Categoria: diario di piccolo pegaso

Come PokemonGo ti fa conoscere sconosciuti.

Sembrava una giornata tristissima, una di quelle partite nel peggiore dei modi, quando ti svegli distrutto, cesso, ti guardi allo specchio e vorresti strapparti la pelle di dosso, malaticcio, con un accenno di febbre, caldo insopportabile senza sfogo, sudaticcio senza forze, con una marea di cose da fare, ma con nessuna intenzione nè alcuna ambizione di fare nulla.
Una giornata di merda per capirci.
É andata avanti così fino a sera, quando mi sono costretto, con il briciolo di forza vitale rimastomi ad uscire di casa e far vedere al mondo il mio stato pietoso nonostante tutto.
Comincia così un pezzo di viaggio attraverso la città e nel frattempo avvio PokemonGo perché non se sa mai becco qualche Pokemon figo nel frattempo.
Aspettavo mi raggiungesse il mio ragazzo all’uscita della metro, dove, la genialità di alcune aziende, ha disposto dei caricabatterie indispensabili per dipendenti da smartphone come il sottoscritto, e, proprio lì attivo il Pokestop per rendere fruttuosa l’attesa senza annoiarmi.
Tempo due minuti al massimo e cominciano ad avvicinarsi gruppetti di ragazzi muniti di cellulare, con fare circospetto un po’ indifferente, come a studiare la situazione e l’ambiente circostante.
Ci fissiamo con sguardo attento, aspettando quel segnale che renda chiaro il motivo della vicinanza non ricercata.
E poi “C’È BULBASAUR!”
All’istante il ghiaccio è rotto e come un gruppo di conoscenti da lungo tempo ci ritroviamo a condividere quei pochi metri senza più alcuna diffidenza.
Una ragazza, dal chiaro aspetto della nerd incallita, persino si avvicina e chiede con aria seccata “Ma a voi ora funziona? ‘Sti server non vanno”.
Parte una lunga discussione su tutta una serie di questioni legate al gioco, gli orari, i tempi, i server, il lavoro, l’ufficio.
Nulla di così strano in fondo, solo persone che chiacchierano sotto il Colosseo.
Io invece sono restato alquanto stupito da una situazione piuttosto bizzarra, quale poteva apparire agli occhi di un esterno osservatore, vivendo ormai in un’epoca in cui i contatti con gli sconosciuti sono ridotti al minimo o filtrati attraverso gli schermi dei dispositivi che abbiamo tra le mani.
Ed è vero.
Mai e poi mai mi sarebbe venuto in mente di rivolgere la parola a quella ragazza così stramba a prima vista.
E di sicuro nè lei, nè i suoi amici sarebbero venuti a chiacchierare con me solo perché di passaggio lì vicino.
Quindi sì, forse è vero che il boom di questa applicazione ha trasformato gran parte della gente in rincoglioniti che girano per le città fissando lo schermo più del solito convinti di vivere in una realtà parallela, ma di rimando, forse, a parte i chilometri che costringe a fare per far schiudere quelle stramaledette uova (raga altro che palestra), può in certi casi diventare un’occasione social live, per ricordarci come interagire con altre persone, usando anche le parole pronunciate a voce guardandosi negli occhi, oltre che digitarle o registrarle ormai così meccanicamente che di rimando risultiamo più inespressivi di Nicole Kidman e i suoi trascorsi con il botulino.

Ecco c’è Squirtle mi serve per farlo evolvere, addio e…Gotta catch’em all!

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Harry, test Hiv live su Facebook.

Esiste qualcosa di più odioso delle dirette Facebook random, principalmente inutili, espressioni in sequenza, pose e “Ciao tizio, ciao Caio, sei carinissima, grazie, Graziella e grazie al cazzo”?

Probabilmente no, ma, a quanto pare, personaggi politici di spicco ne fanno uso regolare per “avvicinarsi” al popolo e renderlo partecipe.

“Questa è Roma…una parte di Roma” con lacrimuccia al seguito dal balcone del Campidoglio che affaccia sui Fori hanno reso per me Virginia Raggi la nuova Sophia Loren.
Dramma e sentimento per il nuovo sindaco del “O si cambia tutto o tutto rimane come è sempre stato”…AH!

Ma anche oltremanica, nonostante contengano a dire che “Levateve, Noi semo mejo” con tanto di ufficializzazione #Brexit, non sfuggono alla tentazione del live su Facebook per arrivare al popolo.

Che c’è di meglio di un video in diretta da una sala prelievi per sensibilizzare al test preventivo HIV!

Nulla secondo il Principe Harry (pensieri zozzi) che, continuando a seguire le orme della mamma Diana, porta avanti una campagna di sensibilizzazione e lotta contro la diffusione dell’ HIV, i cui nuovi casi nel Regno Unito (forse ancora per poco) sono circa 6000 l’anno.

Quindi bè forse dovrò ricredermi sull’inutilità dei live sui social.
Bravo Harry, e mi raccomando fare il test è importante e non costa nulla, un pizzico d’ago ed è fatta.
E se proprio con l’ago non potete farcela esistono metodi alternativi meno traumatici.

Detto questo, magari le dirette sul vostro risveglio o sulla vostra noia, ecco, ce le risparmieremo con estremo piacere perché in fondo non ce ne frega un…quante volte l’ho scritto cazzo?

http://youtu.be/mkoF5Vy4yOY

LET’S OPEN OUR WORLD!

LET’S OPEN OUR WORLD.

Mi rendo conto di vivere in un periodo storico estremamente contraddittorio, in un mondo sempre diviso tra il desiderio di unione globale e, nonostante questo, perennemente in conflitto perché incapace di superare le tante differenze.

Ma se provassimo a mettere in discussione proprio le basi di ogni possibile differenza?
“Would you dare to question who you really are?”
Saremmo pronti a mettere in dubbio il nostro DNA, le nostre origini, le nostre certezze?

Abbiamo mai davvero pensato che forse le nostre radici non sono poi solo quelle che conosciamo o che proviamo a ricostruire giocando sulle mozioni scolastiche dei libri di storia?

Eppure nel nostro sangue, in ogni nostra singola cellula potremmo trovare un intero mondo, letteralmente.

Si potrebbe scoprire che il nostro attaccamento ad un colore, ad una terra, ad una lingua, sono solo il risultato finale di un viaggio genetico iniziato molto, molto, molto lontano da dove a noi piace riconoscere la nostra appartenenza.

In un contesto storico come quello odierno una riflessione del genere risulterebbe quasi rivoluzionaria.

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Pensate voi se un esemplare umano, uno a caso riconoscibile a tutti, Matteo Salvini, scoprisse che nel suo DNA in buona percentuale c’è dell’Africa.
Dovremmo preparare i sedativi.

Pensate se una vostra mappa genetica vi legasse a luoghi così lontani che forse nemmeno sapreste ritrovare su una cartina geografica.

Provate ad immaginare se tutti i confini che conosciamo, da quello familiare a quello nazionale, cadessero all’istante perché abbiamo più mondo dentro di noi, di quello che ci siamo costruiti per sentirci al sicuro.

Quanti cugini lontani scopriremmo sparsi da un Polo all’altro?

Questo il messaggio lanciato da Momondo, un motore di ricerca voli low-cost danese, con l’ultima campagna.

LET’S OPEN OUR WORLD…A DNA JOURNEY!

Siamo tutti diversi, è vero, siamo tutti unici, verissimo, ma se il nostro DNA ci dicesse che invece siamo più “bastardi” di quello di cui noi siamo convinti?

Lo fareste questo viaggio?
Accettereste la risposta?
Partireste per visitare i vostri luoghi della genetica?

Io non vedrei l’ora!

Intanto emozionatevi con questo video.

ENJOY <3

 

About Brexit.

Sarà che mi è stato insegnato fare così, sarà che ho avuto dei maestri particolarmente strani nella vita, ma non riesco, me ne rendo conto, non sono proprio in grado di accettare per buona una qualsiasi considerazione solo per principio.

Ho letto oggi di esaltatori della democrazia diretta, felici per la scelta degli inglesi, non necessariamente per la scelta in sè, ma per essersi serviti di uno strumento di libertà.

Bene, condivisibile, però nello stesso istante in cui ho letto queste parole mi è venuto da pensare.

Se la democrazia fosse una robetta semplice di scelta popolare perché abbiamo dei parlamenti, dei governi e dei giuristi a guidarci?

È stata una scelta libera di volontà del popolo certo, ma in un contesto storico in cui si cerca di lavorare per creare una Unione forte, che esuli dal fattore economico, perché in un determinato confine quella libertà popolare di decisione deve superare la mia libertà di poter stare lì, mettendomi in condizioni di sentirmi straniero, in un territorio geografico, anche più ampio, all’interno del quale sono stato cresciuto, ed educato per sentirmene parte?

I dati anagrafici sui risultati del referendum sono chiari.

Sono nato nell’anno in cui fu raso al suolo il muro di Berlino, l’ho letto e imparato sui liberi di storia, cominciava, si dice, un periodo migliore, in cui il mondo si impegnava a cooperare per evitare accadessero nuovamente le mostruosità di pochi decenni prima.

Sempre sui libri di storia ho letto come ci si è arrivati, in quei decenni, a causare la catastrofe.

Non sto facendo Nostradamus sia mai, riflettevo solo su come chiudendosi, in passato, ed esaltandosi, dall’interno i vari mondi siano poi collassati.

Possiamo anche continuare a dirci che l’Inghilterra è sempre stata fuori dall’idea di Unione per la sterlina e robe economiche nelle quali non entro in merito, ma basta poco, basta leggere o ascoltare chi ci vive, per capire che non si è votato sulla sterlina, ma sull’accento con cui quella lingua, ormai universale, viene pronunciata in madrepatria.

IraQueer, gay e sopravvivere in Iraq.

Sicuramente tutti, o comunque la maggior parte di voi, hanno chiara in mente la situazione difficile e confusionaria in cui versa da lungo tempo il Medio Oriente, chiara al punto che oggi l’idea generale è che da quelle parti ci sia solo la Siria e l’ISIS.
Ci stanno è chiaro, ma tornando indietro di qualche anno, prima che la Siria andasse così di moda, conoscevamo anche l’Iraq.
Iraq che un tempo era un fermento culturale continuo, Baghdad la città dei sogni, finché religione e dittatura l’hanno portata al declino e come è andata a finire lo sappiamo.
Ma ora, che cosa vuol dire vivere ora in Iraq, anzi essere omosessuale e vivere in Iraq?
Sapremmo dare una risposta se pensiamo a cosa ne fa l’ISIS degli omosessuali e anche solo presunti tali, e, per essere precisi lo Stato Islamico ha, dal 2014, invado anche dei territori nella zona occidentale dell’Iraq, ma nel resto del Paese?
Nel 2005 diventa una Repubblica parlamentare federale islamica, e infatti poco dopo l’Ayatollah Ali al-Sistani emana un decreto secondo cui gay e lesbiche vanno uccisi.
Il Governo non hai mai rilasciato dichiarazioni al riguardo, fino al 2015, quando, nel rapporto alle nazione unite, ha dichiarato crimine essere omosessuali in Iraq.
Questo vuol dire che squadroni di polizia arrestano, torturano, ammazzano chiunque venga scoperto o sospettato omosessuale, da atteggiamenti, modi di fare, mancanza di moglie.
Le famiglie stesse li allontanano da casa, viene vietato loro l’accesso alle strutture di istruzione e assistenza medica.
Vengono esclusi dalla società, arrestati e uccisi.
Da qui parte la storia di iraQueer, associazione gay clandestina con base in Svezia, che cerca di aiutare le persone omosessuale a sopravvivere in questo Iraq.

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Il fondatore Amir Ashur vive ora in Svezia, dove è arrivato come rifugiato, e da lì coordina un gruppo di circa quaranta persone in Iraq che, sfruttando app come Grindr, restando anonimi anche tra loro e facendo convergere e muovere informazioni e direttive direttamente dalla Svezia per non incappare nel controllo del Governo, lavorano sul campo per supportare e cercare di salvare ragazzi e ragazze omosessuali iracheni.
Amir dall’Europa cerca di dare visibilità alla situazione irachena e allo stesso tempo cercare il supporto dei Paesi che promettono di accogliere i rifugiati omosessuali in fuga dalla morte, ma che spesso durante il processo di accoglimento, vedono respinta la loro domanda con l’invito ad “adattarsi alle direttive del proprio sistema governativo”.
È sempre Amir a denunciare a Londra, in occasione del “World Refugee Day” organizzato da UKLGIG (associazione inglese per rifugiati e richiedenti asilo gay), come anche i Paesi europei più ricchi sfruttino l’arrivo di rifugiati e le richieste di asilo per ottenere fondi anche quando le casse statali sono in grado di sostenere le spese.
Con IraQueer cerca di garantire una minima assistenza sanitaria per i gay sul posto, ma molto spesso i pochi medici che accettano di non negare le cure, chiedono di essere pagati fino a tre volte per normale una prestazione.
La speranza di Amir è che l’Europa e il resto del mondo vedano e comprendano la realtà che gli omosessuali sono costretti a vivere ogni giorno a Baghdad e nel resto del Paese, e che vengano prese sul serio in considerazione le richieste d’asilo di iracheni omosessuali perché rispedirli indietro sarebbe come condannarli a morte.
Che la comunità gay non si fermi a piangere e poi sostenere solo le vittime di tragedie come quella di Orlando perché le vive da vicino, ma faccia qualcosa anche per chi vive in Medio Oriente, che non si concentri solo sull’aspetto religioso della persona che ha davanti, perché musulmano o orientale non vuol dire automaticamente pericoloso.

#JesuisTutto ma non gay! (Orlando)

7 gennaio 2015 #jesuisCharlie
13 novembre 2015 #jesuisParis
22 marzo 2016 #jesuisBruxelles

12 giugno 2016 Orlando, al Pulse restano uccise 49 persone, online si scatenano gli hashtag di sostegno alle vittime, alle famiglie e ai superstiti, la notizia fa il giro del mondo, ma qualcosa è diverso.

Il Pulse è un club LGBT.

Lo squilibrato che ha causato tutto questo pare sia stato scatenato da un fastidio provato in passato avendo visto due uomini baciarsi.

Non è stata una scelta causale, ma un voler attaccare un luogo e colpire quanti più omosessuali, uomini e donne, possibile.

Questo è diverso.

#prayforOrlando hanno detto.

E chi cazzo devo pregare?

Quale dio esattamente?

Quello che mi hanno scatenato contro i sostenitori della fede dicendo che è stato tutto un suo disegno ed è stata giusta la morte di quelle persone per purificare il mondo?

Lo stesso dio di quelle madri di famiglia che hanno elevato ad eroe l’ssassino e, mi chiedo, fossero morti i loro figli?

Lo stesso dio di quei pastori delle Chiese che hanno benedetto la strage?

Lo stesso dio di chi, invece di condannare il gesto di uccidere, condanna un bacio perché può causare il crollo nervoso di uno squilibrato?

La stessa Italia sconvolta da quegli attentati, stavolta debolmente riesce ad accettare di dover ripetere GAY ogni volta che fa riferimento ad Orlando.

Oh regá già che se stava a parlà del Gay Pride a Roma, mo pure con Orlando sei froci hanno rotto il cazzo!

E ho sempre sostenuto il dovere di essere forti e andare avanti senza farsi spaventare da questi eventi, ma l’Europa stessa, non ha trovato un minuto per essere Orlando sul campo di calcio.
Vabbè che poi giocava l’Italia quindi mejo senza pause no?!

#jesuisgay manco a parlarne, dai te pare che semo froci!

#jesuisOrlando no perché fa troppo lobby gay poi!

#prayforOrlando si, perché essere Charlie va bene, ma non sia mai che Charlie è gay!

Pensando ad Orlando.

Ad Orlando cinquanta persone restano uccise durante una serata al Pulse.

Ad ammazzarle un uomo, che si pensa legato al terrorismo islamico di matrice radicale religiosa.
Il padre però dichiara sia stato il culmine atroce di un odio generato dal fastidio per aver visto due uomini baciarsi pochi mesi prima.

Il mondo è sconcertato, sui social il sostegno per la comunità LGBT è tanto, a livello internazionale.

#standwithorlando #prayfororlando

Poche ore prima a Roma si stava svolgendo il Gay pride.
Io ho preso parte alla parata col mio ragazzo, i miei amici, le persone che mi vogliono e a cui voglio bene.
Finito il corteo, mentre ci avviavamo per rientrare, trovandoci sotto il Colosseo, chiedo ad un mio amico di scattarci una foto.
Mi è saltato in braccio, ci siamo stretti e, quasi scordandoci della foto e del resto, ci siamo baciati.
Guardare quella foto mi ha reso felice, la trovavo bella e l’ho pubblicata perché volevo condividere quel momento, mi sentivo fortunato ed orgoglioso.
Ci vedo quello che la giornata del Pride rappresenta per me, l’orgoglio e la naturalezza di poter essere chi sono, per strada, in mezzo al resto della gente.

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E lo stesso messaggio è quello che ci hanno visto in tanti, e che evidentemente è stato trasmesso da quel gesto, così normale e quasi banale, ma a quanto pare anche tanto potente.

Potente perché ha toccato la sensibilità di un po’ di persone che si sono dette infastidite, se non addirittura vicine al ribrezzo, dal vedere due ragazzi baciarsi, due uomini.
Per tanti motivi, da chi solidamente ancorato al senso del pudore, a chi saggiamente acclama la giustizia della figa contro lo schifo dilagante dei froci che si baciano ovunque e, alle repliche, si è invocato il sacrosanto diritto di libertà di opinione e di pensiero a legittimare la sensazione dichiarata di schifo provato a quella visione.

Sarà lo stesso schifo che avrà provato il killer del Pulse quando vide quei due baciarsi a Miami?
Probabilmente anche lui si sentiva legittimato nel pensare fosse sbagliato e vomitevole che due maschi potessero baciarsi.
Probabilmente si, per questo, esasperato, avrà pensato di poter liberare il mondo da un po’ di schifezze e ripulirlo.
Ha ucciso.
Quei ragazzi e quelle ragazze che ora sono morti erano la figura del suo schifo.
Ha ucciso e allora quello schifo è diventato sbagliato?
Non più liberamente legittimo?
Ha ucciso e allora quello schifo è diventato qualcosa, qualcuno per cui piangere, per cui pregare, per cui donare il sangue, per cui provare dolore.
Quello schifo sono diventate di nuovo persone, non più solo omosessuali, ma persone.
Non più schifo, ma persone.

Allora mi chiedo perché vi ha fatto così schifo guardare un bacio.

Un bacio gay.

Uno schifo che fa ribrezzo.

Devono morire 50 persone ad ogni bacio perché quello schifo si trasformi in qualcosa di buono per cui provare delle emozioni?

Perché alla fine o continuate a dire “schifo” e piuttosto che pregare per Orlando ve andate a fa un cicchetto in onore del Killer, o per come la vedo io, avete la stessa credibilità della scritta “je suis Charlie” sul Pirellone, dopo che le stesse finestre hanno poi recitato “Family day”.

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