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LOBBIES: il gioco che dobbiamo assolutamente supportare

Vorrei parlarvi di un progetto che a mio parere è assolutamente fantastico. I ragazzi de La Gilda del Cassero di Bologna hanno ideato Lobbies, un gioco di carte a tema LGBTQ che dalle premesse non potrà non far innamorare tutti i nerdini che si nascondono in noi. Messi da parte per una volta i draghi, gli elfi, i cavalieri e le streghe i protagonisti saremo proprio noi e la nostra comunità. Oggi ho intervistato per voi Pietro Guermandi, referente e uno dei fondatori de La Gilda, che si occupa della logistica e delle PR del gioco. Sit back, relax and enjoy your flight.

Che cos’è LOBBIES?

LOBBIES è un gioco di carte prodotto da volontari de La Gilda, un laboratorio ludico che si svolge al Cassero. È un gioco a tematica LGBTQI che fa ironia sulle presunte lobby della comunità (le regole le trovate nel video qui). Da un lato abbiamo deciso di usare, appunto, la sempreverde ironia per prenderci in giro in tutte le nostre sfaccettature e dall’altro abbiamo deciso di utilizzare i nostri valori di volontari (soprattutto del Cassero) attraverso tutto il gioco. Quindi abbiamo cercato di inserire le nostre idee di inclusione e rispetto verso tutti e tutte tentando di non ripetere mai gli stessi sessi, gli stessi generi e gli stessi orientamenti ma dando uno spettro più ampio possibile anche soltanto per essere più inclusivi possibile.

Come e quando nasce il progetto?

L’idea di voler creare qualcosa è sempre stata un pallino di tutta La Gilda perché abbiamo un sacco di risorse intese come fumettisti, gente che sta davvero dietro al mondo delle carte e dei giochi da tavolo. Abbiamo sempre detto: “Cavolo, avremmo gli strumenti”. Dall’altro lato c’era anche questa forte voglia di iniziare a creare contenuti, dato che siamo un gruppo che si affaccia al mondo nerd che, nonostante si creda il contrario, è un modo molto omofobo e sessista che ci ha dato non pochi problemi negli anni. Avevamo quindi questa volontà di creare qualcosa che iniziasse a girare nelle reti che ci eravamo creati.

Un anno fa uno di noi (Andrea Porati, Madlen) se n’è venuto fuori con un gioco di cui non aveva in mente il nome e né le carte, ma aveva l’idea. Quell’idea ci è piaciuta tantissimo e da un anno a questa parte ci abbiamo lavorato perdendoci tempo, anima, soldi, sangue e qualsiasi cosa possibile e immaginabile. Mese dopo mese l’abbiamo cambiata, migliorata, stampata, fino ad arrivare alla versione che abbiamo lanciato adesso su Kickstarter. È stato un percorso molto travagliato, anche perché siamo andati in fiere (soprattutto a Modena) e abbiamo ricevuto delle pesanti critiche.

Quindi il gioco è molto cambiato, ha preso spunto da tutti i consigli che ci arrivavano e alla fine è diventato un ottimo prodotto direi, con molta poca modestia. Siamo riusciti a creare un prodotto dalle meccaniche divertenti, un gioco di carte con un livello di strategia richiesto non banale, che speriamo possa piacere alla comunità in quanto gioco a tematica, ma anche al mondo nerd non LGBT in quanto gioco ben fatto. Quindi speravamo di muoverci su questi fronti anche per riuscire a rompere la dinamica del “non esistono giochi LGBT di carte o da tavolo”.

Se un qualsiasi membro della comunità si mette a giocare se la ride, perché è costruito su un immaginario quotidiano e le carte sono costruite in modi che siamo abituati a conoscere e ci fanno sicuramente ridere. Per esempio possono esserci degli eventi, come una combinazione di carte per giocarsi una discoteca e potenziarla mettendo una dark room e facendo un sex party. Sono quelle cose super sceme che siamo abituati a vedere e che quando giochi ti strappano una risata. D’altro canto la differenza fondamentale è che se togliessimo il nome delle carte, le immagini e la parte di “storia” comunque rimane un buon gioco. Quando lo giocavamo senza tutta la parte di produzione artistica e immaginazione comunque ci coinvolgeva. E questo è un grande punto a favore.

Come attrarresti il pubblico LGBT non nerd? E il pubblico etero nerd?

Al pubblico etero nerd spiegherei sicuramente le meccaniche, quindi l’idea di dover mentire, farsi amici, votare in segreto. Tutte cose che in un gioco attirano molto. Se dovessi convincere una persona LGBT non nerd il punto è proprio che il fatto che questo gioco possa anche solo essere prodotto è importante non soltanto per noi, ma per tutta la comunità. Questo perché anche se sembra una sottocategoria minoritaria e non importante, il mondo nerd è troppo ignorato dal resto delle persone e nessuno si è mai posto queste questioni e questi problemi. E LOBBIES vuole aprire una porta: far sapere che è possibile avere giochi LGBT e trattare questioni di genere. Ma abbiamo bisogno di più gente possibile. Per questo abbiamo messo il progetto su Kickstarter, perché non avevamo più fondi.

 

MOMENTO SERIO: non faccio quasi mai appelli del genere, soprattutto perché nella maggior parte dei casi non credo sia compito mio. Ora, però, mi piacerebbe che tutti noi (LGBT certo, ma anche gli amici etero) aiutassimo questi ragazzi a realizzare il loro progetto. Non solo perché viene dal Cassero, che per l’integrazione e l’inclusione ha fatto molto di più di molte associazioni, ma anche perché a parer mio le buone idee vanno premiate. Anche se uno non è così ricco da potersi permettere di tirare fuori il libretto degli assegni e farlo in due giorni. Anche se uno non è così famoso da ottenere in qualche ora l’audience necessaria per avere pubblicità. Non permettiamo che tutto il lavoro fatto fino ad ora vada in fumo.

Ringrazio tantissimo Pietro per l’intervista. Io ho appena donato per sostenere il progetto. Se vi ho convinti potete fare come me andando qui: https://www.kickstarter.com/projects/1955533818/lobbies-lgbtqi-card-game?ref=509783&token=154462de

Dedalus

 

Nashley – Amerika

Il successo annunciato dell’estate 2018? Eccolo!

Da oggi in radio e su tutte le piattaforme digitali: “AMERIKA” , il nuovo singolo di NASHLEY, prodotto da Nardi, che anticipa l’uscita del suo album prevista per settembre e pieno zeppo di importanti collaborazioni.

AMERIKA è un pezzo dal sapore immediato e coinvolgente: una vera esplosione di rap e trap, innovativa e all’avanguardia!

“Volevo nascere in America. Il sogno di ogni ragazzo nato nell’ultimo ventennio. I grattacieli, i quartieri con le super ville nelle boulevard più benestanti di LA, le ragazze in costume a Miami Beach. L’America è sempre stata il desiderio proibito di tutti già dall’800, quando milioni di Italiani emigrarono negli States per inseguire il proprio a sogno, nella “Terra Della Libertà e Della Ricchezza”. Per questo nel brano sottolineo più volte il fatto che avrei voluto nascere in America, nella boulevard più ricca, dove non esistono i problemi economici e si vive la vita con grande leggerezza.”

Nashley Rodeghiero, nato a Vicenza nel 2000, inizia a incidere da giovanissimo i suoi primi pezzi assieme ad alcuni amici in uno studio homemade. Nel 2016 pubblica su Youtube i videoclip delle canzoni “Paranoia” e “Goodfellas”, ottenendo da subito ottimi riscontri a livello di pubblico e di passaggi televisivi. Nel 2017 fonda con il suo amico Mambolosco il collettivo Sugo Gang.
Con il compagno di Crew pubblica su Youtube e Spotify i singoli “Come se fosse normale” e “Me lo sento”, ottenendo milioni di riproduzioni e affermandosi tra le realtà più promettenti della scena Trap Italiana. Dopo pochi mesi si aggiungono alla crew Edo Fendy, Kerim e il producer Nardi.
La “Gang” nel suo insieme inizia a farsi conoscere attraverso diversi singoli che aprono la strada a una serie di live in tutto il Nord Italia, in apertura ad artisti già noti della scena.


Con la pubblicazione di “Bang”, “420” e “Piano Piano Way” Nashley raggiunge una popolarità tale da attirare l’attenzione del pubblico, di importanti artisti e delle più importanti realtà discografiche e operatori del settore, conquistando diverse playlist nelle principali piattaforme di streaming con relative copertine.

Allacciate le cinture!

Tracio

Il magico mondo dei puppies, i cani umani

Avevo già parlato dei puppies nel mio primo articolo su Il Punto H. Da fenomeno largamente di nicchia, il travestimento da cane si sta espandendo nella comunità fetish italiana, nonostante il ritardo rispetto ad altri Paesi europei e soprattutto rispetto agli americani. Per spiegarvi cosa sono i puppies oggi ho il piacere di intervistare Aaron Green, un adorabile cagnolino umano. Sit back, relax and enjoy your flight.

Cosa vuol dire essere un puppy?

Ti dico la mia interpretazione di cos’è e cosa vuol dire essere un puppy. Ovviamente non è una legge universale e ci sono molte sfumature. Per me Aaron è un alter ego e rappresenta alcuni aspetti del mio carattere rimasti nascosti per molto tempo e che con la maschera hanno trovato modo di esprimersi. Quindi Aaron è una seconda parte di me stesso.

Quando hai scoperto il mondo dei puppy? E quando hai iniziato?

L’ho scoperto l’anno scorso per caso su Facebook, quando erano comparse le foto del Pride di Milano. Per la prima volta ho visto un puppy in Italia [il primo Mister Puppy, Zaush ndr]. Avevo già visto queste figure canine su Tumblr ma se ne sapeva poco in Italia. Inoltre non frequentavo l’ambiente leather o la comunità fetish, quindi vedere Zaush è stata una scoperta. L’ho vista come una cosa molto giocosa, niente di sessuale, e gli occhi di Zaush erano molto espressivi, indice di una persona serena che si stava divertendo. Questa ovviamente è una peculiarità di tutte le maschere: esaltano tantissimo gli occhi.

Dopodiché avevo visto che un ragazzo che conosco aveva delle foto con Zaush e gli avevo detto che ero interessato a scoprire questo mondo. Lui mi aveva consigliato di scrivere direttamente a lui ed ero un po’ in soggezione, dato che ho sempre visto “i Mister qualcosa” come figure di spicco all’interno di una comunità. Essendo abbastanza fuori dal giro, anche gay, non credevo che mi avrebbe risposto. Invece abbiamo parlato e gli ho chiesto molte informazioni sul mondo dei puppies. Poi ci siamo visti e ho provato la prima maschera a casa sua. Quella maschera la porto tuttora, è una cosa in cui ti identifichi.

Com’è stato vestire i panni del puppy la prima volta?

Mi guardavo e c’era un’altra parte di me, più sicura e sfrontata, che prima non riuscivo a vedere. Ciò che caratterizza il puppy è la maschera, non c’è un dress-code. Si può essere amanti del leather, del rubber, dello sportswear. Questo differenzia molto la comunità dal resto dei fetishmen, perché non siamo uniti dalla passione per un materiale o uno stile di abbigliamento, a parte la maschera. Indossarla è come avere un’armatura, mi dà una sensazione di sicurezza. Allo stesso modo è come se l’altra parte di te fosse protetta. Ovviamente tutto questo è soggettivo e vale per me. Per scoprire cosa vuol dire bisognerebbe provarlo.

Parlaci della differenza tra dogslave e puppy.

Per quanto siano simili (e soprattutto in Italia passa ancora l’immagine del puppy = slave) in realtà sono due figure differenti. Intanto il dogslave solitamente lo diventa perché il suo master decide di trattarlo come se fosse un cane e rientra nei giochi di ruolo sessuali, di dominazione/umiliazione. Il puppy invece non si pone ad un livello inferiore del suo handler [chi accompagna il puppy ndr] o dell’owner [il proprietario, che può essere per esempio il compagno ndr]. Verosimilmente possono esistere anche due puppy che sono l’uno il proprietario dell’altro, per farti capire che questo prescinde dai ruoli di master e slave. Dopodiché se uno ha dentro di sé desideri di sottomissione allora può essere allo stesso tempo un dogslave, ma non è necessario che questo avvenga. Inoltre un puppy può essere attivo e dominante e c’è una classificazione interna ad indicarlo [puppy alfa, puppy beta e puppy omega che definiscono la gerarchia del “branco”, non legate a ruoli sessuali ndr].

In Italia ci sono una manciata di puppies. Com’è il rapporto col resto della comunità gay?

Beh c’è sempre una sorta di stigma, se sei un puppy allora sei un pervertito. Il leather è un po’ più sdoganato ma diciamo che tutta la comunità fetish viene grossomodo derisa dal resto dei gay. C’è sempre un po’ di timore a presentarsi come puppy, e posso dirti che nella maggior parte dei casi di guardano come se fossi fuori di cervello. Come se tu “rovinassi” tutto il lavoro degli attivisti per bene. Non c’è informazione nemmeno da parte della comunità fetish, che resta abbastanza chiusa. Molti non vedono il motivo di dover spiegare o giustificarsi col resto dei gay per i propri gusti. Della serie “io sto bene con me stesso, loro la pensano così. Cazzi loro”. Ed effettivamente hanno ragione, anche se a volte può essere un limite.

Tu hai scritto un tweet a proposito dello stigma, poco prima del Pride di Roma. Quei giorni in effetti è stata diffusa una foto del Folsom che ritraeva dei puppies spacciata una foto del Pride. La foto in questione è stata pesantemente strumentalizzata. Come ti sei trovato ad interagire?

Sì, quella foto ha suscitato commenti da eterosessuali, omofobi e omosessuali stessi. Ad un paio di persone con cui mi sono confrontato ho detto che uno può anche non condividerla, ma è in ogni caso un’espressione di se stessi. Quello che mi dà fastidio è che per attaccare la comunità LGBT si vanno sempre a prendere immagini di leather o fetishmen. In queste situazioni ci si scontra da una parte con persone che vedono del marcio anche dove non c’è e dall’altra delle forme di esuberanza a volte esagerata. Per quanto mi riguarda ad una manifestazione uno può camminare come vuole nel limite del senso civico.

Il problema è che il limite del senso civico e del pudore sono soggettivi. Ognuno ha la sua visione.

Esatto. Il limite della legge credo sia la nudità, ma poi non c’è una regola che definisca il vestiario. Un conto è entrare in una chiesa, ma nel Pride il limite lo decide la persona, non si può deciderlo a priori. Purtroppo ad ogni Pride ci esponiamo al pubblico, facciamo vedere che esistiamo, però nel momento in cui ti esponi è possibile che qualcuno ti critichi. Dipende anche che messaggio vuoi mandare. In ogni caso, per quanto riguarda il puppy, viene percepito sempre come volgare perché le persone non sono abituate, è sempre visto come un qualcosa di perverso o di sessuale. Ma questo vale per tutto. Anche una foto di nudo per qualcuno può essere volgare e per altri erotica o artistica.

Ringrazio Aaron per aver parlato con me per più di un’ora. Ci vediamo al Pride!

P.S.

Se siete interessati a conoscere meglio il mondo leather/fetish/puppy potete far riferimento all’associazione LFM Milano e relative associazioni in altre città.

Ma tu come lo tieni il pisello nelle mutande?

Buongiorno e buon anno! Spero abbiate passato le feste circondati da cibo e da uomini. Se così non fosse attrezzatevi per il resto dell’anno. Oggi inauguriamo il mio primo articolo del 2018 (millenovescento e disciotto) parlando di un problema che affligge milioni di uomini e di una domanda che si fanno milioni di donne: ma tu come lo tieni il pisello nelle mutande? Gli argomenti controversi li lasciamo per le prossime settimane. Sit back, relax and enjoy your flight.

I maschietti lo sanno bene, il loro migliore amico (quello migliore migliore) ha bisogno di comfort. Generalmente con i boxer si anima di vita propria, cambia posizione. Con gli slip sta un po’ più fermo, ma capita più volte durante la giornata di doverselo sistemare. Non importa particolarmente la dimensione, il problema è lo stesso per tutti: che sia grande o piccolo è necessario che stia comodo. Quindi, cosa ne pensano i twitteri della posizione?

Con uno schiacciante 47% il popolo ha parlato: la maggior parte dei twitteri che ha votato, il pisello lo tiene verso l’alto e direzionato a destra o a sinistra. Permettetemi un’osservazione del tutto personale. Io non capisco proprio come facciate! Già trovo scomodo averlo puntato al cielo, figuriamoci poi contro il fianco. Se l’avessi in questo modo passerei ore a ravanare per sistemarmelo (e probabilmente verrei denunciato per atti osceni in luogo pubblico in quanto sospetto maniaco).

C’è stata inoltre una discussione, dato che io e qualche altro twittero abbiamo dichiarato di preferire la posizione numero 5, ovvero quella che segue la legge di gravità. L’obiezione, anche sensata devo dire, riguardava l’ingombro dello scroto. Secondo loro infatti il pene curvato in basso premerebbe sulle palle e darebbe un fastidio costante. Ora, senza voler scadere nell’autoreferenzialità, personalmente non ho uno scroto poco ingombrante. Per di più è anche dotato di piercing, ma mai nella vita mi ha dato fastidio né ha compromesso gesti molto maschi tipo accavallare le gambe.

Comunque, va detto che sondaggi come questo provocano sempre un sacco di chiacchiere. E ci si danno consigli a vicenda. Roba che neanche quando mi sono messo a spiegare la PrEP hanno interagito così tanto. YOU’VE BEEN A VERY BAD GIRL. A. VERY VERY BAD BAD GIRL TWITTER! [Scusate].

In ogni caso le opinioni erano molto contrastanti. Il tenore era tipo questo:

Solo una cosa non capisco: ma i 4-6 come cavolo fanno a tenere la cappella che sporge fuori dalle mutande e a stare comodi, FOR GOD’S SAKE? 

Come ultima cosa vorrei aggiungere che stavolta ho portato il sondaggio ad un livello superiore, ovvero l’ho chiesto anche ad alcuni membri della redazione de “Il Punto H”. In via del tutto eccezionale vi svelo le identità dei votanti: Danywolfy e Tracio sono entrambi un 2, il nostro boss Halfblood è un 3 e Moreno resta un mistero. Io sempre fedele al mio 5.

Dedalus

 

Sesso, gay e MTS. Siamo davvero sul pezzo? Pt 2, l’HIV

Ciao bitches! Ci eravamo lasciati qualche giorno fa apprendendo che nonostante viviamo nell’era digitale in realtà ci sono ancora questioni che vengono poco approfondite, soprattutto le MTS e l’HIV. Comportamenti superficiali, leggende metropolitane, pura e semplice disinformazione possono minare l’approccio verso l’attività più bella di sempre: il sesso. Ma non indugiamo oltre. Se avete perso la prima parte cliccate qui per stare sul pezzo. E ora sit back, relax and enjoy your flight.

In questa seconda parte approfondiremo il rapporto dei twitteri non tanto con l’HIV, quanto con i sieropositivi. In prima battuta ho posto una domanda semplicissima, aspettandomi a grandi linee il risultato ottenuto.


Questo perché molto spesso su Twitter si discute a proposito dell’importanza del condom, per cui non immaginavo niente di meno. C’è però una sovrapposizione dei risultati. Circa 46 persone su 193 hanno asserito di praticare sesso non protetto e circa 21 di farlo ma di non dirlo in giro. Ho ragione di credere che una parte di quei 46 abbia cliccato sulla prima risposta senza aver letto la seconda, dato che non mi risulta tutto questo sdoganamento del bareback, almeno non su Twitter. Inoltre, conoscendo varie e variegate situazioni, posso affermare che parte di quei 21 non lo dica per poi sentirsi in dovere di fare il moralizzatore nei confronti del resto del mondo. Che poi già io non tollero chi pretende di dirti cosa dovresti fare secondo una non ben specificata morale comune, figuriamoci quando questi sono anche ipocriti. Il mio stomaco entra in autodigestione!

L’altra parte invece è composta da coloro che non lo dicono semplicemente perché non vogliono rotture di palle dalle persone di cui sopra. E hanno la mia solidarietà. Raga, intendiamoci, io mi trovo spesso a sottolineare l’importanza della prevenzione e degli screening. Tuttavia aborro totalmente l’idea di dover controllare gli altri. Il bareback è una scelta personale e, sebbene possiate non approvarla in alcun modo, non potete pensare di attaccare qualcuno per questo. Semplicemente: finché uno non rompe i coglioni direttamente a voi ignorate e passate avanti. La trovo un’ottima filosofia di vita.

La seconda domanda era molto politically correct, eppure gli animi si sono divisi


Tolto il 12% formato dai soliti manager in carriera a cui non interessa niente fuorché l’oscillazione del NASDAQ, dal sondaggio emerge che almeno 13 stronzi (ovvero i sì!) condividono il fatto che le persone sieropositive siano vittima di bullismo, emarginazione, isolamento sociale e diffidenza diffusa. Perché possiamo scrivere trattati e tesi di laurea asserendo che non c’è alcun motivo per cui chi ha contratto l’HIV debba portare addosso la lettera scarlatta; possiamo organizzare dei convegni dicendo a gran voce che non siamo più negli anni ’90 e l’AIDS non ti uccide nel giro di qualche mese; possiamo pubblicare articoli pieni di nozioni sui progressi della medicina. Eppure per alcuni il sieropositivo rappresenterà sempre lo schifo, l’untore di peste bubbonica del 2017, quello che “sì vabbè poverino però sicuramente se l’è cercata”.  Perché così è, il livello con cui abbiamo a che fare è pressappoco quello. Che è il motivo per cui ho amici a cui viene l’ansia che il loro stato sierologico possa diventare di dominio pubblico. Per quanto riguarda la risposta “Faccio finta di no ma sì” all’inizio ero abbastanza stupito. Ma poi un twittero, l’unico che ha avuto il coraggio di argomentare, mi ha spiegato cosa intendesse dire:

E là, francamente non mi sono sentito affatto di criticarlo. Perché capisco benissimo che dall’altra parte ci sia ancora una gran paura, sia dell’HIV che delle conseguenze che ne derivano. Ho invece apprezzato tantissimo il fatto che si sia spiegato, che in un certo senso si sia messo a nudo in pubblico per comunicare la sua difficoltà.

Ora vi propongo la penultima domanda. Perché va bene la teoria, ma poi come reagireste all’atto pratico?

Devo dire che non mi aspettavo il 42% di risposte negative. Raga ma svegliamoci eh! Fate sesso più o meno assiduamente (a seconda della fortuna e dell’intraprendenza) ma in ogni caso a quasi tutti capita di avere rapporti occasionali. Ve lo devo dire io o ci arrivate da soli facendo una statistica a spanne che per la legge dei grandi numeri vi siete fatti un numero più o meno consistente di sieropositivi? Per caso riuscite a fare lo screening al volo tipo macchina della TAC? Io non credo. Ma sì, capisco benissimo che la domanda era riferita all’intenzione piuttosto che all’eventualità.

Francamente non amo l’assolutismo, per questo vesto un momento i panni della zia e vi dico: mai dire mai. Perché è un attimo che vi rigirate il karma e incontrate l’uomo della vostra vita (o una scopata fantastica o un bono stratosferico) e col piffero che lo rifiutate solo perché ha l’HIV. E sì, per quanto strano vi possa sembrare basta usare il condom e magicamente il problema del contagio scompare. Come dicevo prima posso capire l’essere nervosi, posso capire l’aver paura. Ma ricevere una corretta informazione significa anche capire che farsi venire l’ansia pur essendosi protetti non ha senso. Coppie sierodiscordanti hanno vissuto una vita senza contagiarsi, nonostante non esistessero né la PrEP né gli undetectable.

E a proposito degli undetectable, l’argomento è uscito fuori praticamente subito tra una domanda e l’altra. Soprattutto è stata messa in discussione la mia affermazione quando ho fatto notare che chi ha la viremia azzerata non può trasmettere l’HIV durante un rapporto sessuale. Apriti cielo. Scandalo, panico e paura. Qualche insulto me lo sono preso anche in privato da gentiluomini laureati all’università della vita. Ma io sono stato una Signora e ho contenuto i vaffanculo (circa).

Vi illustro la situazione. Era già stata lanciata da mesi la campagna U=U (Undetectable = Untransmittable) e da un po’ si sapeva già che chi segue la terapia e ha i parametri a posto non contagia. Questo in base a studi su coppie sierodiscordanti, su uomini avvezzi al sesso bareback e meta-analisi varie. Tuttavia è di pochi giorni fa la notizia del comunicato ufficiale del CDC, che potete leggere qui, nel quale è stato confermato che “When [antiretroviral treatment] results in viral suppression, defined as less than 200 copies/ml or undetectable levels, it prevents sexual HIV transmission“. Più chiaro di così. Ma se non dovesse bastare vi allego anche un documento aggiornato periodicamente che raccoglie le dichiarazioni di vari scienziati e/o fonti governative che ripetono la stessa cosa.

So che questo non metterà a tacere quelli che sono convinti di saperne più del resto del mondo, ma per tutti gli altri dovrebbero bastare. Bisogna inoltre specificare, come se ce ne fosse bisogno, che nessuno ha dichiarato obsoleto il preservativo, che continua ad essere il vostro miglior alleato non solo contro l’HIV ma anche contro le altre MTS (che sono sempre lì, non ce le dimentichiamo).

L’ultima domanda, infine, è quella che ha fatto incazzare un sacco di gente. E sì, era volutamente provocatoria.

In molti mi hanno detto che mancava l’opzione “di entrambi”. Questa è stata volutamente omessa, dato che in quel caso tutti si sarebbero lavati la coscienza dicendo: “Ok, facciamo che condividiamo il 50% di responsabilità”. Nonostante questo sia parzialmente vero, volevo che le persone si schierassero in una sorta di aut aut. E la maggior parte ha effettivamente centrato il punto, come si evince anche da commenti come questo

Altri invece hanno espresso dei dubbi al riguardo, oppure hanno ammesso che effettivamente è una cosa a cui non avevano pensato. Ma l’apoteosi dell’assurdo si è raggiunta con questa risposta

Ora, chiariamoci un momento. Nessuno, e dico NESSUNO, ha il “sacrosanto diritto” di conoscere informazioni mediche personali. Con chi state andando al letto non lo saprete mai fino in fondo, soprattutto se sono i primi incontri. E questa mania di deresponsabilizzare se stessi e delegare agli altri il controllo della propria salute è 1) pericolosa e 2) da poveri idioti. Durante un rapporto sessuale il vostro dovere è indossare il condom, ma esiste il libero arbitrio e potete scegliere di non farlo. Questo è il nodo centrale della questione. Siete voi a decidere se esporvi ad un rischio potenziale o meno e la responsabilità è interamente personale. Nessuno vi obbliga a fare bareback e se questo è il caso allora quello che state subendo si chiama stupro! Vi ricordo inoltre che non esiste alcun vincolo legale per cui un sieropositivo debba informarvi, benché meno un dovere morale. Non finirò mai di ripeterlo: invece di affidarvi alle parole di uno sconosciuto che vi comunica di essere “sano e pulito”, utilizzate precauzioni e continuate a stare sereni.

Ho dovuto censurare il porcone per ovvi motivi, tuttavia questo twittero ha riassunto in sintesi il pensiero della maggior parte di quelli che stavano interagendo in quel momento. Così come quest’altro

In definitiva questa seconda parte è stata ben più lunga e pesante della prima. Tuttavia era importante parlarne ed era importante discuterne, se non altro perché non lo si fa mai abbastanza. Chiudo mandando un abbraccio virtuale a lui

Be foolish. Be con l’ansia! Ma fallo protetto! Bye!

Dedalus

rientro a lavoro

Rientro a lavoro: ecco come farlo con stile!

Rientro a lavoro in grande stile

La colazione in spiaggia è ormai un lontano ricordo. Per non parlare dei tuffi dagli scogli, i 37 gradi all’ombra, le passeggiate in costume e gli aperitivi vista mare. Settembre è arrivato (e nemmeno i Green Day se ne sono fatti ancora una ragione, svegliateli voi!); anzi, sta volgendo al termine. Siamo rientrati (più o meno) tutti a casa, ahimè lontani da mete esotiche e da favola. Chi al lavoro, in ufficio, chi sui banchi di scuola o in università. Quindi, amici e amiche super abbronzati, è giunto il momento di abbandonare sandali e canottiere: un nuovo inizio, con un guardaroba al top vi aspetta.

Certo, sono d’accordo con voi: in ciabatte di gomma e costume si stava proprio bene! Ma è tempo di fare spazio nell’armadio ai nuovi must-have per l’autunno, quelli che volevate comprare quando le vetrine dei negozi ad agosto iniziavano a mostrare maglioni e giacche sui manichini, ma voi eravate ancora proiettati verso Sicilia e Grecia e ignoravate con nonchalance.

rientro a lavoro

Donzelle, fanciulle e bellezze non più al bagno: il vostro rimedio per evitare di pensare con troppa nostalgia ai giorni trascorsi in vacanza si chiama AUTUMN DRESS. Tutte le vostre energie devono essere utilizzate per trovare l’abito che faccia al caso vostro. Corto, aderente, lungo e svolazzante. Sicuro i toni e le nuance non saranno più quelle pop e vitaminiche dell’estate, ma un tocco di colore non guasta eh! Quindi sbizzarritevi con modelli, volumi e sfumature da far girar la testa.

rientro a lavoro

E i maschietti? Ho io la soluzione: camicie, camicie e camicie. Di tutti i tipi e dimensioni. Oversize, sciancrate. Meglio se a maniche lunghe, al massimo si arrotolano. A quadrettini o quadrettoni, a righe o tinta unita. Le foglie e i motivi floreali molto “summer” lasciano il posto a dettagli geometrici. Ma nessuno vi vieta di andare in giro con piantagioni di banani addosso in autunno eh!

rientro a lavoro

Quindi, ricapitolando: un nuovo elemento nel vostro armadio potrà rendere meno traumatico il “back to reality” di tutti noi. Oh, male che vada si prenota una gita fuori porta e ci sembrerà di essere ancora in vacanza. O almeno credo…

coachella il punto H

Coachella – Style and Party di un evento trend!

TUTTI AL COACHELLA!

What? Qualcuno di voi ha appena chiesto: “Cos’è sto Coachella?”.

Bene, non benissimo. Direbbero i nostri cugini americani, mettendoci magari davanti un hashtag. Ma non è difficile. Ve lo spiego subito. Si tratta di uno degli eventi musicali e modaioli più attesi della primavera, il famoso place to be, per essere chiari. Siamo nel deserto californiano, Coachella Valley. Seconda metà di aprile, ma la data varia di anno in anno. E molto, molto caldo.

Le star internazionali della musica (Gaga e Rihanna per citarne giusto due, ma indimenticabili anche le esibizioni di Lorde, Drake, Katy Perry) e della moda (le sorelle Hadid, gli angeli di Victoria’s Secret o qualche sorella Kardashian non possono di certo mancare) si riuniscono per l’occasione.

coachella riahanna

L’obiettivo? Dipende dai punti di vista. Gli appassionati di musica vogliono ascoltare i loro beniamini, cantare a squarcia gola e godersi lo spettacolo sorseggiando birra (o frullati bio, siamo in California eh!). I fashion addicted e i vari influencer, invece, devono esserci, per loro è un obbligo, affinchè vengano immortalati e possano autoimmortalarsi in selfie con outfit improbabili, talvolta assurdi, per i loro profili social.

coachella fashion addicted

E se l’anno prossimo fossimo tra i fortunati che potranno inzozzarsi scarpe e piedi al Coachella? Oppure, senza pensare troppo in grande, se volessimo andare a qualche festival musicale organizzato in Italia (why not?), cosa diavolo ci mettiamo?

Dunque, per le Ladies è tutto molto semplice: dovete sentirvi un po’ figlie dei fiori, come se foste state catapultate qui direttamente dal 1968: chic e ribelli. Abiti corti, coroncine di fiori, fascette o cappelli a tesa larga in testa, stivaletti beige o sandali gladiator.

coachella

Per i Gentlemen a cui piace il Coachella è altrettanto easy: jeans, meglio se con qualche strappo sul ginocchio (ma senza esagerare!), camicia un po’ oversize, oppure polo, tshirt e pantaloncini corti. Il tutto abbinato a un paio di sneakers o – perchè no – a dei Chelsea boot stile Beatles. Il tocco finale? Occhiali da sole, zainetto e cappellino, ça va sans dire.

coachella boy
Insomma, non resta che prenotare il volo, preparare la valigia e volare oltre oceano per ballare sotto il sole cocente della California.

Ma ricordate: anche le nostre tradizioni e festival non vanno sottovalutati. Si ascolta buona musica, si balla, si mangia e si beve anche del buon vino. Certo, forse Gaga non si presenterà, ma il divertimento è assicurato.

coachella party
Perchè alle feste in balera, col sottofondo della mazurca di periferia, diciamocelo, è impossibile resistere. Invitatemi!