“Ci uccidono e nessuno ne parla” storia di una lesbica in Cecenia

Una giovane donna, che ha preferito rimanere anonima per motivi di sicurezza, è riuscita a fuggire dalle violenze omofobe della sua famiglia e comunità in Cecenia ed ha deciso di raccontare la sua storia nella speranza di portare all’attenzione del pubblico mondiale le atrocità subite dalla comunità LGBT+ nel paese.

Dal 2017, infatti, la comunità internazionale è venuta a conoscenza delle torture e dei veri e propri campi di concentramento nella repubblica russa, dove gli uomini gay sono radunati, detenuti, torturati ed uccisi a causa del loro orientamento sessuale: nonostante l’attenzione dedicata alla tragedia da parte dei media di tutto il mondo, la Cecenia non sembra aver intenzione di fermarsi, ed ha invece esteso il trattamento anche a lesbiche e persone trans, per cui la vita nel Paese già non era rosea.

La ragazza ha raccontato di come la sua ex ragazza abbia rivelato la sua identità alla sua famiglia, facendole outing, e di come da quel momento la sua vita sia diventata un incubo, tra due tentativi di fuga, il perenne rischio di morte e gli esorcismi:

“Uno dei miei fratelli venne a prendermi [dopo essere scappata per la prima volta ndr], e tornammo a casa. Mia madre non ne fu felice, disse a mio fratello: ‘Perché l’hai portata a casa? L’avresti dovuta sparare da qualche parte nella foresta, come avevamo detto’. Ma mio fratello non lo fece – mio padre glielo proibì.”

In Cecenia, infatti, dall’inizio della persecuzione il numero dei cosiddetti “delitti d’onore” è aumentato esponenzialmente, con famiglie che uccidono i membri che ritengono essere omosessuali, ritenendo che se si dovesse scoprire ne soffrirebbe il loro onore. E a seguito degli assassinii nessuno dice nulla, i vicini non parlano e le autorità non investigano, proteggendosi a vicenda in un clima di omertà.

La famiglia ha poi provato a chiuderla in un ospedale psichiatrico e a convincerla che un demone, Jinn, la avesse posseduta, al punto da portarla in una moschea per farsi esorcizzare: “Sapevamo tutti che non ci fosse nessun Jinn in me, ma dovevo fingere e continuare a fingere che esistesse veramente. Ho finto, i miei genitori ci hanno creduto, ma dopo alcuni mesi sono scappata di nuovo. Ed ho chiesto aiuto al LGBT Network russo, che mi ha nascosta. Era il 2017”.

“In due anni ci hanno contattato 37 ragazze che si identificano come lesbiche e due donne transgender dalle repubbliche del Caucaso occidentale. Inoltre, nel 2018 abbiamo cominciato a ricevere segnalazioni di ragazze detenute dalla polizia perché sospettate di omosessualità. Secondo i resoconti dalla Cecenia, ci sono anche ragazze tra i detenuti di dicembre e gennaio” ha dichiarato Igor Kochetkov, direttore del LGBT Network russo, in prima linea per la protezione e la difesa delle vittime delle torture cecene.

Al secondo tentativo di fuga, la donna è riuscita a lasciare il Paese, ma molte donne cecene non hanno avuto la sua stessa fortuna, e lei ha voluto utilizzare la sua posizione per tentare di aiutarle tentando di portare l’attenzione su un aspetto della vicenda spesso ignorato o sconosciuto:

“Ci sono persone che ancora rimangono in Cecenia e che per diverse ragioni non possono andarsene. Questo è assolutamente vero per le più giovani. È molto difficile per loro farlo, perché sono controllate: non possono lasciare la casa in silenzio, evitando che qualcuno le accompagni, per cui l’evacuazione è particolarmente difficile da organizzare. […] Vorrei che la gente parlasse di questi problemi, perché esistono, e parlasse anche dei problemi delle lesbiche cecene, perché nessuno nota le donne. Se uccidono un gay, tutti ne parlano, ma se una lesbica viene uccisa, quasi nessuno scrive niente a riguardo. Una donna può essere portata nella foresta, ammazzata, tornare a casa e fingere che non sia accaduto nulla. E non un solo vicino, non un solo parente farà domande”.

Proprio per questo la donna ha deciso di raccontare la propria storia, perché “meno se ne parla, meno cambierà”.

La risposta ufficiale del Paese alle accuse di non aver rispettato i diritti umani è stata di negare non soltanto i crimini contro i diritti umani, ma persino l’esistenza stessa di una comunità LGBT+ al suo interno: in poche parole, per loro in Cecenia non esistono persone gay.

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