Bruxelles e l’Europa, di nuovo sotto attacco

Il primo articolo che ho scritto per questo blog, nel 2014, era un invito ad andare a votare, si rinnovavano le cariche del parlamento europeo, capirete dunque lo sgomento di fronte alle immagini di questa mattina: il cuore dell’Europa unita sotto attacco.
Poco prima delle otto del mattino ci sono state due esplosioni all’aeroporto Zaventem: una nella zona delle partenze e una in quella degli arrivi. Le esplosioni sono state causate da attentatori kamikaze. Dopo le nove una terza esplosione nella stazione metropolitana di Maalbeek, nel centro di Bruxelles, non lontano dalle sedi delle principali istituzioni dell’Unione Europea. Al momento ci sarebbero almeno 26 morti (Sky News ne conta 35) e 156 feriti. Charles Michel, primo ministro belga, ha detto: “È accaduto quello che temevamo. È un giorno nero per il Belgio”.

Riportiamo un’analisi interessante de il Post che, riferendosi al Belgio, aveva scritto:

“Jambon [il ministro per la Sicurezza belga, ndr] aveva detto che parte del problema è la complicata struttura dello stato belga e la frammentazione che esiste tra la parte del paese che parla francese e quella che parla fiammingo. Secondo Jambon, le divisioni tra le due comunità rendono più difficile rispondere in maniera efficace alle minacce terroriste. La stessa regione di Bruxelles è molto frammentata: per esempio ha 19 sindaci che spesso non si passano le informazioni l’uno con l’altro. Un altro problema è che molti belgi che si uniscono a gruppi terroristici non sono immigrati, ma cittadini le cui famiglie vivono in Belgio da parecchie generazioni: diventa perciò più difficile per le autorità ritirare i passaporti o le carte d’identità a persone sospette, per evitare per esempio che viaggino in Siria.”

Il passaggio citato diventa ancora più importante in quanto è possibile ampliare l’incomunicabilità interna al Belgio a tutta l’Europa: nonostante le promesse, che si ripetono in maniera identica dall’attacco al giornale satirico Charlie Hebdo, le agenzie di sicurezza dei singoli stati non comunicano tra loro e se lo fanno lo fanno in maniera tardiva e con poca coordinazione, non esiste una procura europea tanto meno un’agenzia unica per la lotta al terrorismo.

Oggi più che mai si ripresentano le critiche che l’opinione pubblica statunitense fece all’indomani degli attacchi terroristici dell’ 11 settembre: CIA, NSA e FBI avevano tutte le informazioni necessarie per bloccare gli attentati terroristici alle torri gemelle ma l’assenza di coordinazione e la totale assenza di volontà a scambiare informazioni tra le agenzie fece sì che non si riuscì a comprendere l’entità della minaccia e gli esiti furono quelli che conosciamo tutti fin troppo bene.

Verosimilmente nei prossimi giorni ci sarà un nuovo super vertice europeo, un’altra marcia della pace, altre promesse di dialogo e lotta comune, altri appelli per “restare uniti” ma otterremo (come già sta accadendo) solo la chiusura totale delle frontiere e le dichiarazioni di quei politici che vedranno in questo attacco la possibilità per ampliare il proprio bacino elettorale.

Dov’è l’Europa tanto desiderata da Spinelli? Nei campi profughi di Idomeni? Nei fondi stanziati alla Turchia, quella nazione che viola continuamente i diritti umani? Nel trattato di Schengen che è destinato irrimediabilmente a sparire?
Ho paura che domani, assieme al funerale di quelle innocenti e povere vittime ne celebreremo un altro: quello dell’Unione Europea. Anche se, a questo punto, mi chiedo se sia mai davvero nata.

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