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Israele introduce la maternità surrogata, ma non per le coppie same-sex

Questa estate in Israele, già nell’occhio del ciclone per la cosiddetta “Legge degli ebrei per gli ebrei” di questi giorni, c’è un altro tema caldo: la maternità surrogata. Nel Knesset [il parlamento monocamerale di Israele NDR], infatti, è in discussione una proposta di legge per introdurre nel Paese la maternità surrogata. In questo modo Israele si allineerebbe agli Stati Uniti e ad una manciata di Paesi europei.

Amir Ohana, parlamentare del Likud [il partito di destra liberale] aveva proposto un emendamento per includere le coppie dello stesso sesso nella proposta di legge, cosa che ha incontrato la dura opposizione degli esponenti religiosi e del Parlamento stesso, oltre che del Comitato per il lavoro, il welfare e la salute afferente al Knesset. Ohana ha quindi lamentato la disparità esistente nel disegno di legge, che includerebbe le madri single ma non i padri single.

Anche il Primo Ministro, Benjamin Netanyahu, ha supportato Ohana schierandosi a favore dell’inclusione dei padri single. Da parte loro i partiti di maggioranza e quelli religiosi temono che l’inserimento favorirà comunque l’accesso delle coppie gay alla maternità surrogata.

Attualmente la legge prevede che una donna possa dichiararsi favorevole ad assumere il ruolo di portatrice per una coppia (o per una madre single) che desidera un figlio. La coppia in questione deve essere specificamente formata da un uomo e da una donna regolarmente sposati. Inizialmente era previsto un limite di due bambini e un limite di età di 38 anni, mentre un nuovo emendamento estende a cinque il numero massimo di gravidanze e a 39 anni il limite di età.

L’estensione della maternità surrogata anche alle coppie gay, o quantomeno ai padri single, consentirebbe a molti israeliani di evitare il “turismo da GPA” che obbliga le famiglie a spendere centinaia di migliaia di dollari e sperare che la procedura sia priva di intoppi. Le associazioni LGBT sono scese in strada per protestare contro l’esclusione delle coppie same-sex e la battaglia si preannuncia molto dura, dato che i partiti religiosi hanno molta influenza all’interno del Knesset.

Averlo piccolo è come essere grassi

La scorsa settimana ho pubblicato questo articolo e c’è stato un dibattito tra chi ha ammesso di aver mollato un ragazzo per le dimensioni del suo pene e chi considerava questa scelta sbagliata. In particolare Emilio l’ha considerata una vera e propria discriminazione, paragonabile a quando le persone grasse vengono messe da parte. Oggi ne parliamo. Sit back, relax and enjoy your flight.

Le parole di Emilio erano davvero sentite, a partire da questo tweet

e proprio per questo ho deciso di intervistarlo, per esporre un ulteriore punto di vista al dibattito. Lo so, discutere delle dimensioni del pene potrà sembrare ridondante e superficiale. Ma è davvero così? Non è forse vero che siamo una società fallocentrica e che questo è ulteriormente vero in coppie che si articolano tra due maschi?

Ti sei scaldato per alcune risposte all’articolo paragonando l’interruzione di una frequentazione a causa delle dimensioni al fat shaming.

Penso che essenzialmente siano la stessa cosa. Se a me dà fastidio che sui social una persona si senta in diritto di escludere i grassi, perché non dà altrettanto fastidio se si escludono le persone col pene piccolo? Non capisco questo ragionamento.

Certo, però uno potrebbe risponderti che i suoi gusti sono così. Possono non piacergli le persone grasse o quelle col pisello piccolo. Quindi qual è la differenza? 

La differenza è che tu ti senti autorizzato a dire “ce l’hai piccolo quindi smettiamo di vederci” ma se sai che uno su Grindr rifiuta i grassi allora fai una crociata perché si fa body shaming e si sta discriminando.

È anche vero che esistono molte persone grasse che si espongono direttamente contro il fat shaming ma non c’è un gruppo unito di “uomini fieri con l’uccello piccolo” contro le discriminazioni. 

È questo il problema, è che sanno di essere socialmente emarginati. Da sempre sempre l’uomo col cazzo grosso è più forte, più potente, più importante, più ambito. È insito nel genere umano.

Perché allora non ci liberiamo dalla visione fallocentrica?

Non ci ho mai pensato in realtà, ma credo che bisognerebbe imporsi come comunità. Come i bear, che un giorno hanno detto: “Non siamo più solo grassi o solo pelosi, siamo orsi e siamo un gruppo”. Magari si tratta solo di normalizzare. Ma come si possono sradicare secoli e secoli di cazzogrossismo? Mi sono accaldato così tanto perché molti in passato hanno fatto la guerra contro quelli che “no grassi, no effeminati” e poi hanno fatto la stessa cosa sotto al tuo sondaggio.

Ti farò una domanda scomoda: tu hai pubblicato Monkeys** e hai disegnato i modelli belli e col pacco prominente. Perché?

Mi aspettavo questa domanda. Beh, tutta l’operazione Monkeys parte da una base di idealizzazione. Avendo io una base di fumetti e manga posso dire che è tutto basato su immagini e stereotipi. Col mio lavoro devo attrarre l’occhio e un pacco grosso è attraente, come le tettone. A molti ho chiesto come volessero il pacco e nel 60-70% dei casi mi hanno chiesto di aumentare il volume. Negli ultimi però mi sono anche ridimensionato, perché mi sono accorto che quelli meno recenti erano esagerati. Ma in ogni caso il mio è un lavoro di idealizzazione e sì, ci metto anche del mio. Però a livello umano non ho mai fatto distinzioni di quel tipo. A pensarci magari sembra anche ipocrita da parte mia, ma credo siano due cose diverse. Io non rappresento la realtà.

Ribadisco che non sono contro i gusti personali, dico solo che sono scelte e non credo che sia il caso di demonizzare chi invece ha canoni diversi. Ma se mi parli di rapporti umani non sono molto d’accordo. Se ti piace tantissimo una persona e ti cade l’interesse perché ce l’ha piccolo lo trovo discutibile. Parlo proprio di discriminazione che sfocia in altri ambiti.

E secondo te perché uno sente il bisogno di comunicare al mondo cosa non vuole? Cioè, a me per esempio non piace il tipo orientale, ma su Grindr non sento il bisogno di scrivere “no asians”. 

Ma infatti, almeno non dirlo! Uno vuole togliersi dall’impiccio di dire “no guarda, non mi piaci”. Cerco di mettermi nei loro panni ma non trovo il senso. Di fatto non costerebbe niente rispondere, ma è proprio per evitare totalmente di interagire. O forse è per autoannunciarsi. Del tipo “li voglio muscolosi perché lo sono anch’io e devono far parte della mia élite”, un po’ come ls cultura del trofeo. Se vado al letto con uno che ce l’ha piccolo i miei amici mi ridono dietro. O al contrario, se mi rimorchio uno che ce l’ha grosso mi invidiano. Potremmo chiamare questa cosa “il trofeismo spinto”.

Ridiamo.

Ringrazio tantissimo Emilio per questa chiacchierata e per essersi reso disponibile all’intervista.

** Monkeys è il progetto a cui Emilio ha lavorato per almeno due anni. Come dice Amazon “è un viaggio alla scoperta dei corpi, della bellezza insita nella loro unicità, nelle storie che questi corpi si portano dietro e che li hanno resi tali”. Per realizzare quest’opera Emilio ha ritratto decine di modelli (twitteri e non) tra cui il sottoscritto. Vi allego l’immagine qui sotto, l’unico caso nella mia vita in cui mi vedrete con gli addominali. Se siete curiosi e volete supportare questo progetto e quelli futuri potete acquistare Monkeys qui.

Dedalus

Vittime di omofobia

Questo post nasce dalla recente aggressione omofoba avvenuta a Roma (http://www.ilpuntoh.com/nuova-aggressione-omofoba-a-roma-tiburtina/). Oggi parliamo un po’ di omofobia. Sit back, relax and enjoy your flight.

Chi non fa parte di una minoranza forse non può capirlo fino in fondo. Certo, capita di essere rapinati, malmenati, aggrediti, stuprati. Sono cose che purtroppo nel mondo succedono, ma qual è la probabilità? Per fortuna tutto sommato bassa. Questa però viene incrementata se non rappresenti lo stereotipo di eteronormatività universalmente riconosciuto.

Essere gay vuol dire scontrarsi, prima o poi, con la possibilità di ricevere insulti o peggio. Vuol dire che prima o poi uno che non hai mai visto né conosciuto in vita tua, che per dote cerebrale potrebbe benissimo sostituire il tuo comodino, può permettersi di urlarti che sei un frocio, picchiarti, traumatizzarti fisicamente e psicologicamente. Talvolta senza nessuna conseguenza. Questo perché spesso episodi del genere non vengono denunciati. Altre volte finisce tutto a tarallucci e vino. Anche perché allo stato attuale una legge contro l’omofobia non c’è. Così come è sacrosanto punire il femminicidio, allo stesso modo sarebbe auspicabile che i crimini compiuti solo perché a uno piacciono gli uomini o le donne fossero trattati con la dovuta serietà.

Da parte mia posso dire che tutto sommato ho avuto una vita più facile di molti altri. Mi sono beccato degli insulti, certo, ma non sono mai stato aggredito. Cosa che invece è successa al 12% delle persone che hanno votato al mio sondaggio.

In privato alcuni mi hanno scritto raccontandomi le loro storie. Chi ha passato un’adolescenza infernale per via dei bulli che lo prendevano di mira, chi ha subito violenze fisiche da parte di familiari o sconosciuti per strada. Una persona in particolare mi ha raccontato una storia complessa, toccante, gretta, assurda, pesantissima a livello psicologico. Per rispetto della sua privacy non la condividerò, nemmeno in parte, ma sappiate solo che rappresenta ancora una volta un esempio di quanto noi gay non siamo tutelati.

In questo post ho deciso di far parlare i twitteri, limitandomi a riportare i loro commenti al sondaggio. Perché le loro parole valgono più di ciò che potrei esprimere scrivendo. Perché i pochi caratteri di un tweet sono solo la punta dell’iceberg di una situazione molto più grottesca. Perché per ogni persona che a distanza di anni ne parla serenamente ne esistono tante altre che non hanno mai superato il trauma e l’umiliazione.

 

Dedalus

Zelimkhan Bakaev

Zelimkhan Bakaev – l’ultima vittima di questo Omocausto in Cecenia.

La notizia della morte di Zelimkhan Bakaev è stata battuta da poco dalle agenzie internazionali, e la cosa fa tanto male.

Sono emerse notizie che il cantante pop Zelimkhan Bakaev è purtroppo passato alla storia per essere l’ultima vittima della pazzia anti-gay della Cecenia.

Il cantante, secondo quanto riferito, era scomparso in agosto e sin da allora la sua famiglia e i suoi amici non ne hanno avuto più notizia. Dopo che i timori per la sua incolumità sono arrivati a livelli allarmanti, i gruppi per i diritti umani LGBT+ attivi a livello internazionale hanno dapprima pensato che Bakaev fosse detenuto nelle carceri dove stavano avendo luogo le purghe anti-gay per cui la Cecenia si è fatta tristemente conoscere quest anno.

Tuttavia, fonti attendibili sono ormai certe che il cantante russo, 26 anni, è stato brutalmente torturato a morte da parte delle autorità poco dopo il suo arrivo nel paese, a causa della sua sessualità.

“È arrivato a Grozny ed è stato portato via dalla polizia entro le tre ore successive al suo arrivo. Entro dieci ore è stato ucciso “, ha detto una fonte di NewNowNext.

La settimana scorsa, durante una conferenza stampa lunedì (16 ottobre), il fondatore della rete LGBT russa Igor Kocketkov ha voluto parlare della scomparsa di Bakayev.Ha detto;

“Alla fine di agosto abbiamo ricevuto la conferma di ciò che per noi voleva essere solo una triste supposizione, e cioé che Bakayev era detenuto dalle autorità cecene a causa del sospetto di omosessualità”.

Un portavoce dell’esercito ceceno aveva rassicurato l’opinione pubblica Russa e internazionale dicendo che Bakayev sarebbe tornato presto a casa.
Un mese dopo, pur di infangare e sviare le ricerche, i media controllati dal governo in Cecenia hanno affermato che il cantante era uscito dal paese e che era stato visto in Germania dopo che due video su YouTube hanno mostrato un uomo simile a Bakayev che raccontava ai suoi fan di quanto fosse bella la vita all’estero e se la stesse godendo come tutti i giovani quando godono di una nuova avventura di vita.

Tuttavia,il video è stato subito messo in dubbio dai fan e da investigatori internaizonali visto che nel video la stanza del cantante mostrava mobili russi e prodotti d’arredamento e non che ad oggi non sono disponibili in Germania.

All’inizio di questa settimana, purtroppo, Maxim Lapunov è diventato la prima vittima della “purga gay” Cecena per aver parlato pubblicamente degli abusi subiti durante la sua detenzione da parte delle autorità militari del paese.

Igor Kocketkov ha affermato nella conferenza stampa di lunedì che altri personaggi del mondo dello spettacolo in Cecenia sono stati sottoposti a “torture” in quanto le autorità hanno tentato di ottenere informazioni su Bakayev.

Nel frattempo le associazioni per i diritti umani e L’ONU continuano a lottare perché questo OMOCAUSTO Ceceno (è proprio il caso di accettare di chiamarlo così) si fermi subito.

Amici, stiamo uniti, alziamo la testa, e anche se non crediamo in qualsiasi Dio, preghiamo perché la storia atroce delle deportazioni e delle uccisioni efferate precedute da inutili e dolorissime torture non si ripeta.

 

hiv tanzania gay

La Tanzania vieta le cure agli uomini gay malati di HIV

Gay e HIV in Tanzania: quando lo stato ti vieta le cure dovute.

Nella maggior parte dei paesi dell’Africa orientale l’HIV sappiamo bene essere una grossa piaga che ancora oggi si fatica a tenere sotto controllo a causa della poca informazione sulle corrette pratiche sessuali; e se da una parte questo tipo di educazione scarseggia, dall’altra ciò che non manca sono le continue, forti, omofobe e denigranti campagne anti-gay che accanendosi contro il popolo LGBT, stanno facendo in modo da dichiarare (se non lo han già rovinosamente fatto) illegali unioni tra persone dello stesso sesso.

tanzania gay HIVLa Tanzania ad esempio ha deciso di sospendere la somministrazione dei farmaci vitali che curano (o almeno tengono sotto controllo) l’HIV a tutti gli uomini gay, il ché ha portato ad un’interruzione momentanea di tutti quei programmi finanziati dagli Stati Uniti in cui vengono forniti esami, preservativi, lubrificanti e assistenza medica gratuiti a persone gay.

Ci basterà pensare che n Tanzania circa il 30 per cento degli uomini gay sono positivi all’HIV, e ora gli operatori sanitari sostengono che il numero potrebbe aumentare. Sarebbe la prima volta che un paese sospende le iniziative americane per contrastare l’HIV/AIDS visto che il President’s Emergency Plan For AIDS Relief (PEPFAR) – che dalla sua fondazione nel 2003 ha ricevuto circa 61 miliardi di euro in finanziamenti – ha salvato la vita a milioni di persone.

Ma come si è arrivati a questo?

Sono mesi che le autorità della Tanzania minacciano apertamente le comunità LGBT del paese e con esse anche le organizzazioni che curano tutti quei pazienti (tra di essi anche molte prostitute) affetti da HIV. Ad esempio, qualche mese fa la polizia locale ha fatto irruzione – senza motivo apparente – in una delle sedi in cui si curano i malati di HIV/AIDS finanziate dagli USA, e hanno confiscato dati personali e sensibili appartenenti a pazienti che qui si curavano, oltre ad aver portato via (e distrutto) scorte di farmaci, preservativi e lubrificanti.

Tanzania Gay HIV - Già lo scorso settembre infatti il vice-ministro della salute – Hamisi Kigwangalla (a sx in foto) – aveva accusato le organizzazioni che si occupano di cura dell’HIV di essere “promotrici di omosessualità” in quanto – sempre a detta del vice-ministro Kigwalla: “Ogni tentativo di commettere reati innaturali è illegale ed è severamente punito dalla legge” e che chi subisce condanna per atti gay rischi fino a trent’anni di carcere.

La decisione ha sconvolto una comunità che è ancora alla prese con il virus dell’IHV e che nonostante la medicina moderna e le cure abbiano migliorato sensibilmente le possibilità di sopravvivenza delle persone che ne sono affette ha ancora troppi ostacoli da aggirare. A detta di uno dei medici responsabili del servizio di cura dell’HIV/AIDS in Tanzania, il Dott. Warren Naamara: “Nel breve termine ci saranno persone che non si rivolgeranno più ai centri sanitari. Cosa succederà se non prenderanno gli antiretrovirali? È un grosso problema […] Queste interruzioni delle cure sono molto pericolose”

Ma andiamo ben oltre!

Sul Washington Post si legge:


“Ad agosto Paul Makonda, il commissario regionale – una carica assimilabile grossomodo a quella di un presidente di regione – di Dar es Salaam, la capitale della Tanzania, ha minacciato in un discorso di arrestare chi aveva legami con uomini gay sui social network. «Se un omosessuale ha un account Facebook, o Instagram, è evidente che tutti quelli che lo “seguono” sono colpevoli quanto lui», ha detto Makonda. Il governo della Tanzania ha anche vietato la distribuzione dei lubrificanti, che contribuiscono a fare in modo che i preservativi – considerati un metodo molto efficace per prevenire la trasmissione dell’HIV – non si lacerino.”

Dal canto suo, il governo degli Stati Uniti d’America ha schierato in campo organizzazioni sanitarie – come Jhpiego, che è affiliata alla Johns Hopkins University – affinché mettano a disposizione di chi ne faccia richiesta, test per l’’HIV, preservativi e impegnative mediche agli uomini gay, alle prostitute o altre persone vulnerabili in Tanzania che non si rivolgo agli ospedali pubblici per paura di ritorsioni legali contro la loro persona.

La reazione dei membri della comunità gay in Tanzania alla sospensione delle cure per l’HIV è di sgomento, paura e quasi inerme rassegnazione. Uno degli intervistati del Washington Post ha infatti dichiarato:

“È evidente che al governo non interessa se viviamo o moriamo”

tanzania gay HIVMentre un altro, di 29 anni e positivo all’HIV ha invece raccontato che il sono oramai 4 anni che convive col virus e che le cure messe a disposizione dal programma gli erano state utili a condurre una vita normale, come ad avere relazioni sessuali senza rischio di contagiare i suoi compagni grazie anche ai preservativi e ai lubrificanti (che vi ricordiamo essere di fondamentale importanza per non rompere i preservativi durante una penetrazione anale), ma che ora che già da due settimane non prende farmaci sente la sua salute peggiorare, e quando gli viene chieste perché non si rivolga ad un ospedale pubblico, la risposta è sempre la stessa:

“In questo ambiente essere un uomo gay alla luce del sole non è sicuro”.

Ci duole tantissimo ricordare che purtroppo essere gay è un reato in almeno 76 paesi del mondo, e che 33 di questi paesi si trovano in Africa, dove l’omosessualità è vista come un fenomeno occidentale, “importato dalle organizzazioni umanitarie”.

condom HIV E mentre questi Premi Pirla per l’intolleranza non si sono resi conto (o forse e sadicamente ne sono consapevoli) che stanno mettendo a morte chi è affetto dall’HIV/AIDS mettendo anche a repentaglio la vita di molti altri loro connazionali, noi dal nostro canto possiamo ricordarci che l’HIV è un virus bastardo, che ti colpisce proprio quando tu meno te lo aspetti e negli atti sessuali in cui dici “ma sì dai! Che vuoi che sia?!” …. non abbassare la guardia: usa il preservativo e fai i test per l’HIV. L’amore per chi ti sta accanto o chi sarà al tuo fianco lo si vede anche dai piccoli gesti in cui metti la vostra salute prima di tutto.

provita omofobia

ProVita – omofobia e razzismo. Il caso Uci Cinemas e Referendum 4 Dicembre

ProVita – quando essere meschini è solo un plus alla loro omofobia.

Conosciamo bene tutti il caso Uci Cinemas che dopo varie pressioni da parte di Giovanardi e ProVita ha ceduto alla proiezione – fino al 5 Dicembre 2016 – dello spot omofobo e retrograda che vuole denigrare la pratica dell’utero in affitto per le coppie omosessuali.

Riportiamo lo spot incriminato qui sotto prima di commentarlo insieme.

Lo spot non fa altro che utilizzare stereotipi sessisti ed omofobi e denigra quanto più possibile la pratica dell’utero in affitto che purtroppo in Italia è ancora fuorilegge.

Ciò che ci stupisce non è tanto il fatto che ProVita (associazione di estrema destra e cattofascista) abbia ideato e prodotto questo spot, ma è il fatto che Uci Cinemas (azienda che non è nemmeno Italiana) abbia realmente ceduto alle pressioni di individui infimi e razzisti, nonché omofobi come Giovanardi and company.

Dapprima il circuito Uci Cinemas aveva sospeso per 3 giorni la proiezione di questo spot carico di omofobia dai pre-show (cioè prima della proiezione del film) per poi riammetterlo con un comunicato che recitava:

In seguito ad alcune segnalazioni ricevute nei giorni scorsi da alcuni clienti, Uci Cinemas ha sospeso per tre giorni la programmazione di uno spot contro l’utero in affitto nell’ambito del pre-show che precede la proiezione dei film. Effettuate le dovute e opportune verifiche, il Circuito ha deciso di riammetterla”

provita - uci cinemasSorge spontanea una domanda: Chi ha fatto queste benedette segnalazioni? E soprattutto in base a cosa avete deciso che fosse il caso di riammettere questo spot? Quanto è stata la mazzetta a questo punto?

Cercando in giro, ovvio che viene fuori che chi ha segnalato il tutto è stata proprio Pro Vita che con toni quasi da cane bastonato ha affermato:

UCI Cinemas ne ha infatti sospeso la proiezione, violando così il contratto che prevedeva circa 190 proiezioni prima dei diversi film programmati. La motivazione di questa scelta? Non certo le proteste dei normali cittadini e dei fruitori dei cinema, bensì quella di una associazione omosessualista

Il peggio, oltre al fatto che migliaia di persone e di bambini influenzabili vedranno questo scempio prima del film che hanno deciso di vedere, sono anche le parole di Giovanardi, che oltre al tono di omofobia marcato, hanno un non so ché di mafioso e minaccioso:

“Grazie Uci Cinemas per la sensibilità dimostrata. La ripresa della programmazione salvaguarda la libertà di espressione, in riferimento per di più a una pratica che è penalmente perseguibile», in quanto l’art.12, comma 6, della l.40/2004 prevede l’utero in affitto come reato”.

Inutile dire che qualsiasi iniziativa di #BoycottUCiCinemas su tutti i social è stata prontamente e politicamente bloccata (manco fossimo in dittatura – o sì?) non resta che sperare che tante persone sane di mente e con una coscienza sociale a posto, scelgano liberamente di non usare le sale Uci Cinemas almeno fino al 5 Dicembre 2016 e oltre: chissà, forse così lo capiranno che cedere a pressioni di marcata matrice omofoba non porta mai a buoni risultati.

provita - omofobia - referendumE se pensavate che la cosa fosse poi finita qui, vi sbagliavate di grosso: all’omofobia di ProVita e dell’estrema destra cattofascita italiana non c’è mai fine.

Siamo a pochissimi giorni dal referendum costituzionale che potrebbe finalmente portare l’Italia ad essere un Paese migliori e ad avere spese politiche più accettabili e la cara ProVita cosa mi combina?

Spiega che votare “NO” al referendum del 4 Dicembre possa realmente salvare l’Italia e migliaia di gay che così potranno avere accesso alle cure riparative!

Siamo seri? La stessa Pro Vita del caso Uci Cinemas di cui sopra e sempre la stessa che continua a dire di non aver legami politica ma non fa altro che sostenere la Lega Nord (nella persona di Salvini) e Forza Nuova nella lotta all’eliminazione di ogni sanzione disciplinare nei confronti della Russia che di omofobia non fa altro che macchiarsi ogni giorno, e sempre ProVita continua a sostenere che solo Salvini e Forza Nuova “potranno salvare l’umanità da quella piaga sociale che loro identificano come una società in cui etnia, orientamento sessuale e religione non siano visti da alcuni gruppi sociali come pretesto per inneggiare ad una supremazia sugli altri”!

provita - brandiSecondo Brandi infatti:

“ProVita Onlus non si occupa della politica dei partiti. Tuttavia abbiamo a cuore la famiglia e i bambini. Abbiamo visto come è passata la legge sulle unioni civili gay: con due richieste di fiducia , anche se Renzi aveva promesso che non l’avrebbe posta. Stiamo vedendo i tentativi di far passare le leggi sulla liberalizzazione della droga, e quella contro le terapie riparative, le cure che permettono di aiutare gli omosessuali che vivono con disagio la loro condizione. Perciò siamo molto preoccupati e ci schieriamo per il No al referendum il 4 dicembre”.

Ebbene amici, questo è un quadro davvero allarmante in uno scenario, come quello italiano del momento, dove tanto è stato fatto per i diritti LGBT ma tanto c’è ancora da fare.

Non sto qui a dilungarmi inutilmente su quali possano essere i miei pareri personali nei confronti dei “signori” citati poco sopra, perché potrei risultare (forse) scostante, scurrile, arrogante o cose simili, e anche perché l’omofobia di cui queste associazioni elencate si sono macchiate, si continuano continueranno a macchiare non può passare inosservata, ma vi chiedo: a questo referendum del 4 Dicembre 2016 votate con coscienza civica, per un Paese migliore e per una società che non faccia più differenze, soprattutto differenza nell’amore!

testamento-unicef-copertina

Testamento ad UNICEF? Perché No?

Testamento ad UNICEF: può far tanto, per tanti.

unicef-testamento1Vi ricordate quando da ragazzini o da adolescenti (o ancora oggi) si giocava a “dire, fare, baciare, lettera o testamento” ? Io sceglievo sempre tra fare, baciare… si sapeva mai che mi uscisse di baciare qualche ragazzino che mi piaceva all’epoca, e non sceglievo mai testamento perché lo collegavo sempre alla morte, sempre ad un’idea che mi spaventava.

Oggi che sono un po’ più maturo, e che ho superato le 3 decadi da un annetto circa, questa parola mi ritorna alla mente sì, perché con un compagno al mio fianco da ben 5 anni, mi preoccupo che se un giorno dovessi lasciarci la pelle per una qualsiasi cosa, un mio testamento potrebbe dargli diritto a dei diritti che scontati non sono… ma questa è un’altra cosa.

unicef-testamento2Un testamento importante invece è quello che oggi possiamo fare per L’UNICEF, e non perché parte dei nostri soldi vadano nelle tasche dell’UNICEF, (parliamoci chiaro: una volta che lasciamo questo mondo, dei soldi accumulati, noi ce ne facciano niente) ma perché dalle loro tasche poi vadano a quelle migliaia di bambini in difficoltà che con i nostri soldi, anche restando nei loro Paesi d’origine, possano avere accesso a cure, a servizi medici, e il diritto ad un’infanzia spensierata…come lo è stata la nostra che per fortuna siamo nati in una parte di mondo libera da guerre e povertà.

L’UNICEF non riceve fondi dalle Nazioni Unite, ma si sostiene esclusivamente con l’aiuto dei suoi donatori. A tal proposito viene lanciata un’iniziativa che permette di donare un lascito attraverso il proprio testamento all’Unicef.

unicef-testamento3I lasciti testamentari sono una fonte molto importante di risorse, e contribuiscono in maniera significativa a realizzare i programmi, che raggiungono milioni di bambini in oltre 190 paesi e territori del mondo. Un lascito è una testimonianza di amore per l’infanzia che si trasforma in cure, alimenti terapeutici, istruzione, scuole e interventi salvavita. Per questo il tuo lascito è prezioso.

Esempi concreti di quanto i lasciti siano importanti si possono vedere con i risultati raggiunti in Guinea Bissau e Bangladesh.

Guardate voi stessi con il video qui sotto e scoprite di più su questa importantissima iniziativa accedendo qui –> UNICEF

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