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Maestro gay aggredito da madre e zio di un alunno

Accade a Comasina, un quartiere della periferia di Milano, nella scuola elementare di piazza Gasparri: un maestro di matematica è attaccato dalla madre e dallo zio di uno dei suoi alunni.

Leonardo Lo Ioco, maestro precario di 46 anni che lavora nella scuola da circa un anno, è stato aggredito durante un colloquio privato uscendone con una probabile frattura al setto nasale ed al mento, ma anche numerosi insulti omofobi e minacce di morte: “Mi hanno insultato in tutti i modi, mi hanno minacciato di morte, poi mi hanno preso a pugni. Sono caduto, mi hanno tirato anche calci”.

Israele facilita le adozioni a coppie dello stesso sesso

Israele tutela le famiglie LGBT

L’Alta Corte di Israele ha stabilito che entrambi i genitori di una coppia dello stesso sesso abbiano diritto ad avere il loro nome sul certificato di nascita

La sentenza giunge dopo che  a due papà era stato negato il diritto di essere entrambi citati sul certificato di nascita del figlio

L’Alta Corte di Giustizia israeliana ha stabilito che entrambi i genitori dello stesso sesso abbiano il diritto di essere presenti sul certificato di nascita dei propri figli, e questa è una decisione storica, soprattutto per uno stato dove la corrente conservatrice rabbinica fa molta pressione sulle politiche del Paese.

Secondo il Times of Israel, la sentenza arriva dopo che due uomini hanno adottato un bambinoo e hanno cercato di avere entrambi i loro nomi sul suo certificato di nascita, ma i funzionari del ministero hanno rifiutato.

Quando la coppia ha fatto appello, i funzionari hanno detto che il rifiuto avrebbe potuto  avere complicazioni sia per loro che per il loro figlio in futuro.

Ma mercoledì scorso (12 dicembre), il giudice Neal Hendel – insieme ai giudici George Kara e Meni Mazuz – ha concordato che entrambi i genitori abbiano il diritto di essere sul certificato di nascita ed è stato stabilito che tutto è per il “bene del bambino”.

Hendel ha detto: “Il principio del” bene del bambino “sostiene la registrazione di tutta la sua unità familiare.

“Ciò non ci permette di limitarci a uno solo dei suoi genitori nel certificato di nascita, […] Il contrasto (e quindi il trattamento non paritario) con il processo di registrazione di un bambino adottato da una coppia eterosessuale, che ha il diritto di avere entrambi i genitori inscritti nel proprio certificato di nascita, ricade sia sui genitori di una coppia dello stesso sesso che sui figli da loro adottati”

Amministrazione Trump: sì ai transgender nell’esercito ma solo se non cominciano il processo di transizione

Portati in sede giudiziaria dalle numerose ingiunzioni di giudici e corti di diversi stati membri riguardo al divieto per le persone trans di servire come militare, gli avvocati dell’amministrazione Trump hanno tentato di provare che il divieto non fosse discriminatorio sostenendo che le persone trans possono servire, a patto che non incomincino il percorso di transizione e non abbiano una storia di disforia.

Il Punto Seriale – Baby

Se hai 16 anni e vivi nel quartiere più bello di Roma, sei fortunato.

Il nostro, è il migliore dei mondi possibili.

Siamo immersi in questo acquario bellissimo, ma sogniamo il mare.

Ecco perchè, per sopravvivere, abbiamo bisogno di una vita segreta.

Il fastidio. Altre parole non ci possono essere per descrivere la sensazione principale dopo aver finito di guardare ‘Baby’, nuova serie italiana in onda su Netflix. Ispirata al caso delle squillo adolescenti dei Parioli e pompata in maniera esagerata come se fosse un capolavoro. Salutato come la risposta del Bel Paese ai successi di ’13 reasons why’ ed ‘Élite’ , diciamo subito che sarebbe come paragonare Jim Morrison a Valerio Scanu: sì, il mestiere è lo stesso, ma i risultati stanno su due galassie opposte.

Perchè? Perchè nelle altre due serie si parlava sì di disagio giovanile, bullismo e droga, ma erano storie collaterali che servivano ad adornare dei solidi soggetti (un suicidio in ’13’ e un omicidio in ‘Élite’ ). In ‘Baby’, invece, non succede niente.

Ma andiamo con ordine, partendo dalla trama: Ludovica e Chiara sono del quartiere Parioli, la Roma Bene. Studentesse in un esclusivo liceo privato, si dividono tra sport, feste e qualche marachella all’acqua di rose. Spinte dalla noia e dalla prospettiva di guadagni facili, entrano in un giro di prostituzione. Lo sfondo è la sagra dello stereotipo e del già visto: padri menefreghisti, madri con doppie vite, il figlio gay del preside, il rampollo che spaccia, le sciacquette pettegole e poi corna, spinelli, musica trap, audio di WhattsApp e Instagram Stories come se non ci fosse un domani. Tutto molto piacione, per acchiappare i ‘ggiovani, sbandierando tra gli autori lo scrittore – rivelazione Giacomo Mazzariol (‘Mio fratello rincorre i dinosauri’) e piazzando alla fine pure un pezzo dei Måneskin.

E poi, che dire delle due protagoniste? Allacciate le cinture: una è bionda, dolce e insicura, l’altra è la moretta, più birichina e alternativa. Un minuto di silenzio per la morte dell’originalità.

Andando avanti con le puntate, ti aspetti un coup de théâtre: un evento che dia una svolta a tutta la storia. Invece, il nulla. Ma io mi chiedo: perchè fare una serie in cui non succede niente? Io vado sempre a fare la spesa, ma non è che Netflix senta il bisogno spasmodico di farci su 6 puntate con me che giro tra gli scaffali, tasto i peperoni, mi incazzo per aver speso troppo e torno a casa con le borse piene.

Volete raccontarci delle squillo parioline? Allora fate una sorta di documentario di un paio d’ore e ciao. Non fregiatevi di imbastire addirittura una serie basata sul niente e che, infatti, dura appena 6 puntate.

Discrete le due protagoniste, Benedetta Porcaroli e Alice Pagani: abbastanza espressive nei momenti di silenzio, molto più deboli quando aprono bocca, specialmente nelle scene di tensione, in cui i toni si fanno più accesi. Alle loro spalle una serie di ben più esperti colleghi come Galatea Ranzi (La grande bellezza), Isabella Ferrari (Saturno Contro), Claudia Pandolfi (Distretto di polizia, La prima cosa bella), Paolo Calabresi (Boris) e Tommaso Ragno (Il miracolo).

In definitiva: una colossale perdita di tempo, senza capo nè coda.

A ‘Baby’ mancano lo scheletro, la sostanza e soprattutto l’anima.

Se dovete sgomberare la cantina o far sverminare il gatto, fate una telefonata a Netflix: magari faranno una serie pure su di voi.

Ecco il trailer.

Sciaouz!

Tracio