La belva nella giungla – RECENSIONE

copj170.aspJohn Marcher, fin dall’infanzia, nel più profondo di se stesso, dentro le sue ossa, porta il presentimento e la convinzione di un fatto molto raro e strano – terribile forse, forse prodigioso – che lo avrebbe colto o presto o tardi… che sarebbe riuscito a sopraffarlo. Il compimento di una sorte terribile e imprevista come una tigre in agguato nella giungla, destinata a sbranarlo o ad essere abbattuta, poco importa, sarebbe inevitabilmente balzata fuori. In un freddo crepuscolo d’aprile il fogliame della sua vita sembra muoversi.

E’ impossibile pensare ad una chiusa, una diga, per questo racconto. Inutile e futile che risulti completo, se non a causa del nostro comune destino il cui atto finale è privo di significato, nel senso di una logica materiale, la logica di una pietra che cade. Si rimane col senso della vita che continua e perfino la sottile presenza dei morti si sente in quel silenzio quando si sono lette le ultime parole.
Siamo dinnanzi ad un unicum letterario, l’invocazione dell’invisibile in forme convincenti, illuminanti, consuete e sorprendenti, per l’edificazione dell’umanità, ancorata dalle condizioni della propria esistenza alla seria considerazione delle più insignificanti correnti della realtà.

Non poteva rappresentare sconfitta far bancarotta, ricoprirsi di disonore, venir messo alla gogna, morire impiccato; sconfitta era soltanto non aver nulla: mancare al destino. Un desiderio solo gli rimaneva: non essere stato “ingannato”.

fabian-perez-waiting-for-the-romance-to-come-back-ii-84971John Marcher è meraviglioso nel suo orgoglio, nella fiducia in se stesso, nella sua tenacia indomabile. Lui sa che la tigre arriverà, poco importa cosa significhi il sapere. Se necessario dormirebbe sul campo di battaglia tra i propri morti, condottiero di un esercito, in cui lui è solo, per scelta di egoismo. Non sa quando viene sconfitto e ha forse ragione in quel campo.
La penna di James spinta dalla tenacia della tempra del protagonista giunge e mossa da pietà, lo copre con il manto dell’onore spirituale, su lui, il vincitore di una battaglia infruttuosa.

L’orrore del risveglio- ecco cos’era sapere, e il suo soffio gelava negli occhi le lacrime. Attraverso di esse Marcher cercava però di contemplare ancora ciò che adesso sapeva, voleva sopportarne la vista: lo trattenne dinnanzi a sé assaporando quel poco di vita che la sofferenza contiene, anche se tardiva e amara.

Lotta narrata rimanendo nell’ambito intimo e mero della contesa personale, disperata nel suo silenzio e nondimeno eroica (in senso moderno) per la mancanza di parole gridate ad alta voce, senza cozzo di armi e squilli di trombe.
La storia vitale della terra non è poi la storia di una grande guerra davvero inesorabile?

Qual è la peggior cosa che potrebbe ancor oggi, secondo voi, capitarmi?

Che si debba fare un sacrificio, che qualcosa si debba abbandonare. Tutta l’avventura, tutto l’amore, ogni successo vengono riassunti nella suprema energia di un atto di rinuncia. Né uomo né donna degni di tale nome possono pretendere nulla di più, nulla di più grande. John Marcher non ha proporzioni titaniche.
Dovunque sia la sua posizione, all’inizio o alla fine delle cose, un uomo deve sacrificare i propri dèi alle passioni o le passioni agli dèi. Questo è il problema, abbastanza enorme, a dire il vero, se lo si guarda con spirito di sincerità e conoscenza.

-Forse state descrivendo nient’altro che la paura, comune a tanti dell’amore?
-Sono ancora qui, vedete. Non mi ha sopraffatto.
– Allora non è stato amore.
– Ho creduto in ogni modo che lo fosse; ho creduto che fosse amore, e un momento fa lo credevo, forse, ancora. Ma è stata una cosa piacevole, si, deliziosa… e piena di miseria. Ma non sorprendente come lo deve essere la mia.

flesh-and-the-devil-duelVerba volant, scripta dolent
(In questo spazio imparerete a infliggere stoccate con classe e cultura, sfoggiando la vostra ultima lettura, o semplicemente questa recensione . Stoccate capaci di mettere immediatamente a tacere gli altri)

-“Il fatto che mai nessuno abbia raccolto, o osato farlo, l’intera opera di Henry James non ti ha insegnato nulla?” Da dire a qualcuno che vi tedia o al logorroico di turno.

-“Dai alla fine la stai prendendo meglio di John Marcher , peccato solo che, se non voglio più sentir parlare lui, mi basta chiudere un libro, per te, é necessaria una spranga tra poco.” Da dire all’amabile conoscente che piange copiose lacrime sulla morte del suo tamagotchi o nella caduta del castello amoroso che pur essendo in coppia si é costruito da solo.

-“Scusa non sei tu, é l’oscura ferita Jamesiana che mi porto nel corpo e nell’anima.” Canonica scusa solo cosi accettabile e inappuntabile, seguendo l’esempio di Henry James che per non essere chiamato alle armi, addusse questa scusa o veritá, chi lo sa tuttora?

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Kader

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