Corte israeliana: le compagnie pubblicitarie devono diffondere tutte le pubblicità elettorali, anche se omofobe

Secondo la decisione della Commissione Centrale per le Elezioni israeliana, le società pubblicitarie del Paese non possono rifiutarsi di distribuire pubblicità elettorali, indipendentemente dal partito che rappresentano e dal messaggio presente su di esse, comprese pubblicità omotransfobiche.

Il caso è nato quando due proprietari di spazi pubblicitari hanno rifiutato la richiesta di affitto dello spazio da parte del partito ultraortodosso e sionista Noam, che intendeva pubblicare una pubblicità che comparava le persone gay a trafficanti di bambini: “Pride e il traffico di bambini o mio figlio sposerà una donna – Israele sceglie di essere normale” e “Giudaismo riformato o mio nipote rimane ebreo – Israele sceglie di essere normale” sono i due messaggi presenti sui dibattuti cartelloni.

Al rifiuto dei due proprietari di diffondere pubblicità che avrebbero “ferito intere comunità”, il partito si è rivolto alla Commissione Centrale per le Elezioni, con a capo Neal Hendel, giudice della Corte Suprema israeliana, il quale ha ribadito che qualunque compagnia pubblichi il materiale elettorale di un partito è costretta a pubblicare anche quella degli altri, se le viene richiesto, indipendentemente dalle loro posizioni politiche, perché fare altrimenti danneggerebbe l’abilità del partito di pubblicizzare le loro posizioni rispetto alla concorrenza:

“L’eguaglianza include obbligatoriamente anche l’impegno a pubblicare la propaganda elettorale di tutti i partiti e di tutte le liste, incluse quelle che presentano valori diversi da quelli dell’agenzia pubblicitaria”.

La decisione è stata criticata da moltissimi attivisti LGBT+, tra cui alcuni che sostengono che una pubblicità simile non dovrebbe esistere in una campagna elettorale democratica:

“Quando bambini come i nostri bambini – di 5, 6 o 8 anni – vedono questo tipo di odio su una pubblicità ci chiedono ‘papà, pensi che io sia normale?” ha commentato Julien Bahoul, portavoce dell’Associazione dei Padri Gay Israeliani; “questo tipo di pubblicità non ha nulla a che vedere con la libertà di parola” – ha sostenuto invece Or Keshet, che finanzia politici pro-LGBT+ per conto di una coalizione di 14 gruppi LGBT+ israeliani – “Loro odiano e prendono in giro e insultano chiunque sia diverso da loro”.

Nonostante Israele non permetta le unioni civili o il matrimonio egualitario, l’omosessualità non è reato dal 1988 e i matrimoni contratti all’estero sono riconosciuti.

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