La Russia non può proibire gli eventi LGBT+, delibera la Corte Europea dei diritti umani

La Corte Europea dei diritti umani ha deliberato martedì 27 novembre che la Russia abbia violato i diritti umani non permettendo la celebrazione del Pride nel paese.

Il caso è stato portato avanti da sei attivisti russi, tra cui principalmente Nikolaj Alexejev, i quali sostengono (in 51 ricorsi diversi) che le loro richieste per organizzare Pride in svariate città sparse per il paese sarebbero state sistematicamente rifiutate o accettate e revocate a poco tempo di distanza a causa della legge sulla propaganda omosessuale del 2013, che proibisce “la propaganda di orientamenti sessuali non tradizionali”, ma alcuni dei casi citati dagli attivisti risalgono persino al 2009.

Secondo la corte, la mancata approvazione di assemblee LGBT+ pubbliche “non corrispondeva ad una necessità sociale pressante e non era dunque necessaria in una società democratica. […] I richiedenti hanno sofferto una discriminazione ingiusta a causa del loro orientamento sessuale, discriminazione incompatibile con gli standard della Convenzione, e che gli fosse stato negato un rimedio domestico efficace riguardo alla loro denuncia di violazione della libertà di associazione”. Ha anche sostenuto che i richiedenti hanno “sofferto discriminazioni ingiuste sulla base dell’orientamento sessuale … incompatibili con gli standard della Convenzione”, precisamente in violazione degli articoli 11, 13 e 14 della Convenzione Europea dei diritti umani, che proteggono rispettivamente il diritto di associazione, il diritto ad un ricorso effettivo e la libertà dalla discriminazione.

Si è anche sottolineata la necessità della Russia di “fare grandi sforzi a lungo termine per adottare misure generali, in particolare per assicurare la libertà di manifestare e di non essere discriminati delle persone LGBT”.

Gli attivisti hanno chiesto un risarcimento dai €5 000 ai €500 000 nel loro ricorso ma la corte ha respinto la richiesta.

La Russia, però, si è rifiutata di concedere il risarcimento, e non sarebbe la prima volta che la Russia, che pur è firmataria della Convenzione, non ne segue le direttive: la legge sulla propaganda omosessuale stessa è stata condannata dalla Corte nel 2017, perché incoraggia l’omofobia, consolida i pregiudizi, va contro la libertà dalla discriminazione e la libertà di espressione; si sospetta anche che la polizia russa non si stia occupando dei casi di omofobia e di discorsi d’incitamento all’odio omofobico sulle basi dell’inesistenza della comunità LGBT+ stessa (secondo l’attivista ed avvocato Anna Plyusnina, che lavora all’LGBT+ Resource Centre di Ekaterinburg).

La Corte europea aveva già condannato la Russia nel 2010 per le stesse motivazioni, ma il paese in otto anni non ha rettificato le proprie azioni, anzi si è spinto anche più oltre istituzionalizzando l’omotransfobia.

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