Essere gay sotto lo stato dell’ISIS

A pochi giorni dagli attentati di Parigi è probabilmente doveroso soffermarsi su questa guerra che coinvolge in egual misura Oriente e Occidente, ma non chiamatela “crociata” o guerra di religione, perché l’ISIS con l’islam e i musulmani non c’entra niente. Chiamatela piuttosto guerra di ideologie, di una piccola comunità oscurantista che con il terrore e la paura vorrebbe assoggettarci alla sua dispotica quanto retrograda mentalità che del Corano, di quel testo sacro che vede tra i suoi cinque pilastri l’accettazione di Dio (Allah), la preghiera quotidiana, l’elemosina, il digiuno durante il Ramadan e il pellegrinaggio alla Mecca, ha soltanto un messaggio distorto ed alterato, vedendo in tutti coloro distanti dalla fede islamica “gli sviati” che trasgrediscono sin da subito quel primo fondamentale pilastro.

E se per le donne è difficile vivere tra chador, burqa, matrimoni combinati e sottomissione maritale, essere gay in questo nascente Stato dell’ISIS, vero e proprio stato del terrore, lo è ancora meno.

A raccontarlo è stato l’Indipendent nell’agosto di quest’anno, all’indomani dei soli attentati alla redazione di Charlie Hebdo, raccogliendo alcune testimonianze del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

«Nella mia società essere gay significa morire» ha detto un uomo iracheno al congresso, nascondendo la propria identità per salvaguardare la propria incolumità, mentre un altro uomo al congresso ha parlato dell’orrore di aver visto la sua città natale cadere sotto un gruppo conosciuto come Nusra, legato ad Al-Qaeda, torturando e uccidendo sistematicamente tutti gli uomini di cui solo ne sospettavano l’omosessualità: «Questo sarebbe stato anche il mio destino» ha detto ad una riunione informale del Consiglio.

L’assemblea, organizzata insieme agli Stati Uniti e il Cile, intendeva porre l’accento sui brutali attacchi alla comunità LGBT da parte dei combattenti: «Uscire mi terrorizzava» ha continuato l’uomo leggendo il suo discorso.

«Non mi sentivo sicuro nemmeno a casa – racconta l’uomo – dove mio padre sospettosamente monitorava i miei passi, apprendendo che fossi gay. Porto ancora una sua cicatrice sul mento come segno della sua rabbia».

Non solo una tortura militare, ma una ignoranza diffusa nel tessuto della società: «Alle esecuzioni – prosegue – partecipavano centinaia di cittadini, bambini inclusi, applaudendo forte come ad un matrimonio. E se la vittima non moriva dopo essere stata scaraventata giù da un palazzo, gli abitanti della città lo lapidavano fino alla morte».

L’uomo è riuscito a fuggire in Libano dalla Siria, per poi trovare finalmente rifugio in Turchia.

«Nella mia società essere gay significa morte – fa eco un altro uomo, Adnan, che parla al Consiglio dal telefono in una località sconosciuta – quando l’ISIS uccide i gay la maggior parte della gente è felice, perché pensa che siamo il male e l’ISIS acquisisce maggior credibilità».

Anonimogay

Anonimo Gay, la voce di tutti e nessuno. Dopo aver attraversato le cinque fasi del lutto omosessuale, dalla negazione alla piena accettazione, ritorno a nuova vita in seguito ad un decoroso periodo di vedovanza, tra velette scure e abiti neri. Non conta dove sono nato e, soprattutto, non conta quando: d’altronde, si sa, la vanità è donna. O forse no?

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