IraQueer, gay e sopravvivere in Iraq.

Sicuramente tutti, o comunque la maggior parte di voi, hanno chiara in mente la situazione difficile e confusionaria in cui versa da lungo tempo il Medio Oriente, chiara al punto che oggi l’idea generale è che da quelle parti ci sia solo la Siria e l’ISIS.
Ci stanno è chiaro, ma tornando indietro di qualche anno, prima che la Siria andasse così di moda, conoscevamo anche l’Iraq.
Iraq che un tempo era un fermento culturale continuo, Baghdad la città dei sogni, finché religione e dittatura l’hanno portata al declino e come è andata a finire lo sappiamo.
Ma ora, che cosa vuol dire vivere ora in Iraq, anzi essere omosessuale e vivere in Iraq?
Sapremmo dare una risposta se pensiamo a cosa ne fa l’ISIS degli omosessuali e anche solo presunti tali, e, per essere precisi lo Stato Islamico ha, dal 2014, invado anche dei territori nella zona occidentale dell’Iraq, ma nel resto del Paese?
Nel 2005 diventa una Repubblica parlamentare federale islamica, e infatti poco dopo l’Ayatollah Ali al-Sistani emana un decreto secondo cui gay e lesbiche vanno uccisi.
Il Governo non hai mai rilasciato dichiarazioni al riguardo, fino al 2015, quando, nel rapporto alle nazione unite, ha dichiarato crimine essere omosessuali in Iraq.
Questo vuol dire che squadroni di polizia arrestano, torturano, ammazzano chiunque venga scoperto o sospettato omosessuale, da atteggiamenti, modi di fare, mancanza di moglie.
Le famiglie stesse li allontanano da casa, viene vietato loro l’accesso alle strutture di istruzione e assistenza medica.
Vengono esclusi dalla società, arrestati e uccisi.
Da qui parte la storia di iraQueer, associazione gay clandestina con base in Svezia, che cerca di aiutare le persone omosessuale a sopravvivere in questo Iraq.

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Il fondatore Amir Ashur vive ora in Svezia, dove è arrivato come rifugiato, e da lì coordina un gruppo di circa quaranta persone in Iraq che, sfruttando app come Grindr, restando anonimi anche tra loro e facendo convergere e muovere informazioni e direttive direttamente dalla Svezia per non incappare nel controllo del Governo, lavorano sul campo per supportare e cercare di salvare ragazzi e ragazze omosessuali iracheni.
Amir dall’Europa cerca di dare visibilità alla situazione irachena e allo stesso tempo cercare il supporto dei Paesi che promettono di accogliere i rifugiati omosessuali in fuga dalla morte, ma che spesso durante il processo di accoglimento, vedono respinta la loro domanda con l’invito ad “adattarsi alle direttive del proprio sistema governativo”.
È sempre Amir a denunciare a Londra, in occasione del “World Refugee Day” organizzato da UKLGIG (associazione inglese per rifugiati e richiedenti asilo gay), come anche i Paesi europei più ricchi sfruttino l’arrivo di rifugiati e le richieste di asilo per ottenere fondi anche quando le casse statali sono in grado di sostenere le spese.
Con IraQueer cerca di garantire una minima assistenza sanitaria per i gay sul posto, ma molto spesso i pochi medici che accettano di non negare le cure, chiedono di essere pagati fino a tre volte per normale una prestazione.
La speranza di Amir è che l’Europa e il resto del mondo vedano e comprendano la realtà che gli omosessuali sono costretti a vivere ogni giorno a Baghdad e nel resto del Paese, e che vengano prese sul serio in considerazione le richieste d’asilo di iracheni omosessuali perché rispedirli indietro sarebbe come condannarli a morte.
Che la comunità gay non si fermi a piangere e poi sostenere solo le vittime di tragedie come quella di Orlando perché le vive da vicino, ma faccia qualcosa anche per chi vive in Medio Oriente, che non si concentri solo sull’aspetto religioso della persona che ha davanti, perché musulmano o orientale non vuol dire automaticamente pericoloso.

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