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A Tu Per You con il cast di ‘The Boys in the Band’

New York, 1968. In un lussuoso appartamento su due piani affacciato sulla 50th, sei uomini omosessuali organizzano una festa di compleanno per il loro amico Harold. Per dare pepe alla serata, ingaggiano come regalo anche un giovane e ingenuo gigolò. Tutto sembra perfetto, almeno fino a quando alla porta del padrone di casa, Michael, bussa Alan: un suo vecchio compagno di college in crisi con la moglie. Da quel momento, tutto cambia e la serata si trasforma in un vortice di screzi, bevute, battute al vetriolo, confessioni e ripicche, fino ad arrivare a una serie di telefonate che innescheranno un vero e proprio gioco al massacro.

Pietra miliare della cultura LGBT, ‘The Boys In The Band’, opera teatrale del drammaturgo statunitense Mart Crowley, ha da poco festeggiato i 50 anni di vita. Ed è ancora così attuale dall’aver spinto Mr. Ryan Murphy, il papà di American Horror Story, a crearne una nuovissima versione teatrale con un cast da urlo su cui spiccano Matt Bomer (American Horror Story), Jim Parsons (Sheldon Cooper di ‘The Big Bang Theory’), Charlie Carver (Teen Wolf) e la star di Broadway Andrew Rannels (The New Normal).

Un successo da sold out per 15 settimane consecutive e un contratto firmato con Netlfix per l’inevitabile versione televisiva.

‘The Boys in the Band’ ha valicato l’oceano ed è approdato nel Bel Paese, alla corte del papà delle nostre amate Sorelle Marinetti, Giorgio Bozzo, e di Costantino Della Gherardesca

L’attesissimo debutto è fissato per il 13 giugno allo Spazio teatro 89 di Milano, prima di andare su e giù per tutta Italia nella stagione 2019 / 2020. Il tam tam sul web si fa sempre più insistente e noi ci siamo precipitati a conoscere i protagonisti di questa nuova e strabiliante avventura a tinte LGBT.

E allora diamo il benvenuto sul pianeta Il PuntoH a Federico Antonello, Francesco Aricò, Samuele Cavallo, Angelo Di Figlia, Paolo Garghentino, Gabrio Gentilini, Michael Habibi Ndiaye, Ettore Nicoletti, Yuri Pascale Langer e al regista Giorgio Bozzo.

Ragazzi, grazie mille per essere qui con noi! Come siete venuti a conoscenza di questo progetto? E cosa vi ha spinti ad accettare di farne parte?

Samuele (Alan): ‘Oltre che per la curiosità di portare in scena un testo molto interessante, fin dalla prima lettura io mi sono davvero innamorato di questa opera e del mio personaggio. Oltretutto, non mi era mai capitato di portare in scena uno spettacolo composto da 9 uomini.’

Angelo (Emory) : ‘Anche per me. Tralasciando la tematica, andare in scena con 8 uomini, a livello di energia sul palco è una novità. Il testo è molto forte: storico, ma anche attuale. Per un attore è davvero allettante portare in scena un’ opera del genere. Avevo già visto il film molti anni fa e poi, quando ho scoperto che Giorgio Bozzo stava creando il cast per la versione italiana, l’ho visto una seconda volta, sicuramente con occhi diversi.’

Paolo (Harold): ‘Io non lo conoscevo. Mi sono documentato quando Giorgio mi ha proposto la parte. E ho scoperto un testo scritto in maniera eccelsa. Il mio personaggio, poi, ha delle battute memorabili. Ho guardato il film e, dopo esserne stato un po’ spiazzato dalla prima visione, ho capito che ci sono diverse chiavi di lettura. Grazie a Giorgio, mi sono documentato a fondo sulla situazione storica di quel periodo specifico e ciò mi ha arricchito anche dal punto di vista umano, oltre che professionale.’

Gabrio (Donald): ‘Ai tempi della mia collaborazione con le Sorelle Marinetti, Giorgio Bozzo mi parlò di questo progetto con un entusiasmo tale che non potè non coinvolgermi. Quando venni a sapere che voleva portare in scena questa pièce teatrale, lo contattai. E lui mi confessò che aveva già pensato a me. Il testo è talmente bello e potente che è impossibile non restarne coinvolti.’

L’opera originale è del 1968: un anno emblematico per la storia del mondo. Erano più che mai vivi i valori di libertà, amore libero e la lotta per i propri diritti. Essendo tutti voi nati molto dopo quegli anni, come vi siete ‘immersi’ in quell’atmosfera?

Gabrio: ‘Il ’68 è un anno significativo perchè precede di poco i Moti di Stonewall, da cui nacquero i movimenti LGBT. Nel ’68 queste persone subìvano una enorme pressione sociale, che sicuramente c’è ancora, anche se in maniera ridotta. La bellezza di essere un attore è esattamente questa: utilizzare la propria creatività per immergersi in altre epoche. Io parto proprio dalla mia immaginazione e mi chiedo come si sentirebbe Gabrio in quelle circostanze. Da quella posizione interna, ascolto come reagirei e mi comporterei, e da lì inizio a creare.’

‘The Boys in the Band’ affronta temi delicati, ai tempi estremamente all’avanguardia come la non accettazione, i tormenti sulla sessualità e la paura del tempo che passa. Pensate sia attuale ancora oggi?

Samuele: ‘Assolutamente sì, specialmente in Italia. C’è tanta omertà su questo tema. Soprattutto nelle piccole realtà, più che nelle metropoli. Ancora oggi leggiamo di ragazzini che arrivano a togliersi la vita, schiacciati dai pregiudizi. Ogni personaggio di questa commedia rappresenta le tante sfaccettature dell’uomo, indipendentemente che sia etero o omosessuale. Riguarda tutti noi. Il testo è davvero una bomba.’

Giorgio: ‘The Boys in the Band’ è il primo testo a tematica gay nella storia del teatro. Nonostante quasi tutti i personaggi siano omosessuali, è un’opera che ha una valenza universale: si affronta l’annosa questione di cosa sia normale o cosa non lo sia. E soprattutto racconta di quanto essere schiacciati nella propria personalità porti alla sofferenza. E questo riguarda ogni essere umano. Come ha sottolineato Costantino: nessuno dei protagonisti fa qualcosa per farsi amare. Ma in ognuno di loro c’è una sofferenza in cui il pubblico si riconoscerà.’

Gabrio: ‘Ci ricorda quanto ancora si debba lottare per ottenere diritti che spettano a tutti gli esseri umani. Che le conquiste di oggi sono figlie di grandissime lotte e sofferenze. E sopratutto che non bisogna dare nulla per scontato, che siamo tutti connessi, indipendentemente dalle etichette, perchè siamo esseri umani, seppur ognuno con le proprie unicità, ma siamo comunque tutti meritevoli degli stessi diritti.’

Tra questi personaggi si respira una grande voglia di libertà. Quanto pensate possa influire sul pensiero comune un’ opera come ‘The boys in the Band’, soprattutto in questo periodo storico?

Federico (Larry): ‘In questo spettacolo emerge la difficoltà di separare ciò che sei tu e ciò che il Costume e la Società ti hanno cucito addosso. E’ emblematico il personaggio di Michael: cattolico, conservatore e omosessuale. Quale è quello vero e quale quello modellato dall’educazione e dallo stile di vita? Questo spettacolo è una lente di ingrandimento su degli uomini che lottano fra la libera espressione e ciò che il mondo si aspetta da loro.’

L’omosessualità è stata rappresentata in tantissimi modi differenti sugli schermi: dal torbido ‘Cruising’ con Al Pacino (dello stesso regista di ‘Festa per il compleanno del caro amico Harold’, William Friedkin), passando per ‘Beverly Hills 90210’ e ‘Melrose Place’ fino ad arrivare ai gioiosi Mitchell e Cameron di ‘Modern Family’. Essendo nati prima di tutti e tornando alla ribalta in questi mesi, che tipo di gay dobbiamo aspettarci da ‘The Boys in the Band’? Vi siete ispirati a qualche vostro predecessore famoso?

Giorgio: ‘Il concetto che sta alla base di ‘The Boys in the Band’ è che la rappresentazione che viene mostrata è una autorappresentazione. Mart Crowley era un omosessuale che, in maniera incredibilmente coraggiosa, ha scritto quello di cui sapeva. Quando, nel 1967, propose la stesura definitiva alla sua agente, lei gli rispose che sarebbe stato un suicidio per la sua carriera. La sua è una autorappresentazione estremamente autocosciente.’

Yuri (Cowboy) : ‘Io interpreto Cowboy, un ingenuo gigolò affittato come regalo di compleanno per il festeggiato. E’ il personaggio più candido e dolce, un po’ la cartina tornasole della ferocia degli altri. Una battuta emblematica che definisce Cowboy è quando mi viene detto: ‘Vai a metterti là con gli altri regali.’

Angelo: ‘Il mio personaggio, sulla carta, è facilmente ispirabile. Insieme ai miei colleghi, ho cercato di non ispirarmi a qualcuno. Questo testo è talmente potente che non serve andare a cercare escamotage per salvarsi. Ti salvi solo se sei coerente con quello che leggi. E il bello è cercare la propria normalità. Ti assicuro che è decisamente più stimolante che ispirarsi a qualcuno.’

Avete apportato qualche cambiamento per questa nuovissima versione italiana?

Giorgio: ‘Non particolarmente. Io e Costantino abbiamo cercato di rendere il testo più fluido e gergale possibile. Abbiamo fatto un lavoro sulla lingua, modernizzando dei termini oggi obsoleti come pederasta o invertito. Per noi è a tutti gli effetti uno spettacolo in costume. E’ ambientato a New York nel 1968, l’editing di questo spettacolo è 100 % fedele alla ripresa del 2018 di Broadway ad opera di Ryan Murphy. Non amo molto le alterzioni. La fedeltà all’opera originale prima di tutto. E vedrete la sua incredibile modernità.’

Se potessi scegliere un altro personaggio di ‘The Boys in the Band’ da interpretare, quale sceglieresti e perchè?

Gabrio: ‘Direi Michael, perchè a livello attoriale è una sfida davvero ardua. Ma mi piacerebbe interpretare anche Larry.’

Angelo: ‘Sicuramente Larry! Ma trovo estremamente interessante anche Hank.’

Michael (Bernard): ‘A me piacerebbe sicuramente Emory.’

Samuele: ‘Ti dirò che Emory è davvero molto interessante. Ma mi sono già talmente affezionato al mio, che non mi vedrei nei panni di nessun altro.’

Paolo: ‘Io il polo opposto, a questo punto: Michael.’

Se ti trovassi nella situazione del tuo personaggio, per chi sarebbe la tua telefonata?

Ettore (Hank): ‘Io ho avuto la fortuna di dire ti amo a tutte le persone che ho amato. Forse farei una telefonata a me stesso. E mi direi : ti amo.’

Michael: ‘Io chiamerei la mia prima ragazza, il mio primo amore.’

Gabrio: ‘Seguirei l’esempio del mio personaggio, Donald, ovvero evitare di partecipare a questo gioco al massacro!’ (ride)

Angelo: ‘E’ una domanda a cui faccio fatica a rispondere. Forse mio padre.’

Paolo: ‘Anche io chiamerei mio padre’.

Francesco (Michael) : ‘Anche io chiamerei suo padre!’ (ride)

Samuele: ‘Io credo chiamerei il mio psicanalista. Soprattutto in questo momento della mia vita, in cui sono molto emotivo. Ciò mi sprona ancora di più a buttarmi su questo testo. E’ un processo quasi catartico. Io e Alan abbiamo molte cose in comune.’

In una parola: perchè ‘The Boys in the Band’ va assolutamente visto??

Giorgio: ‘Perchè non ci racconta solo quello che eravamo, ma anche quello che potremmo tornare a essere. Nella Società di oggi, molto compressa e chiusa, ‘The Boys in the Band’ è una boccata d’aria fresca, perchè ci mostra la condizione degli omosessuali nel 1968. Oggi abbiamo ottenuto molti più diritti, ma potrebbero venirci tolti rapidamente. E’ bene ricordare da dove siamo partiti e quanta strada abbiamo fatto, anche con dolore.’

Gabrio: ‘Perchè, indipendentemente dall’importanza del tema sociale che mette in scena, è una pièce teatrale di livello eccelso, poi diventata un film. E sono curiosissimo di vedere la versione per Netflix a cura di Ryan Murphy. E’ un’ opera davvero coivolgente, divertente, spregiudicata e drammatica. Tutto questo e molto, molto altro!’

Grazie a tutti, ragazzi, non vediamo l’ora di vedervi sul palco!!!

Torno a casa riascoltando più di un’ ora di chiacchierata e confessioni con questi splendidi ragazzi. Sono stati molto generosi con me e io spero di esserlo stato con voi lettori.

‘The Boys in the Band’ va visto. Perchè è intenso, spudorato, divertente, sarcastico e feroce.

Proprio come la vita.

Sciaouz!

Tracio

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Biglietti: www.vivaticket.it/ita/event/the-boys-in-the-band/124005

EltonJohn-taronegerton

Ecco le prime immagini del biomovie su Elton John

Taron Egerton interpreta il ruolo dell’iconico Elton John nel nuovo film sulla vita del cantante.

 

Il primo trailer per il biomovie “Rocketman” di Sir Elton John è stato finalmente pubblicato, e non vedevamo l’ora di condividerlo con voi.

Il film che è stato già soprannominato come “una fiction che restituisce la vera realtà dei fatti”, segue la vita del cantante – Sir. Elton John, dai suoi anni prodigiosi alla Royal Academy of Music attraverso la sua influente e duratura collaborazione musicale con Bernie Taupin.

Il trailer mostra la fama del cantante, ma segue anche la sua turbolenta battaglia con le sue varie dipendenze, e giudicando dal trailer, il film sembra essere un successo tra i fan di Elton John.

Un plauso anche all’attore Taron Egerton – che interpreta il ruolo di Elton John – che nella pellicola indossa numerosi

Lo scienziato cacciatore va in vacanza

Quasi agosto, tempo di andarsene in vacanza e di staccare un po’ la spina da tutto lo stress accumulato durante l’anno. Poi a settembre si ricomincerà a stare dietro al lavoro, agli impegni, alla palestra. Nel frattempo anche Dedalus si prende una pausa dal blog e coglie l’occasione per fare il bilancio di un anno di Punto H. Sit back, relax and enjoy your flight.

Nell’arco di questi mesi abbiamo affrontato diversi argomenti e nelle maniere più disparate. Sotto molti sondaggi ci sono state discussioni anche accanite, ma questo dimostra che esistono tematiche che le persone hanno a cuore. Una su tutte la prevenzione dalle MTS, reale cruccio di tutta la comunità LGBT. Mi sono ritrovato a parlare con persone dubbiose, spaventate, incazzate ma anche combattive, positive e propositive. Le malattie trasmissibili sessualmente, l’HIV e la PrEP interessano tutti direttamente e indirettamente e in questo periodo abbiamo ben constatato che in certi casi manca l’informazione minima, in altri manca l’informazione di cui avremmo bisogno.

Le interviste ci hanno permesso di conoscere da vicino realtà diverse dalla nostra, come nel caso del cuckold. Se ve lo state chiedendo lui e il suo compagno sono ancora innamorati e si danno ancora alla pazza gioia. Abbiamo anche conosciuto le storie di Luka (per inciso, Salvini ancora non l’ha censito) e Aaron Green (che espande il verbo dei puppies in ogni dove). Si è discusso anche di fat-shaming, slut-shaming e penis-shaming con Emilio e abbiamo capito quanto possano essere diverse le proprie percezioni e come ci si possa accorgere di commettere degli errori pur essendo in buona fede.

Ancora, si è parlato di un progetto [LOBBIES ndr] che ha raggiunto l’obiettivo su Kickstarter e i ragazzi, dopo tanti sacrifici, ne sono entusiasti. Anch’io da parte mia sono contento che ci siano riusciti; come vi dicevo le buone idee vanno sostenute.

In questi mesi però la soddisfazione più grande è stata quella di ricevere molti messaggi, soprattutto su Twitter, di persone che hanno letto i miei articoli e si sono sentite in qualche modo arricchite. Un ragazzo ha confessato al suo migliore amico di essere sieropositivo, un altro si è convinto a prenotare un aereo per partecipare al Folsom a settembre. Qualcuno mi ha fatto i complimenti per aver dato spazio a diverse realtà e a diversi modi di pensare, altri mi hanno insultato perché non la pensavano come me. In ogni caso mi ha fatto piacere leggere e leggervi.

Ora mi prendo una pausa dal blogging, ma resterò a rompere i coglioni su Twitter. Best regards!

Dedalus

Israele introduce la maternità surrogata, ma non per le coppie same-sex

Questa estate in Israele, già nell’occhio del ciclone per la cosiddetta “Legge degli ebrei per gli ebrei” di questi giorni, c’è un altro tema caldo: la maternità surrogata. Nel Knesset [il parlamento monocamerale di Israele NDR], infatti, è in discussione una proposta di legge per introdurre nel Paese la maternità surrogata. In questo modo Israele si allineerebbe agli Stati Uniti e ad una manciata di Paesi europei.

Amir Ohana, parlamentare del Likud [il partito di destra liberale] aveva proposto un emendamento per includere le coppie dello stesso sesso nella proposta di legge, cosa che ha incontrato la dura opposizione degli esponenti religiosi e del Parlamento stesso, oltre che del Comitato per il lavoro, il welfare e la salute afferente al Knesset. Ohana ha quindi lamentato la disparità esistente nel disegno di legge, che includerebbe le madri single ma non i padri single.

Anche il Primo Ministro, Benjamin Netanyahu, ha supportato Ohana schierandosi a favore dell’inclusione dei padri single. Da parte loro i partiti di maggioranza e quelli religiosi temono che l’inserimento favorirà comunque l’accesso delle coppie gay alla maternità surrogata.

Attualmente la legge prevede che una donna possa dichiararsi favorevole ad assumere il ruolo di portatrice per una coppia (o per una madre single) che desidera un figlio. La coppia in questione deve essere specificamente formata da un uomo e da una donna regolarmente sposati. Inizialmente era previsto un limite di due bambini e un limite di età di 38 anni, mentre un nuovo emendamento estende a cinque il numero massimo di gravidanze e a 39 anni il limite di età.

L’estensione della maternità surrogata anche alle coppie gay, o quantomeno ai padri single, consentirebbe a molti israeliani di evitare il “turismo da GPA” che obbliga le famiglie a spendere centinaia di migliaia di dollari e sperare che la procedura sia priva di intoppi. Le associazioni LGBT sono scese in strada per protestare contro l’esclusione delle coppie same-sex e la battaglia si preannuncia molto dura, dato che i partiti religiosi hanno molta influenza all’interno del Knesset.

Il Punto Seriale – Modern Family

La famiglia allargata più famosa e divertente della tv, saluterà definitivamente tutti noi nel 2019: ‘Modern Family’ chiude i battenti con la stagione numero 10. Un traguardo eccezionale di questi tempi, in cui molte serie nascono e muoiono nel giro di tre anni.

Settembre 2009. Netflix non era ancora la potenza che è oggi e il mondo delle serie tv, dopo le chiusure di ‘Friends’ e di ‘Will & Grace’, contava solo due colossi delle commedie: ‘The Big Bang Theory’ e ‘How I Met Your Mother’. Entrambi raccontavano le avventure di nuclei di amici. C’era, quindi, uno spazio libero nel cuore del pubblico: ci voleva una famiglia. Ma qualcosa di nuovo. Non una tipo ‘La casa nella prateria’, ‘Otto sotto un tetto’ o ‘I Robinson’. Le famiglie allargate erano già una realtà, bisognava rappresentarle.

Ecco che, allora, Steven Levitan e Christopher Lloyd decidono di raccontare, per il canale ABC, la storia di un uomo: Jay Pritchett. Jay ha superato la mezza età, è un burbero e facoltoso imprenditore di armadi e si è appena risposato con Gloria Delgado, una bellissima donna colombiana, molto più giovane del marito. Con lei c’è anche il figlio Manny, un bambino molto saggio e posato, tendente al nerd.

Ma non è finita qui. Jay ha due figli adulti. Claire è la primogenita, nevrotica e totalmente dedita alla famiglia. Il marito Phil Dunphy è un agente immobiliare con un passato da cheerleader, sognatore e con un carattere entusiata e genuino, perfetto contraltare della moglie.

La coppia ha tre figli: Haley, vanitosa e frivola. Alex, secchiona e saputella. E il piccolo Luke, sagace e molto molto tonto. L’altro figlio di Jay è Mitchell, avvocato ambientalista omosessuale tanto sicuro sul lavoro, quanto imbranato nella vita privata. Vive con il compagno Cameron, eccentrico e teatrale con una propensione al dramma. I due hanno appena adottato la piccola orfana vietnamita Lily, che diventa immediatamente la mascotte del clan. Et voilà: eccovi servita la famiglia moderna!

Con l’originale narrazione stile ‘mockumentary’ (ovvero in cui i protagonisti rilasciano delle interviste alternate alle loro avventure) parte, così, una delle commedie più di successo del decennio. ‘Modern Family’ ha portato con gioia, nelle nostre case, le storie di tutti noi. Perchè è davvero impossibile non riconoscersi nei caratteri di almeno uno dei protagonisti, se non un po’ in tutti.

Chi non è un po’ un orso dal cuore d’oro come Jay? Chi non si è mai sentito sensibile e incompreso come Manny? Chi non ha mai pensato di essere troppo maniaco del controllo come Claire? Potrei andare avanti per ore, perchè ogni personaggio di ‘Modern Family’ è studiato nei minimi dettagli. E gli interpreti sono uno più bravo dell’altro nel raccontare le avventure di questa strampalata famiglia! Innumerevoli premi di pubblico e critica e cachet stellari hanno trasformato i protagonisti in vere e proprie star. In primis la splendida Sofia Vergara (Gloria) e l’esilarante Eric Stonestreet (Cameron).

Grazie alla moltitudine di personaggi, le storie raccontate sono sempre nuove e mai banali. E le risate sono assicurate a volontà! Ma il vero pilastro di questo clan allargato è solo uno: l’amore. Nonostante le diversità, queste persone si vogliono davvero bene e si sostengono sempre e comunque. Spesso e volentieri muovendosi ‘in branco’, come per seguire una gara di scherma di Manny, piuttosto che il diploma di Alex o per festeggiare la rimozione dei calcoli renali di Phil.

Un concentrato di allegria che, dopo 9 trionfali stagioni, inizia inevitabilmente a rallentare. Così gli autori hanno deciso di chiudere in bellezza e ancora sulla cresta dell’onda. E questo è indice di grande intelligenza. Perchè, onestamente, non c’è cosa più triste di una commedia che, dopo anni di sfolgorante successo, non fa più ridere.

Onore, quindi, a ‘Modern Family’, che ha insegnato a tutti noi quanto sia importante l’amore per la famiglia. Di qualunque tipo essa sia.

Ancora non li conoscete? Ecco un assaggio dell’esplosiva Gloria!

Sciaouz!

Tracio

LOBBIES: il gioco che dobbiamo assolutamente supportare

Vorrei parlarvi di un progetto che a mio parere è assolutamente fantastico. I ragazzi de La Gilda del Cassero di Bologna hanno ideato Lobbies, un gioco di carte a tema LGBTQ che dalle premesse non potrà non far innamorare tutti i nerdini che si nascondono in noi. Messi da parte per una volta i draghi, gli elfi, i cavalieri e le streghe i protagonisti saremo proprio noi e la nostra comunità. Oggi ho intervistato per voi Pietro Guermandi, referente e uno dei fondatori de La Gilda, che si occupa della logistica e delle PR del gioco. Sit back, relax and enjoy your flight.

Che cos’è LOBBIES?

LOBBIES è un gioco di carte prodotto da volontari de La Gilda, un laboratorio ludico che si svolge al Cassero. È un gioco a tematica LGBTQI che fa ironia sulle presunte lobby della comunità (le regole le trovate nel video qui). Da un lato abbiamo deciso di usare, appunto, la sempreverde ironia per prenderci in giro in tutte le nostre sfaccettature e dall’altro abbiamo deciso di utilizzare i nostri valori di volontari (soprattutto del Cassero) attraverso tutto il gioco. Quindi abbiamo cercato di inserire le nostre idee di inclusione e rispetto verso tutti e tutte tentando di non ripetere mai gli stessi sessi, gli stessi generi e gli stessi orientamenti ma dando uno spettro più ampio possibile anche soltanto per essere più inclusivi possibile.

Come e quando nasce il progetto?

L’idea di voler creare qualcosa è sempre stata un pallino di tutta La Gilda perché abbiamo un sacco di risorse intese come fumettisti, gente che sta davvero dietro al mondo delle carte e dei giochi da tavolo. Abbiamo sempre detto: “Cavolo, avremmo gli strumenti”. Dall’altro lato c’era anche questa forte voglia di iniziare a creare contenuti, dato che siamo un gruppo che si affaccia al mondo nerd che, nonostante si creda il contrario, è un modo molto omofobo e sessista che ci ha dato non pochi problemi negli anni. Avevamo quindi questa volontà di creare qualcosa che iniziasse a girare nelle reti che ci eravamo creati.

Un anno fa uno di noi (Andrea Porati, Madlen) se n’è venuto fuori con un gioco di cui non aveva in mente il nome e né le carte, ma aveva l’idea. Quell’idea ci è piaciuta tantissimo e da un anno a questa parte ci abbiamo lavorato perdendoci tempo, anima, soldi, sangue e qualsiasi cosa possibile e immaginabile. Mese dopo mese l’abbiamo cambiata, migliorata, stampata, fino ad arrivare alla versione che abbiamo lanciato adesso su Kickstarter. È stato un percorso molto travagliato, anche perché siamo andati in fiere (soprattutto a Modena) e abbiamo ricevuto delle pesanti critiche.

Quindi il gioco è molto cambiato, ha preso spunto da tutti i consigli che ci arrivavano e alla fine è diventato un ottimo prodotto direi, con molta poca modestia. Siamo riusciti a creare un prodotto dalle meccaniche divertenti, un gioco di carte con un livello di strategia richiesto non banale, che speriamo possa piacere alla comunità in quanto gioco a tematica, ma anche al mondo nerd non LGBT in quanto gioco ben fatto. Quindi speravamo di muoverci su questi fronti anche per riuscire a rompere la dinamica del “non esistono giochi LGBT di carte o da tavolo”.

Se un qualsiasi membro della comunità si mette a giocare se la ride, perché è costruito su un immaginario quotidiano e le carte sono costruite in modi che siamo abituati a conoscere e ci fanno sicuramente ridere. Per esempio possono esserci degli eventi, come una combinazione di carte per giocarsi una discoteca e potenziarla mettendo una dark room e facendo un sex party. Sono quelle cose super sceme che siamo abituati a vedere e che quando giochi ti strappano una risata. D’altro canto la differenza fondamentale è che se togliessimo il nome delle carte, le immagini e la parte di “storia” comunque rimane un buon gioco. Quando lo giocavamo senza tutta la parte di produzione artistica e immaginazione comunque ci coinvolgeva. E questo è un grande punto a favore.

Come attrarresti il pubblico LGBT non nerd? E il pubblico etero nerd?

Al pubblico etero nerd spiegherei sicuramente le meccaniche, quindi l’idea di dover mentire, farsi amici, votare in segreto. Tutte cose che in un gioco attirano molto. Se dovessi convincere una persona LGBT non nerd il punto è proprio che il fatto che questo gioco possa anche solo essere prodotto è importante non soltanto per noi, ma per tutta la comunità. Questo perché anche se sembra una sottocategoria minoritaria e non importante, il mondo nerd è troppo ignorato dal resto delle persone e nessuno si è mai posto queste questioni e questi problemi. E LOBBIES vuole aprire una porta: far sapere che è possibile avere giochi LGBT e trattare questioni di genere. Ma abbiamo bisogno di più gente possibile. Per questo abbiamo messo il progetto su Kickstarter, perché non avevamo più fondi.

 

MOMENTO SERIO: non faccio quasi mai appelli del genere, soprattutto perché nella maggior parte dei casi non credo sia compito mio. Ora, però, mi piacerebbe che tutti noi (LGBT certo, ma anche gli amici etero) aiutassimo questi ragazzi a realizzare il loro progetto. Non solo perché viene dal Cassero, che per l’integrazione e l’inclusione ha fatto molto di più di molte associazioni, ma anche perché a parer mio le buone idee vanno premiate. Anche se uno non è così ricco da potersi permettere di tirare fuori il libretto degli assegni e farlo in due giorni. Anche se uno non è così famoso da ottenere in qualche ora l’audience necessaria per avere pubblicità. Non permettiamo che tutto il lavoro fatto fino ad ora vada in fumo.

Ringrazio tantissimo Pietro per l’intervista. Io ho appena donato per sostenere il progetto. Se vi ho convinti potete fare come me andando qui: https://www.kickstarter.com/projects/1955533818/lobbies-lgbtqi-card-game?ref=509783&token=154462de

Dedalus

 

Milano Pride. Perché noi non siamo invisibili

Il punto H ha seguito per voi anche il Milano Pride. Questa volta il vostro scienziato cacciatore ha faticato moltissimo per trovare qualcuno disposto a farsi intervistare, ma niente paura. Invece della videointervista vedrete il Pride in tutto il suo splendore attraverso le foto.


 

Quest’anno Milano si è letteralmente riempita. Persone da tutta Italia sono venute nel capoluogo di una regione in cui è presente una giunta leghista e i cui comuni sono governati per lo più dalla destra.

 

Attualmente Milano è come se fosse un’isola rispetto al resto della Lombardia, con il Sindaco Sala che crede fortemente nei diritti civili e lo dimostra ogni giorno con parole e fatti. A differenza di molti altri [Virginia, can you hear me?] è stato in prima linea nella parata fino al discorso finale.

Mai come quest’anno la partecipazione è stata massiccia. I negozi, i passanti, i turisti, le persone sui balconi, le associazioni, le aziende. Siamo tutti diversi ma siamo tutti stanchi di essere trattati come se fossimo l’ultima ruota del carro, siamo tutti incazzati perché non vogliamo tornare indietro dopo aver fatto dei piccoli passi avanti.

Tanti colori, tanti costumi, tanta fantasia e tanto simbolismo. Perché noi, cari politici, ve lo vogliamo spiegare in tutti i modi che conosciamo che esistiamo e che meritiamo di essere trattati come tutti gli altri a livello sociale e legislativo.


 

Quest’ultima foto URLA, scuote, fa riflettere. E il Punto H ringrazia Nicola per aver acconsentito alla pubblicazione.

L’Onda Pride è quasi terminato. Tutti, dal primo all’ultimo, speriamo che negli anni a venire non ci sia più bisogno di essere così combattivi, che non importi più se due uomini o due donne si amano, che i figli arcobaleno siano tutelati, che le istituzioni collaborino con noi per ridurre le diversità e non per togliere diritti. Tutti noi ci speriamo. E quel giorno arriverà. Il vostro scienziato cacciatore vi saluta, ché è stata una giornata estenuante. #LoveIsLove

Dedalus