ammasso fuorviante.

Senza poter escludere con certezza assoluta la possibilità di un errore d’interpretazione, la commissione è dell’avviso che la navigazione inesatta del BAZN sia dovuta a un’improvvisa anomalia, a fine percorso e del tutto insospettabile per l’equipaggio, di alcuni elementi della ricezione radiogoniometrica, propagazione radioelettrica anomala o funzionamento diventato difettoso. Questa causa si è combinata con un eccesso di sicurezza dovuto alle buone condizioni atmosferiche presenti nella zona d’arrivo, condizioni che hanno spinto il comandante a non verificare la propria posizione come avrebbe fatto in condizioni atmosferiche più sfavorevoli. Ne è risultata alla fine, a causa dell’oscurità, un errata percezione d’avvistamento.

laurore prendere il voloVi è altro.
Una concatenazione di eventi che si discostano non poco da questo rapporto.
Una concatenazione di persone, che invece  neppure appaiono.
Ricchi, umili, famosi e sconosciuti.
Marcel Cerdan in un viaggio frettoloso per andare a riprendere il suo titolo con i pugni. Atteso da una Edith Piaf impaziente e passionale, che si spegnerà in preda alla colpa auto imputata di aver spinto lei il suo amato ad anticipare il viaggio prendendo quel volo. La sua ferocia sfocerà, a differenza di quanto in molti pensano, non nella canzone “Hymne a l’Amour” ma nella “Belle histoire d’amour” del 1959, dopo anni di dolore. Ginette Neveu, suo fratello e i suoi violini, lei astro nascente dall’archetto struggente e forsennato. Bernard Boutet de Monvel pittore, scultore, fotografo, decoratore di interni, uomo pieno di colori. Kay Kamen, genio del suo tempo, ideatore e fondatore del marketing più remunerativo mai conosciuto, quello della Disney a partire dall’orologio di Topolino. Amelie Ringler in un incredulo viaggio per scoprire se realmente l’enorme fortuna ereditata esisteva. Cinque pastori Baschi , in cerca di fortuna in un nuovo mondo. E l’elenco continua fino a quella che viene considerata la quarantanovesima vittima, lei, Margarete Froehmel, soffocatasi con il tubo della stufa alla notizia che la sua idolatrata Ginette Neveu era morta. Trovata nel suo appartamento con in una mano l’articolo di giornale, nell’altra una foto della violinista.

Un infinito concorso di cause determina il risultato più improbabile. Quarantotto persone, altrettanti fattori di incertezza riuniti per una serie di motivi innumerevoli: il destino è sempre una questione di punti di vista. Un aereo modello dove quarantotto frammenti di storie formano un mondo.

2da75d9bbe4a6a9b312dd218b3ef07e2Il tempo e lo spazio si dilatano nelle pagine, nella costellazione di carta, e arrivano ad abbracciare tutti coloro che si sono fermati, in un lutto che ha scalfito un’ umanità che difficilmente sa unire i punti delle stelle. Un’ umanità che ha bisogno di strumenti e del concreto. Non esiste più la meraviglia. La volta celeste era questo, era poesia. Quello è passato, trascorso, in un ottica umana del tempo. Ora la volta celeste è sgomento e come qualsiasi baratro deve essere saggiato. Perdiamo gli occhi, dietro mirabolanti strumenti. La magia, la stregoneria non è più lì in alto e fuori di noi, è dentro quel cannocchiale, quella mappa, quell’ingegno umano. Apprezzabile, forse. Tanto da poter spiegare un tale disastro solo attraverso un identico aereo fatto decollare dalle autorità nell’identico luogo, con le identiche condizioni, sulla medesima rotta. Esiste la diversità, esiste l’unicità, esiste il caso. La bellezza sconcertante del disordine. Comporre, ricomporre, scomporre. Cos’è poi il caos se non una questione di scala d’osservazione?

In termini retorici l’aereo che si appresta a decollare da Orly il 7 dicembre 1949 è una prosopopea. Questo libro non lo è. Non esiste un io onnisciente che indossa gli abiti delle vittime come ci si infila nei costumi di un teatrino d’epoca. La descrizione del volo, la distribuzione dei personaggi in base a ciò che fu la composizione dell’aereo, è l’unico punto di vista, l’unico effetto speciale, speriamo non ne nasconda altri.

bazn_cerdan_neveu_400 prendere il voloSommesso rammarico, sincera sobria pietà e qualunque altra caratteristica del bianco caratterizzano questo scrittore. Un mostro umano, come lo siamo tutti, che ha però saputo elevarsi fino alla radice latina del termine, diventando un prodigio, un fatto straordinario. Uomo che si accosta alla materia del suo romanzo in un modo voyeuristico guardando a tarda notte video su internet del ritrovamento del ricciolo di uno dei violini della Neveu, uomo che senza alcuna pietà o cuore scrive ad un figlio delle vittime in modo secco e brusco chiedendo ed esigendo informazioni sul padre. Uomo che fa suo quel titolo, prendere il volo, e si innalza. Decide ad esempio di far parlare quel figlio e mettere il suo racconto su carta. Decide che ad un certo punto bisognava partire, le sole orme delle vite non sono bastevoli, vi è la necessità di ripercorrere anche le orme più concrete che i primi soccorritori hanno impresso sulla roccia che porta al luogo dello schianto.

edith_piafIn corrispondenza anche il valore letterario di tale opera prende il volo. Quando ami devi ritornare. Trascorriamo vite non in preda a bussole impazzite, ma facendole noi in persona impazzire. Ci apriamo a qualsivoglia punto cardinale. Torniamo, stanchi , sfibrati, solo se siamo arrivati alle colonne d’Ercole , solo se abbiamo la fortuna di riuscire a trattenere il sale dell’acqua unicamente sulla pelle, non nei polmoni.
Confusi, disperati, con mosaici in testa e la convinzione che si, se ami devi tornare. Adrien Bosc, prima di ritornare, in un bar ad Horta sull’isola di Faial, si unisce a tutti quei marinai che lasciano i propri messaggi su una bacheca di legno che circonda il bancone. Parole affisse che attendono i loro destinatari, la fretta non è ammessa, il viaggio è personale, troveranno chi le prende o rimarranno lettera morta. Lui lascia il seguente fluire di lettere.

Un giorno abbatteremo le pareti della nostra prigione; parleremo a persone che ci risponderanno; I malintesi si dissolveranno tra i viventi ; I morti non avranno più segreti per noi. Un giorno prenderemo treni che partono.

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Atti osceni in luogo privato – Recensione

atti-340x543Le petit Libero si rivolge a noi e ci descrive le stagioni della sua vita, il respiro della sua carne, come puó. Il bianco, punto d’arrivo nella comunione della carne e del cuore é sia un punto d’arrivo che un punto di ritorno. Tra fiotti di umori, veneri nere, cittá stato d’animo, dissoluzioni familiari il racconto si dipana attraverso la sua pelle. Che si genera, consuma, squarcia per arrivare infine ad una compiutezza. Perché si, il mattatoio é bellezza.
Un percorso, un coito, folle, veloce, senza censure o cesoie. Capace di tutto e capace di niente, se non sei tu lettore a viverlo, sentirlo. Se non hai la necessità masochistica di avversarti, girando le pagine e tagliandoti con esse, in un’ orgiastica volontá di perdere sangue.
Questa é grandezza, questa é la grandezza che questo romanzo sa imprimere.
Quello che segue, il suo rapporto sessuale. Con te lettore, senza alcuna protezione.

Infanzia

luogo privato erwin-blumenfeld2Il silenzio tutt’intorno e dentro. Il silenzio di una stasi, della sola. Le mani. Solo con quelle possiamo conoscere e si, lo vogliamo perché lo abbiamo visto, sentito, percepito. E allora attendiamo il momento in cui il silenzio è più feroce, in cui ci sta a guardare. La notte. Vogliamo mostrargli come abbiamo intenzione di riempirlo. Gesti meccanici e continui. Guardami, guarda come inizio a vorticare. Le molle dei materassi cigolano, si lamentano per l’innocenza messa a repentaglio. Un rivolo bianco, non lo secerne l’uccello, gronda, in autonomia. E vogliamo di più, vogliamo un fiotto. Il silenzio è rotto, il caos. Guardiamo quel bianco seccarcisi addosso. Vogliamo una seconda pelle, senza sapere che si spaccherà e sgretolerà, le mani sono forti, non temiamo il ritmo, l’abbiamo appena conosciuto.

Quando smise mi ritrovai con un piacere impiccato. Nella mia vita ero stato sprovveduto, adorabile, addomesticato. Cambiai le mie priorità: le toccai la coscia, fu allora che lei sussurrò Mon petit Libero.

Adolescenza

luogo privato The Naked and The VeiledVoracemente si arriva al colmo del colmare. Abbiamo talmente tanto che lo grondiamo in tutta la purezza del suo bianco, perché quindi fermarsi. Vogliamo quel petto, lo lecchiamo, vogliamo andare vicino a quel rumore che lo riempie, ma non sappiamo ancora che il rumore si sente nello spazio e non nel contatto della carne. La lingua si riempie di sale e allora decidiamo di spostare la nostra ricerca. Perché, perché lo cerchi? Vogliamo la gola, forse da li c’è abbastanza spazio per arrivare vicino a quel rumore che la fa strozzare. Appoggiamo le labbra, ma anche qui con il contatto della carne non conosciamo che i denti. Scopriamo che i morsi fanno perdere sangue e allora decidiamo di spostare la nostra ricerca. Perché, perché continui?
Osiamo, perché possiamo, andiamo oltre, cerchiamo il baratro, un buco. Ci involiamo e qui ci mettiamo la carnalità tutta. Perché il cuore? Non lo so, ma lo voglio.

Ecco, qualcosa era accaduto nelle architetture del mio eros. Dopo il seno, la bocca, il sedere, il mio spettro dell’eccitazione si ampliava: la vagina, l’entità che fino allora mi aveva terrorizzato. Qualcosa di troppo grande, oscuro, pericoloso.

Giovinezza

audrey hepburn 1952 - by erwin blumenfeld. Scanned by Frederic. Reworked by Nick & jane for Dr. Macro's High Quality Movie Scans website: http://www.doctormacro.com. Enjoy!

C’è qualcuno al nostro fianco. Il mio, la mia. Un possesso. Teatralità, la baracconata della normalità, certo che prendo parte alla recita, mettiamoci in cartellone. Al tutto subentra conseguentemente il niente. Quel buco è un buco, la profondità si esaurisce, è esausta. E arriva la vera, devastante solitudine, non più la stasi originaria, non di chi è da solo con se stesso, ma di chi è in due e dispera di poter essere di nuovo solo da solo. Adesso che le molle sono rotte, chi o cosa cigolerà se non un uscio in un’ eterna immobilità.

-L’eros pretende l’imprevisto. Non temetelo, Grand. E non temete l’assestamento. Ci vuole impegno, Libero e bisogna tirare fuori i conigli dal cilindro.
Impegno e conigli dal cilindro. Com’era straordinariamente bella, e infelice, Marie Lafontaine. L’abbracciai.

Maturità

luogo privato erwin-blumenfeld-2Arriva la tempesta, l’uscio non esiste neanche più. La calma prima dello sconquasso. Le strade della violenza del caos sono due ma ambivalenti. Un’ imposizione di un’ utopia autoindotta, l’amore, che ci rigetta a maree tra braccia di persone che in preda a fiotti scuoiamo. Altresì ci eviriamo in un folle carosello orgiastico, vogliamo risentire la pelle viva come quando era nata nel meccanicismo. Ma non funziona, manca il cuore, quel rumore.

Volevo carni, non spirito, ecco la verità. Il mio cuore non tratteneva.

Adultità

Di questa fase non ho memoria a procedere. Accampo esperienza. Quel rumore è la mia dannazione, non riesco ad arrivarci e forse è meglio così, non ho nemmeno più carne.

Ho sposato Anna per amore, e per come scopa. Oltre l’eros, oltre la sua insuperabile attitudine a farmi sentire vivo, le ho chiesto la mano un giorno di settembre per avermi restituito il nome.

 

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Manuale del perfetto Gentilomo – Riflessioni

image_book.php.gentilomoMi asterrò dal mettermi a recensire un opera di Busi, L’autore, secondo il mio parere, l’unico attuale.
E non lo farò per non creare un panegirico in difesa di un uomo ai più conosciuto attraverso il tubo catodico e la sua volgarità insita. Prima o poi capirete che non è successo niente in televisione, è successo tutto a voi. Il mio intento è presentarvi l’impeto e il furore, l’urlo di questo breve manuale, capace di risvegliare anche un macigno dalla sua stasi, attraverso riflessioni che mi sono esplose sulla pelle bagnandola d’acido e ledendola per una nuova pelle, rigenerata.

La vera natura. Il fuori coincide con il dentro una volta che il dentro non coincide più con niente e c’entra ben poco il fatto che tu sia omosessuale o meno e come lo sei. La vera natura di un uomo lo avvolge globalmente, non è intercambiabile. E’ tanto più quella di superficie, tanto più ci si illude di averne un’altra, di scorta, interiore.
gentilomo Artistic-photography-by-Evelyn-Bencicova-600x420Sentirsi Io, con tutta la meravigliosa incongruità di non essere affatto tenuti a intendere per io un’identità fissa e fissata una volta per tutte. Crescere con se stessi senza accontentarsi di sopravvivere nei luoghi comuni del gay sbandierato o di quello velato, comporta una buona dose di volontà, che non è altro che cinismo. Essere omosessuali non è una scelta né un optional, come un eterosessuale che la fa una volta per tutte senza doversene mai giustificare pubblicamente e quindi neanche con se stesso. Significa una continua rimessa in discussione con se stessi, fisica, psicologica, esistenziale, sociale… Questo è un privilegio. L’armonia fra se stessi e il sé circostante passa attraverso una buona dose di auto violenza, di disciplina all’essere sé sapendo di non essere e di non volere essere nessun altro. L’uomo è uno, arrogatevi il diritto di essere semplici in voi stessi senza dovervi imporre.

Via ai pensieri minori.

Non esiste l’omosessualità, l’eterosessualità, la bisessualità: esiste la sessualità. Aderire ad un’ etichetta e farsene un problema, un orgoglio, una depressione, un carro mascherato. La sessualità non contiene deviazioni. Non esistono varie nature, esistete Voi, fatevene una ragione.

gentilomo 75e866844e438137c76347fbcc9c6dfcSempre a proposito di etichette, l’orribile parola gay, bilanciata insensatezza nell’opposizione a straight, normale, il cui opposto è anormale. Meno discriminazione a cominciare dal linguaggio, meno perbenismo, più anarchia. Siate e trovatevi nel caos. Costruitevi. Solo la parità è fonte di imprevedibilità, di sorprese, di vita fresca.

La dichiarazione dell’omosesualità, il dovere, non deve essere un aspetto cardinale. Non nel momento in cui non da fastidio in sé e nella sua pratica. Turba l’aperta dichiarazione che fa tremare la sola e unica normalità etero acquisita. Il piacere unico e fondamentale deve quindi essere il mettere in crisi, dire che sono finocchi come te, ma con la differenza che tu non lo sei, perché non sei una proiezione di una finocchiaggine che esiste solo per chi, proiettandola, parte da se stesso.

gentilomo 9-Ecce-Homo-Photographic-Series-by-Evelyn-Bencicova-yatzerL’unica fantasia di una madre è diventare nonna. Potete soddisfarla, ma non illudetela mai che lo farete in prima persona. Da lì non è mai nato nessuno.

Regola dell’opposizione e contrasto. In un mondo di eterosessuali che si vestono con borchie, orecchini e banane, reagite rientrando nei ranghi, che è il solo modo per uscirne di nuovo. Come potete ritenere di essere sfarzosamente e eccessivamente alla moda, originali, se l’originale stesso, è diventato originario alla massa? E poi, non lamentatevi dopo esservi curati le sopracciglia e addobbati. Se decidete di essere amati per la carrozzeria e gli optional, non mettete successivamente in primo piano il motore. Girerebbe a vuoto.

Parlando d’amore. Non siate viscidamente infantili. Non offrite amore a chi non ve lo ha chiesto. Se mi limito a darti il cazzo, non ricambiare con un bacio. Sii congeniale. Chi va in cerca di sesso, molti soprattutto in questo mondo, pretende di non trovare altro o di non trovare niente. La scelta è quindi vostra, non inchinatevi o porgete il culo.

Evelyn-BencicovaUn uccello è garantito a tutti, bello o brutto che sia, ma un paio di coglioni è qualcosa di raro, anche perché spesso non sono altro che il recesso di intestini fuoriusciti. A voi la scelta, a voi l’accontentarvi e l’impostazione della rarità.

Come mi devo comportare sul luogo di lavoro? Astrarsi dalla propria sessualità, che non significa rinnegarla, ma rappresentarla in modo che tutti siano costretti a non tenerne conto. Siate professionalmente indispensabili e socialmente temibili. Non fatevi sfruttare tutta la vita senza neanche essere voi stessi.

Ora, l’unico modo per scardinare la gabbietta imposta dall’egoismo e del conformismo, l’unico modo per amare sé e l’altro e per sé e in due sia proprio quello di dare asilo, nell’amore intimo, all’amore come amore civile, cioè all’amore privato che si riverberi fuori dallo spazio angusto della coppia; fare qualcosa per smuovere l’indifferenza civile sulla tematica della libertà è il solo modo per amarsi intensamente faccia a faccia, e tanto da infrangere lo stereotipo che non ci permette di sapere che anche nei nostri amori che crediamo più nostri, altro non siamo che il riflesso condizionato di un ombra cinese tutta digitata da mani non nostre.

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Nevica e ho le prove – Recensione

neveNevica e ho le prove. Nevica e le conseguenze sono chiare. Si apre il palcoscenico, immenso, di un legno che profuma di una linfa che non l’ha mai lasciato. Un faro brucia il pulviscolo che levita nella platea e buca quel legno, perde luce, secerne biancore. Il buio si fa più buio nel contrasto. Un solo attore si posiziona davanti a noi e ci parla. Noi dobbiamo stare a sentire, ma anche capire. La scena seguendo la mobilità eterea del pulviscolo si riempie, parole e persone che si accavallano, fiati che si rubano. L’agonia di un contesto storico che ha reso surreale perfino il proprio disastro.
Una produzione atipica, monologhi, diari, elenchi, dicerie. Tutto si intreccia e collide su queste pagine.
I fiocchi si ammassano e abbiamo la neve, ma le conseguenze?

Avrei voluto buttare la testa con tutto quello che c’è dentro in un bidone d’immondizia. Non si può fare: la testa ci deve marcire o rinsecchire sul collo.

martino2-nevicaIl lamento, un mormorio sommesso. Il dagherrotipo italiota in un purgatorio dantesco. Accasciarsi dopo aver preso la parola come le persone di questo libro, che arrivano spezzando un lamento universale, non alzando la voce, parlando veloce e non di se stessi. Ritornare nella massa, come fiocchi di neve, perché insomma la neve è accumulo e noi dobbiamo essere un fiocco, quale non importa. Ci cuciamo mani, bocche, palpebre, da soli e se troviamo un ago grosso ancor meglio. Un ago che ci faccia soffrire, per poterlo dire, scordandoci che non potremmo più. Ci castriamo anche solo semplicemente nella sessualità e le pagine del “Diario del pornoansioso” contenute in questo libro sono capaci di lacerarci non solo l’anima ma anche i genitali. Mai si compia l’errore di dire ad un uomo che il suo uccello non è l’uccello più bello del mondo.

Tutto se ne va via da un buco, a furia di spingere dentro di lei ho sfondato l’universo.

michela-nevicaQuesto lo abbiamo scordato. Orientamenti, ruoli. Conoscere la carne, nel momento, seguendo solo la volontà delle ghiandole. Fottere, entrando e uscendo nella assoluta originalità e imprendibilità e imprevedibilità della donna, del maschio, dell’uomo. L’amore è una poesia così delicata nella sua limitatezza che, anche facendo tutto, non faremmo mai abbastanza. Finirà con un salto nel vuoto, non squartiamo in anticipo il fragile finale. Sapere prima, in amore, significa rovinare il sesso, non si dovrebbe presumere di sapere qualcosa della pelle, del sangue che la irrora, del cuore, che lo pompa. Essere pronti a tutto, essere disposti, un rapimento intenso, di rara violenza ormonale. Tralasciare tutto fuori dal letto e trasformate una gestione vecchia come il mondo in un evento mai visto prima. Lì c’è l’amore.

Una volta scrissi che la vita a un certo punto prende una sua forma e la mantiene. Forse nella vita si sente quando sta per venire questa forma o quando sta per andarsene. E sono momenti poco delicati, piuttosto bruschi. Come una casa che ha il pavimento squarciato da una faglia. In effetti noi possiamo costruire muri e tetti per riparare la vita, ma non possiamo costruire pavimenti.

ciro2C’è altresì solo neve, un inganno del peso e del colore. Mai novità, incontri. Esporsi, nascondersi e sparire. Chi può dirsi davvero lasciato o di aver lasciato? Qualsivoglia legame semplicemente si dissolve. Semplice dissolvenza, di una neve che non si scioglie, perché il freddo permane al giorno d’oggi, ma che si perde in essa. Il fiocco di neve e il suo unico disegno lo vediamo solo sul parabrezza dell’auto quando lo investiamo e lo releghiamo ad un calore meccanico. Chi si espone si nasconde, per il semplice fatto che appena ti fai vedere, immancabilmente chiudono gli occhi.

Maria-nevicaIo la vita l’ho lasciata da ragazzo, l’anagrafica la lascio a voi, l’ho abbandonata quando ci potevo entrare, quando mi chiedeva di entrarci strattonandomi e urtandomi. Ho scelto lentamente un’altra strada, perché è anche vero che si cambia di colpo o non si cambia più, ma morire prevede un requiem e io lo volevo sontuoso. E ora sono qui a dire che non ho nessuno intorno, nessuno che delira insieme a me. Questo pensiero non mi convince ma ormai la frase è fatta.
Non aspirare alla felicità, bramare la serenità.

Oggi mentre sparecchiavo mi è venuta voglia di darmi in testa la bottiglia che avevo preso dalla tavola. E’ stata una voglia piuttosto intensa, ma non tanto da vincere la voglia di lasciare le cose come si trovano.

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Per Isabel. Un mandala – RECENSIONE

Per Isabel TabucchiIsabel, fuggente e enigmatica figura femminile di cui si perdono le tracce quando si unisce ai movimenti comunisti studenteschi in Portogallo in risposta alla dittatura di Salazar. Diventa altro, diventa straniera e si perde. Lei è l’obiettivo della ricerca in cerchi concentrici di un uomo dai molteplici nomi e dalla provenienza sconosciuta. La conoscenza è il fine del suo percorso di ricerca, nella quale più si inoltra tra fasci di luce di colore diversi più si rende conto che non importa se si trova o non si trova. L’importante per lui è cercare. Più si avvicina alla risoluzione e al completamento del suo mandala, più si fa disperato. E quando arriverà al centro, dopo aver impresso sulla sabbia colorata sonate al chiaro di una luna rossa, fantasmi profetici, santoni e gente dolorosamente comune, forse potrebbe trovare il nulla, una foto, la realtà, se stesso.

Alicia-Savage-Tabucchi-IsabelUn romanzo strambo, una creatura strana come un coleottero sconosciuto rimasto fossilizzato su un sasso, così Tabucchi descrive il suo primo inedito postumo. Ascrivere ad un genere o alla stessa letteratura tale racconto è quanto di più erroneo. Una ricerca che a ben osservare è prettamente metafisica, tanto più si fa spasmodica e pellegrina tra sapori, odori, luoghi, colori, la quotidiana esperienza. Si può cercare un senso nella struttura, in quei cerchi di conoscenza che vanno via via restringendosi e concentrandosi in un centro, che centro poi non è. L’invito è a considerare il mandala, il disegno, l’arte in letteratura, in una storia struggente di vetri mangiati che lacerano le budella e l’anima.

E io volevo andare il più in alto possibile, volevo staccarmi da questa misera crosta terrestre dove la vita è cattiva, volevo essere il più vicino possibile alla volta celeste.

Alicia-Savage-Art-Photography-11-Isabel-TabucchiIl panorama rimane quello della pretenziosità e onniscienza della scrittura italiana. Ogni capitolo, circolo, presenta una condizione necessaria per arrivare alla conoscenza. Dall’evocazione, l’orientamento, l’assorbimento, la reintegrazione fino al ritorno dopo la dilatazione. Un cammino, personale. L’autore si rende tuttavia umano, non intacca la sua opera, grazie ad una giustificazione in forma di nota posta all’inizio del suo racconto. Chi siamo noi quindi per non perdonare. Grazie a questo discostarsi, le sue parole calmierate assumono un senso di lettura, una gioia di lettura.

Ossessioni private, personali rimpianti che il tempo rode ma non trasforma, come l’acqua di un fiume smussa i suoi ciottoli, fantasie incongrue e inadeguatezze al reale, sono i principali motori di questo libro.

Alicia-Savage_042-Isabel-TabucchiSiamo disposti a tutto, nelle nostre vane ricerche quotidiane, che rimangono nostre se vogliamo mantenere un rigore etico e ideale nella sincerità. Consumiamo le dita e perdiamo le unghie, grattando il cemento che unisce i mattoni dei nostri muri. Perdiamo sangue, impronte, identità. Il passo verso la completa disumanità si completa poi nei denti rotti con pietre che ci stridono in bocca con il loro peso e sapore salato della verità. Non ci resta che una maschera da indossare e scendere nelle nostre quotidianità carnevalesche.

Il poeta si alzò. Era nudo, era scheletrico. Si coprì con un lenzuolo come se fosse un senatore romano ed esclamò: chi sporcò, chi strappò i miei lenzuoli di lino dove volevo morire, i miei casti lenzuoli? Quel piccolo giardino che era mio, chi fu che strappò gli alti girasoli, chi li buttò sulla strada?

Per Isabel-TabucchiSi può scegliere di vivere in opposizione, che poi non è nient’altro che l’ammissione della propria contraddittorietà.
Si può scegliere di vivere dentro, in una follia di sentimenti che ci rende astri che bruciano violentemente consumando il nostro e altrui ossigeno.
Si può scegliere di vivere sopra, astrarsi, ma li dovremmo allora per coerenza farla finita di per sé.
Il contro, il dentro, il sopra, scegliamo tutto, scegliamo il carnaio. La vita diventa un orgia allucinatoria e allucinata nella quale fievolmente ci annichiliamo e l’atto sessuale, la pulsione animale, diventa un atto privato che esplode in umori che coprono senza pudore e rispetto quel muro su cui abbiamo perso carne, unghia, denti. Macerie umane, scomposte.

Le fotografie di una vita sono un tempo segmentato in più persone o la stessa persona segmentata in più tempi? La vita contro la vita, la vita nella vita, la vita sulla vita? Forse, è un enigma che lascio a lei che guarda questa fotografia.

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