Cecenia, rilasciate le testimonianze di quattro vittime

Sono stati rilasciati da una nuova inchiesta di Human Rights Watch nei campi di lavoro ceceni nuovi dettagli sulle torture attuate e sull’organizzazione, derivati dai racconti di quattro vittime sopravvissute, trattenute dai tre ai venti giorni, costrette a mantenere l’anonimato per non essere uccise dalla polizia locale.

All’inizio di quest’anno era stata diffusa la notizia di un’ennesima retata contro la comunità LGBT+ della regione, al terzo anno dall’inizio dell’incubo, ma come sempre le autorità avevano negato il tutto.

Secondo quanto raccontato, tutte le vittime sarebbero state torturate e i loro cellulari confiscati al fine di ottenere informazioni su altri omosessuali, e nel momento in cui le informazioni erano ottenute i detenuti erano riportati alle loro famiglie, quasi sempre a seguito del pagamento di un’elevata cauzione, a cui era chiesto indirettamente di ucciderli affinché non parlassero alla stampa delle ingiustizie subite, su cui il governo ceceno, così come quello russo, stanno mantenendo il più assoluto ed assordante silenzio.

Delle quattro vittime che si sono fatte avanti, due hanno raccontato di essere stati detenuti con altri quaranta uomini, di cui due sono morti a seguito della tortura, in un complesso della polizia, il terzo ha detto di essere stato chiuso inizialmente in un garage per poi essere trasferito in una cella assieme ad altri dieci uomini, mentre l’ultimo ha rivelato di essere stato tenuto in un seminterrato in isolamento.

Le torture sarebbero state principalmente di natura fisica: venivano presi a calci, colpiti con bastoni di legno e tubi di polipropilene, folgorati con la corrente elettrica, a volte mentre erano sospesi a testa in giù, lasciati a morire di fame (gli era permesso solo di bere), costretti a rasarsi capelli e barba, a spogliarsi e a lavori “da donne”, quali pulire i bagni e lavare i pavimenti, come forma di umiliazione, incatenati ad un termosifone in una stanza buia ed uno di loro è stato anche violentato con un bastone.

Uno di loro ha raccontato:

“Mi hanno urlato contro. Uno di loro ha cominciato a calciarmi, sono caduto a terra. Un altro poi mi ha picchiato con un bastone, dalla vita in giù, colpendomi fortissimo per circa cinque minuti. Poi mi hanno fatto inginocchiare sul pavimento e hanno messo delle pinze metalliche sui miei pollici [con i fili collegati ad un dispositivo che rilasciava scosse elettriche], hanno girato la manopola, prima lentamente e poi sempre più velocemente. Ogni volta le mie mani sobbalzavano, con il dolore lancinante che le attraversava. Si sono fermati solo quando ho detto loro che il mio cuore stava per scoppiare. Hanno tolto le pinze e le mie mani erano così pesanti, erano come morte.

“Erano tre o cinque poliziotti, non ricordo affatto, ma uno di loro, Maga, aveva un bastone con una maniglia nera. Ordinarono ad Aslanbek, un altro detenuto e me, di alzarci. Cominciarono a umiliarci, verbalmente, usando parole oscene, chiamandoci fro*i, chiedendo quale di noi era attivo, quale passivo, se provassimo piacere nell’avere rapporti sessuali con un uomo. E tutti i detenuti stavano guardando. Ci colpivano sulla testa con i loro bastoni. Poi se ne sono andati, ma altri tre ufficiali entrarono al posto loro. Venivano in gruppo si divertivano prendendosi gioco di noi, picchiandoci”.

Al momento del rilascio sono stati tutti minacciati di morte se avessero provato a rivelare a chiunque quello che gli era stato fatto dalla polizia.

Ha commentato Rachel Denber di HRW:

“Non c’è stato nulla di neanche vicino ad un’investigazione concreta nella purga contro i gay del 2017, quando la polizia cecena ha radunato e torturato dozzine di uomini che sospettavano essere gay. L’impunità per i crimini del 2017 ha sancito una nuova ondata di tortura ed umiliazione in Cecenia”.

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