Le famiglie gay in Europa, i diritti negati in Italia

Bisogna ammettere che il sì al referendum irlandese ha superato le aspettative: il primo stato al mondo a legittimare il matrimonio omosessuale e, come se non bastasse, uno stato a maggioranza cattolica conservatrice. CIò sicuramente aiuta a capire quanto la corsa, seppur mediamente lenta, ai diritti civili sia inarrestabile. Un assunto quasi dogmatico potrebbe essere: dove c’è democrazia (prima o poi) ci sono anche diritti.

È notizia di questi giorni, oltre ai vari stati che continuamente si accodano (rendendo già “vecchia” la cartina in apertura), che pure la Grecia di Tsipras stia intavolando una discussione legislativa per portare nel proprio paese le unioni civili; in base ai primi chiacchiericci non vi sarà distinzione tra coppie di fatto etero ed omosessuali.

Sempre in questi giorni il Parlamento Europeo ha votato, a maggioranza, una risoluzione volta al riconoscimento delle coppie omosessuali come famiglie tout court e non come semplici e banali convivenze: vere e proprie famiglie gay in Europa. Questo riconoscimento, puramente simbolico e formale, invita i paesi membri a riconsiderare la legislazione legata alle unioni civili: non più solo convivenze legalmente riconosciute con relativi diritti accessori ma status di famiglia; ciò inevitabilmente significa maggiori diritti e dunque maggiori doveri.

A ben vedere quasi tutti gli stati europei si stanno muovendo in questa direzione da molto tempo, un esempio può essere la Germania di Frau Merkel, la Grosse Koalition ha nel programma di governo lo studio di norme che equiparino a tutti gli effetti le unioni omosessuali ai matrimoni, trasformando quindi il matrimonio eterosessuale in matrimonio egualitario.

D’altronde un altro noto conservatore, Cameron, nel 2012, prima che il Regno Unito introducesse il matrimonio egualitario ha ben sottolineato questo punto di vista:

Lo dico non solo perché credo nell’eguaglianza ma perché credo appassionatamente nel matrimonio. Credo che il matrimonio sia un grande istituto: penso che aiuti le persone a prendersi responsabilità e impegni, a dire che si prenderanno cura e vorranno bene a qualcuno. Penso aiuti le persone a mettere da parte l’egoismo e pensarsi come unione, insieme all’altro. Il matrimonio mi appassiona molto e penso che se funziona per gli eterosessuali come me, dovrebbe funzionare per tutti: per questo dovremmo avere i matrimoni gay e per questo li introdurremo.

In Italia invece non si riesce ad andare oltre ai grandi annunci, ai tentativi solitari e alle bandierine di associazioni cattoliche che mettono in guardia: “I matrimoni gay uccideranno la famiglia!” – “la teoria del gender sta trasformando i nostri figli!” – “Non si potrà più dire il proprio pensiero sui gay!”

Quando poi chiedi come e perché non c’è una risposta.

Eh sì la lobby gay è potente ma mai quanto quella degli ignoranti.

Diego

Diego nasce a Napoli nel lontano 1991. Nel 2002, si trasferisce in un piccolo paesino al confine tra l’Umbria e la Toscana. Finito il liceo delle Scienze Sociali è costretto a spostarsi in Lombardia. Inizia l’università che naufraga terribilmente; dopo una pausa di riflessione si iscrive a Scienze della Comunicazione a Bergamo. Qui riesce a trovare, probabilmente, la sua via: la passione per la politica e i temi sociali. Approda su IlpuntoH per curare la rubrica Hpolitik.

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