Egitto, attivista trans arrestata e rinchiusa in un carcere maschile

Un’attivista trans egiziana è stata arrestata dai servizi di sicurezza nazionali assieme ad altre settanta persone a seguito di una protesta contro la mancanza di sicurezza che ha portato all’incidente ferroviario che il mese scorso ha provocato quasi 30 morti nella capitale.

Malak al-Kashif, 18enne, si batte da ormai tre anni contro le autorità egiziane per poter cambiare il proprio genere sui documenti, mostrando l’intero processo, assieme a quello della sua transizione, sui social e a volte anche sui giornali: la sua lotta fino ad ora non ha avuto successo, ma la ha resa invisa alla polizia, al punto che in molti temono che pianificassero di arrestarla da molto tempo ma che abbiano atteso fino all’arrivo di un pretesto a causa del suo forte seguito.

La ragazza aveva inoltre tentato il suicidio l’estate scorsa a seguito dell’ennesima violenza subita per strada e degli abusi subiti in un ufficio pubblico, dicendo che “la società […] mi ha ucciso, mi rigetta, mi fa male, mi arresta”.

Della ragazza non si è saputo più nulla dall’arresto in casa propria mercoledì scorso, come è tipico del modus operandi dei servizi di sicurezza del paese africano, ma la famiglia e il suo avvocato temono per il peggio, ovvero che sia stata portata in una prigione maschile, essendo registrata come uomo sulla carta d’identità, e che sia quindi altamente a rischio di violenza da parte dei detenuti, ma anche degli agenti stessi, pedine di un governo fortemente antagonista della comunità LGBT+.

Sono ormai giorni che la famiglia chiede alla National Security dove sia stata incarcerata la ragazza, fino ad ora senza ottenere risposta, ed hanno visitato moltissime prigioni limitrofe nella speranza di riuscire ad estrapolare una qualsiasi informazione dal personale.

“Temiamo che la polizia la tratti come un uomo e la chiuda in una cella di uomini. Sappiamo quello che le persone gay e trans vivono in detenzione nelle prigioni egiziane” ha raccontato una delle amiche della vittima “I maltrattamenti potrebbero cominciare da insulti e intimidazione, pestaggi, fino ad arrivare allo stupro e alle molestie, per non parlare della pressione psicologica”.

Il caso di Malak Al-Kashif è simile a molti altri nel paese, come le 75 persone arrestate due anni fa ad un concerto per aver sventolato una bandiera arcobaleno o la condanna a un anno di prigione per Mohamed al-Ghaity, il quale aveva intervistato un uomo gay per provare che l’omosessualità fosse una malattia, ma che così facendo aveva violato una legge del 2017 per cui le persone LGBT+ non possono apparire sulla stampa; tutto questo nonostante nel paese l’omosessualità non sia reato, al punto che la causa ufficiale degli arresti risulta spesso essere di immoralità o di blasfemia, in un clima di terrore che investe l’intero stato.

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