Categoria: cambiamenti

Lo scienziato cacciatore va in vacanza

Quasi agosto, tempo di andarsene in vacanza e di staccare un po’ la spina da tutto lo stress accumulato durante l’anno. Poi a settembre si ricomincerà a stare dietro al lavoro, agli impegni, alla palestra. Nel frattempo anche Dedalus si prende una pausa dal blog e coglie l’occasione per fare il bilancio di un anno di Punto H. Sit back, relax and enjoy your flight.

Nell’arco di questi mesi abbiamo affrontato diversi argomenti e nelle maniere più disparate. Sotto molti sondaggi ci sono state discussioni anche accanite, ma questo dimostra che esistono tematiche che le persone hanno a cuore. Una su tutte la prevenzione dalle MTS, reale cruccio di tutta la comunità LGBT. Mi sono ritrovato a parlare con persone dubbiose, spaventate, incazzate ma anche combattive, positive e propositive. Le malattie trasmissibili sessualmente, l’HIV e la PrEP interessano tutti direttamente e indirettamente e in questo periodo abbiamo ben constatato che in certi casi manca l’informazione minima, in altri manca l’informazione di cui avremmo bisogno.

Le interviste ci hanno permesso di conoscere da vicino realtà diverse dalla nostra, come nel caso del cuckold. Se ve lo state chiedendo lui e il suo compagno sono ancora innamorati e si danno ancora alla pazza gioia. Abbiamo anche conosciuto le storie di Luka (per inciso, Salvini ancora non l’ha censito) e Aaron Green (che espande il verbo dei puppies in ogni dove). Si è discusso anche di fat-shaming, slut-shaming e penis-shaming con Emilio e abbiamo capito quanto possano essere diverse le proprie percezioni e come ci si possa accorgere di commettere degli errori pur essendo in buona fede.

Ancora, si è parlato di un progetto [LOBBIES ndr] che ha raggiunto l’obiettivo su Kickstarter e i ragazzi, dopo tanti sacrifici, ne sono entusiasti. Anch’io da parte mia sono contento che ci siano riusciti; come vi dicevo le buone idee vanno sostenute.

In questi mesi però la soddisfazione più grande è stata quella di ricevere molti messaggi, soprattutto su Twitter, di persone che hanno letto i miei articoli e si sono sentite in qualche modo arricchite. Un ragazzo ha confessato al suo migliore amico di essere sieropositivo, un altro si è convinto a prenotare un aereo per partecipare al Folsom a settembre. Qualcuno mi ha fatto i complimenti per aver dato spazio a diverse realtà e a diversi modi di pensare, altri mi hanno insultato perché non la pensavano come me. In ogni caso mi ha fatto piacere leggere e leggervi.

Ora mi prendo una pausa dal blogging, ma resterò a rompere i coglioni su Twitter. Best regards!

Dedalus

Israele introduce la maternità surrogata, ma non per le coppie same-sex

Questa estate in Israele, già nell’occhio del ciclone per la cosiddetta “Legge degli ebrei per gli ebrei” di questi giorni, c’è un altro tema caldo: la maternità surrogata. Nel Knesset [il parlamento monocamerale di Israele NDR], infatti, è in discussione una proposta di legge per introdurre nel Paese la maternità surrogata. In questo modo Israele si allineerebbe agli Stati Uniti e ad una manciata di Paesi europei.

Amir Ohana, parlamentare del Likud [il partito di destra liberale] aveva proposto un emendamento per includere le coppie dello stesso sesso nella proposta di legge, cosa che ha incontrato la dura opposizione degli esponenti religiosi e del Parlamento stesso, oltre che del Comitato per il lavoro, il welfare e la salute afferente al Knesset. Ohana ha quindi lamentato la disparità esistente nel disegno di legge, che includerebbe le madri single ma non i padri single.

Anche il Primo Ministro, Benjamin Netanyahu, ha supportato Ohana schierandosi a favore dell’inclusione dei padri single. Da parte loro i partiti di maggioranza e quelli religiosi temono che l’inserimento favorirà comunque l’accesso delle coppie gay alla maternità surrogata.

Attualmente la legge prevede che una donna possa dichiararsi favorevole ad assumere il ruolo di portatrice per una coppia (o per una madre single) che desidera un figlio. La coppia in questione deve essere specificamente formata da un uomo e da una donna regolarmente sposati. Inizialmente era previsto un limite di due bambini e un limite di età di 38 anni, mentre un nuovo emendamento estende a cinque il numero massimo di gravidanze e a 39 anni il limite di età.

L’estensione della maternità surrogata anche alle coppie gay, o quantomeno ai padri single, consentirebbe a molti israeliani di evitare il “turismo da GPA” che obbliga le famiglie a spendere centinaia di migliaia di dollari e sperare che la procedura sia priva di intoppi. Le associazioni LGBT sono scese in strada per protestare contro l’esclusione delle coppie same-sex e la battaglia si preannuncia molto dura, dato che i partiti religiosi hanno molta influenza all’interno del Knesset.

Il Punto Seriale – Modern Family

La famiglia allargata più famosa e divertente della tv, saluterà definitivamente tutti noi nel 2019: ‘Modern Family’ chiude i battenti con la stagione numero 10. Un traguardo eccezionale di questi tempi, in cui molte serie nascono e muoiono nel giro di tre anni.

Settembre 2009. Netflix non era ancora la potenza che è oggi e il mondo delle serie tv, dopo le chiusure di ‘Friends’ e di ‘Will & Grace’, contava solo due colossi delle commedie: ‘The Big Bang Theory’ e ‘How I Met Your Mother’. Entrambi raccontavano le avventure di nuclei di amici. C’era, quindi, uno spazio libero nel cuore del pubblico: ci voleva una famiglia. Ma qualcosa di nuovo. Non una tipo ‘La casa nella prateria’, ‘Otto sotto un tetto’ o ‘I Robinson’. Le famiglie allargate erano già una realtà, bisognava rappresentarle.

Ecco che, allora, Steven Levitan e Christopher Lloyd decidono di raccontare, per il canale ABC, la storia di un uomo: Jay Pritchett. Jay ha superato la mezza età, è un burbero e facoltoso imprenditore di armadi e si è appena risposato con Gloria Delgado, una bellissima donna colombiana, molto più giovane del marito. Con lei c’è anche il figlio Manny, un bambino molto saggio e posato, tendente al nerd.

Ma non è finita qui. Jay ha due figli adulti. Claire è la primogenita, nevrotica e totalmente dedita alla famiglia. Il marito Phil Dunphy è un agente immobiliare con un passato da cheerleader, sognatore e con un carattere entusiata e genuino, perfetto contraltare della moglie.

La coppia ha tre figli: Haley, vanitosa e frivola. Alex, secchiona e saputella. E il piccolo Luke, sagace e molto molto tonto. L’altro figlio di Jay è Mitchell, avvocato ambientalista omosessuale tanto sicuro sul lavoro, quanto imbranato nella vita privata. Vive con il compagno Cameron, eccentrico e teatrale con una propensione al dramma. I due hanno appena adottato la piccola orfana vietnamita Lily, che diventa immediatamente la mascotte del clan. Et voilà: eccovi servita la famiglia moderna!

Con l’originale narrazione stile ‘mockumentary’ (ovvero in cui i protagonisti rilasciano delle interviste alternate alle loro avventure) parte, così, una delle commedie più di successo del decennio. ‘Modern Family’ ha portato con gioia, nelle nostre case, le storie di tutti noi. Perchè è davvero impossibile non riconoscersi nei caratteri di almeno uno dei protagonisti, se non un po’ in tutti.

Chi non è un po’ un orso dal cuore d’oro come Jay? Chi non si è mai sentito sensibile e incompreso come Manny? Chi non ha mai pensato di essere troppo maniaco del controllo come Claire? Potrei andare avanti per ore, perchè ogni personaggio di ‘Modern Family’ è studiato nei minimi dettagli. E gli interpreti sono uno più bravo dell’altro nel raccontare le avventure di questa strampalata famiglia! Innumerevoli premi di pubblico e critica e cachet stellari hanno trasformato i protagonisti in vere e proprie star. In primis la splendida Sofia Vergara (Gloria) e l’esilarante Eric Stonestreet (Cameron).

Grazie alla moltitudine di personaggi, le storie raccontate sono sempre nuove e mai banali. E le risate sono assicurate a volontà! Ma il vero pilastro di questo clan allargato è solo uno: l’amore. Nonostante le diversità, queste persone si vogliono davvero bene e si sostengono sempre e comunque. Spesso e volentieri muovendosi ‘in branco’, come per seguire una gara di scherma di Manny, piuttosto che il diploma di Alex o per festeggiare la rimozione dei calcoli renali di Phil.

Un concentrato di allegria che, dopo 9 trionfali stagioni, inizia inevitabilmente a rallentare. Così gli autori hanno deciso di chiudere in bellezza e ancora sulla cresta dell’onda. E questo è indice di grande intelligenza. Perchè, onestamente, non c’è cosa più triste di una commedia che, dopo anni di sfolgorante successo, non fa più ridere.

Onore, quindi, a ‘Modern Family’, che ha insegnato a tutti noi quanto sia importante l’amore per la famiglia. Di qualunque tipo essa sia.

Ancora non li conoscete? Ecco un assaggio dell’esplosiva Gloria!

Sciaouz!

Tracio

Il magico mondo dei puppies, i cani umani

Avevo già parlato dei puppies nel mio primo articolo su Il Punto H. Da fenomeno largamente di nicchia, il travestimento da cane si sta espandendo nella comunità fetish italiana, nonostante il ritardo rispetto ad altri Paesi europei e soprattutto rispetto agli americani. Per spiegarvi cosa sono i puppies oggi ho il piacere di intervistare Aaron Green, un adorabile cagnolino umano. Sit back, relax and enjoy your flight.

Cosa vuol dire essere un puppy?

Ti dico la mia interpretazione di cos’è e cosa vuol dire essere un puppy. Ovviamente non è una legge universale e ci sono molte sfumature. Per me Aaron è un alter ego e rappresenta alcuni aspetti del mio carattere rimasti nascosti per molto tempo e che con la maschera hanno trovato modo di esprimersi. Quindi Aaron è una seconda parte di me stesso.

Quando hai scoperto il mondo dei puppy? E quando hai iniziato?

L’ho scoperto l’anno scorso per caso su Facebook, quando erano comparse le foto del Pride di Milano. Per la prima volta ho visto un puppy in Italia [il primo Mister Puppy, Zaush ndr]. Avevo già visto queste figure canine su Tumblr ma se ne sapeva poco in Italia. Inoltre non frequentavo l’ambiente leather o la comunità fetish, quindi vedere Zaush è stata una scoperta. L’ho vista come una cosa molto giocosa, niente di sessuale, e gli occhi di Zaush erano molto espressivi, indice di una persona serena che si stava divertendo. Questa ovviamente è una peculiarità di tutte le maschere: esaltano tantissimo gli occhi.

Dopodiché avevo visto che un ragazzo che conosco aveva delle foto con Zaush e gli avevo detto che ero interessato a scoprire questo mondo. Lui mi aveva consigliato di scrivere direttamente a lui ed ero un po’ in soggezione, dato che ho sempre visto “i Mister qualcosa” come figure di spicco all’interno di una comunità. Essendo abbastanza fuori dal giro, anche gay, non credevo che mi avrebbe risposto. Invece abbiamo parlato e gli ho chiesto molte informazioni sul mondo dei puppies. Poi ci siamo visti e ho provato la prima maschera a casa sua. Quella maschera la porto tuttora, è una cosa in cui ti identifichi.

Com’è stato vestire i panni del puppy la prima volta?

Mi guardavo e c’era un’altra parte di me, più sicura e sfrontata, che prima non riuscivo a vedere. Ciò che caratterizza il puppy è la maschera, non c’è un dress-code. Si può essere amanti del leather, del rubber, dello sportswear. Questo differenzia molto la comunità dal resto dei fetishmen, perché non siamo uniti dalla passione per un materiale o uno stile di abbigliamento, a parte la maschera. Indossarla è come avere un’armatura, mi dà una sensazione di sicurezza. Allo stesso modo è come se l’altra parte di te fosse protetta. Ovviamente tutto questo è soggettivo e vale per me. Per scoprire cosa vuol dire bisognerebbe provarlo.

Parlaci della differenza tra dogslave e puppy.

Per quanto siano simili (e soprattutto in Italia passa ancora l’immagine del puppy = slave) in realtà sono due figure differenti. Intanto il dogslave solitamente lo diventa perché il suo master decide di trattarlo come se fosse un cane e rientra nei giochi di ruolo sessuali, di dominazione/umiliazione. Il puppy invece non si pone ad un livello inferiore del suo handler [chi accompagna il puppy ndr] o dell’owner [il proprietario, che può essere per esempio il compagno ndr]. Verosimilmente possono esistere anche due puppy che sono l’uno il proprietario dell’altro, per farti capire che questo prescinde dai ruoli di master e slave. Dopodiché se uno ha dentro di sé desideri di sottomissione allora può essere allo stesso tempo un dogslave, ma non è necessario che questo avvenga. Inoltre un puppy può essere attivo e dominante e c’è una classificazione interna ad indicarlo [puppy alfa, puppy beta e puppy omega che definiscono la gerarchia del “branco”, non legate a ruoli sessuali ndr].

In Italia ci sono una manciata di puppies. Com’è il rapporto col resto della comunità gay?

Beh c’è sempre una sorta di stigma, se sei un puppy allora sei un pervertito. Il leather è un po’ più sdoganato ma diciamo che tutta la comunità fetish viene grossomodo derisa dal resto dei gay. C’è sempre un po’ di timore a presentarsi come puppy, e posso dirti che nella maggior parte dei casi di guardano come se fossi fuori di cervello. Come se tu “rovinassi” tutto il lavoro degli attivisti per bene. Non c’è informazione nemmeno da parte della comunità fetish, che resta abbastanza chiusa. Molti non vedono il motivo di dover spiegare o giustificarsi col resto dei gay per i propri gusti. Della serie “io sto bene con me stesso, loro la pensano così. Cazzi loro”. Ed effettivamente hanno ragione, anche se a volte può essere un limite.

Tu hai scritto un tweet a proposito dello stigma, poco prima del Pride di Roma. Quei giorni in effetti è stata diffusa una foto del Folsom che ritraeva dei puppies spacciata una foto del Pride. La foto in questione è stata pesantemente strumentalizzata. Come ti sei trovato ad interagire?

Sì, quella foto ha suscitato commenti da eterosessuali, omofobi e omosessuali stessi. Ad un paio di persone con cui mi sono confrontato ho detto che uno può anche non condividerla, ma è in ogni caso un’espressione di se stessi. Quello che mi dà fastidio è che per attaccare la comunità LGBT si vanno sempre a prendere immagini di leather o fetishmen. In queste situazioni ci si scontra da una parte con persone che vedono del marcio anche dove non c’è e dall’altra delle forme di esuberanza a volte esagerata. Per quanto mi riguarda ad una manifestazione uno può camminare come vuole nel limite del senso civico.

Il problema è che il limite del senso civico e del pudore sono soggettivi. Ognuno ha la sua visione.

Esatto. Il limite della legge credo sia la nudità, ma poi non c’è una regola che definisca il vestiario. Un conto è entrare in una chiesa, ma nel Pride il limite lo decide la persona, non si può deciderlo a priori. Purtroppo ad ogni Pride ci esponiamo al pubblico, facciamo vedere che esistiamo, però nel momento in cui ti esponi è possibile che qualcuno ti critichi. Dipende anche che messaggio vuoi mandare. In ogni caso, per quanto riguarda il puppy, viene percepito sempre come volgare perché le persone non sono abituate, è sempre visto come un qualcosa di perverso o di sessuale. Ma questo vale per tutto. Anche una foto di nudo per qualcuno può essere volgare e per altri erotica o artistica.

Ringrazio Aaron per aver parlato con me per più di un’ora. Ci vediamo al Pride!

P.S.

Se siete interessati a conoscere meglio il mondo leather/fetish/puppy potete far riferimento all’associazione LFM Milano e relative associazioni in altre città.

Averlo piccolo è come essere grassi

La scorsa settimana ho pubblicato questo articolo e c’è stato un dibattito tra chi ha ammesso di aver mollato un ragazzo per le dimensioni del suo pene e chi considerava questa scelta sbagliata. In particolare Emilio l’ha considerata una vera e propria discriminazione, paragonabile a quando le persone grasse vengono messe da parte. Oggi ne parliamo. Sit back, relax and enjoy your flight.

Le parole di Emilio erano davvero sentite, a partire da questo tweet

e proprio per questo ho deciso di intervistarlo, per esporre un ulteriore punto di vista al dibattito. Lo so, discutere delle dimensioni del pene potrà sembrare ridondante e superficiale. Ma è davvero così? Non è forse vero che siamo una società fallocentrica e che questo è ulteriormente vero in coppie che si articolano tra due maschi?

Ti sei scaldato per alcune risposte all’articolo paragonando l’interruzione di una frequentazione a causa delle dimensioni al fat shaming.

Penso che essenzialmente siano la stessa cosa. Se a me dà fastidio che sui social una persona si senta in diritto di escludere i grassi, perché non dà altrettanto fastidio se si escludono le persone col pene piccolo? Non capisco questo ragionamento.

Certo, però uno potrebbe risponderti che i suoi gusti sono così. Possono non piacergli le persone grasse o quelle col pisello piccolo. Quindi qual è la differenza? 

La differenza è che tu ti senti autorizzato a dire “ce l’hai piccolo quindi smettiamo di vederci” ma se sai che uno su Grindr rifiuta i grassi allora fai una crociata perché si fa body shaming e si sta discriminando.

È anche vero che esistono molte persone grasse che si espongono direttamente contro il fat shaming ma non c’è un gruppo unito di “uomini fieri con l’uccello piccolo” contro le discriminazioni. 

È questo il problema, è che sanno di essere socialmente emarginati. Da sempre sempre l’uomo col cazzo grosso è più forte, più potente, più importante, più ambito. È insito nel genere umano.

Perché allora non ci liberiamo dalla visione fallocentrica?

Non ci ho mai pensato in realtà, ma credo che bisognerebbe imporsi come comunità. Come i bear, che un giorno hanno detto: “Non siamo più solo grassi o solo pelosi, siamo orsi e siamo un gruppo”. Magari si tratta solo di normalizzare. Ma come si possono sradicare secoli e secoli di cazzogrossismo? Mi sono accaldato così tanto perché molti in passato hanno fatto la guerra contro quelli che “no grassi, no effeminati” e poi hanno fatto la stessa cosa sotto al tuo sondaggio.

Ti farò una domanda scomoda: tu hai pubblicato Monkeys** e hai disegnato i modelli belli e col pacco prominente. Perché?

Mi aspettavo questa domanda. Beh, tutta l’operazione Monkeys parte da una base di idealizzazione. Avendo io una base di fumetti e manga posso dire che è tutto basato su immagini e stereotipi. Col mio lavoro devo attrarre l’occhio e un pacco grosso è attraente, come le tettone. A molti ho chiesto come volessero il pacco e nel 60-70% dei casi mi hanno chiesto di aumentare il volume. Negli ultimi però mi sono anche ridimensionato, perché mi sono accorto che quelli meno recenti erano esagerati. Ma in ogni caso il mio è un lavoro di idealizzazione e sì, ci metto anche del mio. Però a livello umano non ho mai fatto distinzioni di quel tipo. A pensarci magari sembra anche ipocrita da parte mia, ma credo siano due cose diverse. Io non rappresento la realtà.

Ribadisco che non sono contro i gusti personali, dico solo che sono scelte e non credo che sia il caso di demonizzare chi invece ha canoni diversi. Ma se mi parli di rapporti umani non sono molto d’accordo. Se ti piace tantissimo una persona e ti cade l’interesse perché ce l’ha piccolo lo trovo discutibile. Parlo proprio di discriminazione che sfocia in altri ambiti.

E secondo te perché uno sente il bisogno di comunicare al mondo cosa non vuole? Cioè, a me per esempio non piace il tipo orientale, ma su Grindr non sento il bisogno di scrivere “no asians”. 

Ma infatti, almeno non dirlo! Uno vuole togliersi dall’impiccio di dire “no guarda, non mi piaci”. Cerco di mettermi nei loro panni ma non trovo il senso. Di fatto non costerebbe niente rispondere, ma è proprio per evitare totalmente di interagire. O forse è per autoannunciarsi. Del tipo “li voglio muscolosi perché lo sono anch’io e devono far parte della mia élite”, un po’ come ls cultura del trofeo. Se vado al letto con uno che ce l’ha piccolo i miei amici mi ridono dietro. O al contrario, se mi rimorchio uno che ce l’ha grosso mi invidiano. Potremmo chiamare questa cosa “il trofeismo spinto”.

Ridiamo.

Ringrazio tantissimo Emilio per questa chiacchierata e per essersi reso disponibile all’intervista.

** Monkeys è il progetto a cui Emilio ha lavorato per almeno due anni. Come dice Amazon “è un viaggio alla scoperta dei corpi, della bellezza insita nella loro unicità, nelle storie che questi corpi si portano dietro e che li hanno resi tali”. Per realizzare quest’opera Emilio ha ritratto decine di modelli (twitteri e non) tra cui il sottoscritto. Vi allego l’immagine qui sotto, l’unico caso nella mia vita in cui mi vedrete con gli addominali. Se siete curiosi e volete supportare questo progetto e quelli futuri potete acquistare Monkeys qui.

Dedalus

Streghe comandan l’età

Il reboot di ‘Streghe’ era nell’aria da tempo e, dopo anni di voci incontrollate, finalmente è arrivato.

Quello che vi avevo preannunciato tempo fa su queste pagine, è diventato realtà: il marchio ‘Charmed’ è tornato, ma con tre protagoniste nuove di zecca. Sempre sorelle, con più o meno gli stessi poteri delle loro antesignane, Libro delle ombre, angeli bianchi, demoni, pozioni e tutto il resto.

Delusione oceanica dei fans della serie originale per la mancanza delle sue storiche attrici: Shannen Doherty, Holly Marie Combs, Alyssa Milano e Rose McGowan. La motivazione della loro assenza, fornita dal regista del reboot, Brad Silberling, è questa:

Per diversi anni si è provato a realizzare una ri-messa in scena dell’originale con il cast originale, ma purtroppo nessun acquirente o finanziatore c’ha voluto investire. Indipendentemente da questo reboot. Questa è la dura realtà di questo settore.

Apriti cielo! Tanto è bastato a far infuriare Holly Marie Combs, interprete di Piper Halliwell e a far partire un battibecco via Twitter senza esclusione di colpi!

Secondo la Combs, Silberling mente e lo esorta a dire la verità. La risposta non si fa attendere…

Capito? Il regista controbatte a Holly, chiedendole il vero motivo per cui le protagoniste non si sono mai incontrate dopo la chiusura dello show. E lei, per tutta risposta, lo manda a fanculo.

La Combs chiarisce in seguito la sua posizione con un lungo tweet in cui dice che è ovviamente felice per i posti di lavoro che offre questa serie. Ma che c’è davvero poco di femminista in un team che giudica le originarie attrici ‘troppo vecchie’.

Insomma, la polemica non accenna a placarsi e questo reboot sembra partire già malissimo. Riusciranno le nuove streghette a far dimenticare in un abracadabra le illustri Prescelte?

Certo, farebbe un po’ strano vedere Shannen e co. correre su e giù a caccia di demoni. Non saranno decrepite, ma nemmeno più le ragazzine di un tempo, no?

Pillole stregate! Gli indizi per cui le Halliwell originali sono troppo vecchie per fare le streghe.

1 – Quando devono correre in soffitta per consultare il Libro delle ombre, usano un montacarichi per anziani comprato in una televendita di Cesare Cadeo.
2 – La formula magica più importante del Libro delle ombre diventa quella per eliminare la ricrescita bianca dei capelli e le vene varicose.
3 – Vengono eliminate dal demone Castagna, perchè l’alzheimer fa dimenticare loro gli incantesimi.
4 – Pheobe non può più volare perchè, l’ultima volta che ci aveva provato, la labirintite l’aveva fatta finire in Guatemala, vomitando ininterrottamente nel tragitto.
5 – Quando lanciano un incantesimo, falliscono miseramente. Una legge la formula e le altre due, invece che ripetere, gridano : ‘Eh??’

Quale sarà il prossimo attacco? Non ci resta che sederci e aspettare..

Intanto, ecco il tanto discusso trailer del reboot con le nuove protagoniste. E voi che ne pensate??

Sciaouz!

Tracio

Vittime di omofobia

Questo post nasce dalla recente aggressione omofoba avvenuta a Roma (http://www.ilpuntoh.com/nuova-aggressione-omofoba-a-roma-tiburtina/). Oggi parliamo un po’ di omofobia. Sit back, relax and enjoy your flight.

Chi non fa parte di una minoranza forse non può capirlo fino in fondo. Certo, capita di essere rapinati, malmenati, aggrediti, stuprati. Sono cose che purtroppo nel mondo succedono, ma qual è la probabilità? Per fortuna tutto sommato bassa. Questa però viene incrementata se non rappresenti lo stereotipo di eteronormatività universalmente riconosciuto.

Essere gay vuol dire scontrarsi, prima o poi, con la possibilità di ricevere insulti o peggio. Vuol dire che prima o poi uno che non hai mai visto né conosciuto in vita tua, che per dote cerebrale potrebbe benissimo sostituire il tuo comodino, può permettersi di urlarti che sei un frocio, picchiarti, traumatizzarti fisicamente e psicologicamente. Talvolta senza nessuna conseguenza. Questo perché spesso episodi del genere non vengono denunciati. Altre volte finisce tutto a tarallucci e vino. Anche perché allo stato attuale una legge contro l’omofobia non c’è. Così come è sacrosanto punire il femminicidio, allo stesso modo sarebbe auspicabile che i crimini compiuti solo perché a uno piacciono gli uomini o le donne fossero trattati con la dovuta serietà.

Da parte mia posso dire che tutto sommato ho avuto una vita più facile di molti altri. Mi sono beccato degli insulti, certo, ma non sono mai stato aggredito. Cosa che invece è successa al 12% delle persone che hanno votato al mio sondaggio.

In privato alcuni mi hanno scritto raccontandomi le loro storie. Chi ha passato un’adolescenza infernale per via dei bulli che lo prendevano di mira, chi ha subito violenze fisiche da parte di familiari o sconosciuti per strada. Una persona in particolare mi ha raccontato una storia complessa, toccante, gretta, assurda, pesantissima a livello psicologico. Per rispetto della sua privacy non la condividerò, nemmeno in parte, ma sappiate solo che rappresenta ancora una volta un esempio di quanto noi gay non siamo tutelati.

In questo post ho deciso di far parlare i twitteri, limitandomi a riportare i loro commenti al sondaggio. Perché le loro parole valgono più di ciò che potrei esprimere scrivendo. Perché i pochi caratteri di un tweet sono solo la punta dell’iceberg di una situazione molto più grottesca. Perché per ogni persona che a distanza di anni ne parla serenamente ne esistono tante altre che non hanno mai superato il trauma e l’umiliazione.

 

Dedalus