Lettera al padre omofobo che ha scritto “devi morire” al figlio gay

papà

Ieri sera guardavo C’è Posta per Te in salotto con i miei. Sì, al danno di avere una vita sociale pari a quella di Anna Oxa nel 2006, si aggiunge la beffa di dover piangere il sabato sera per le vite degli altri, come se le mie di sventure non fossero già abbastanza.

Tra l’ospitata di Gabriel Garko, che tentava di camuffare il botox come Cesara al TG con un paio di occhiali da vista, e quella di Fedez, più tatuato di Angelina Jolie in Wanted, è arrivata la storia di Manuel, ragazzo gay siciliano, il cui padre-padrone, Salvatore, dopo aver saputo della sua omosessualità, gli ha inviato un messaggio sul telefono scrivendo “Non ti voglio più vedere. Per me tu puoi anche morire”. Saputo ciò, la moglie dell’uomo, ha deciso di cacciarlo via di casa radunando tutta la sua roba in due sacchi della spazzatura e dicendogli: «Se non accetti nostro figlio, da questa casa te ne devi andare!».

Inutile dire che la mia ammirazione per questa Donna non abbia confini, perché anche per una madre non dev’esser stato semplice accettare la vera identità di suo figlio, e questo gesto d’Amore credo che valga molto più di quanto la donna non abbia già detto o dimostrato a suo figlio in tutta la vita.

Non starò qui a parlare del fatto che le donne non devono essere maltrattate, e avresti dovuto, negli anni, trattare diversamente anche tua moglie, e non lo dico da gay, ma da Uomo. Sì, perché essere uomo non significa necessariamente fare il “maschio alfa” dominante che beve birra e cammina in mutande per casa, arrogandosi il diritto di possedere la vita della donna che ha sposato, e vantandosi di quella mezza sveltina silenziosa a settimana che lo fa sentire l’uomo di casa.

Essere Uomo significa innanzitutto avere rispetto per gli altri.

Comprendo quel profondo senso di delusione che un genitore si trova improvvisamente a somatizzare per l’omosessualità del proprio figlio. Ci si aspetta la continuità della famiglia, la fidanzatina a Natale, il matrimonio in Chiesa, i nipoti e tutta una sovrastruttura sociale con cui abbiamo rigidamente rivestito le sensazioni, i sentimenti, la natura fluida dell’animo umano come un’armatura.

Quello che tu non sai papà, mio caro Salvatore, è che tuo figlio prima di accettare egli stesso di essere gay e di dirlo agli amici, alla famiglia, ha probabilmente combattuto in silenzio contro qualcosa che sentiva “sbagliato”. E lo sentiva perché percepiva il disgusto di chi come te ci fa sentire dei mostri, degli esseri immondi che, come gli auguravi, dovrebbero morire.

manuel

Probabilmente non sei a conoscenza delle battaglie che un gay combatte innanzitutto con sé stesso, quando inizi a provare attrazione per il compagno di banco a scuola, domandandoti come mai non sei come tutti gli altri che preferiscono uscire con le ragazze, mentre tu sei quello a cui basta esser loro soltanto amico.

Non sai quante volte ti guardi allo specchio la sera prima di andare a letto, provando schifo per te stesso, per ciò che sei, per quello che gli altri penseranno di te per questa “cosa”, cui hai persino paura di dargli un nome, che non riesci a controllare.

Caro papà, forse credi che la vita di un gay sia tutta un Pride, sia tutta boa rosa, paillettes e canzoni di Lady Gaga tra un festino e l’altro, ignorando, invece, che prima di trovare il coraggio di confidarlo a qualcun altro devi ammetterlo con te stesso, “sono gay”, senza per questo sentirti sbagliato, inadeguato o un mostro che merita la morte.

La fase che precede la propria accettazione, mio caro padre, è probabilmente la peggiore per un ragazzo o una ragazza omosessuale. Provi paura, sei spaventato che chiunque, anche solo guardandoti, possa scoprire chi sei veramente e gridarlo al mondo esponendoti allo scherno e al pregiudizio di tutti. Quello che non sai è delle battaglie che devi affrontare a scuola, degli amici che ti deridono insultandoti con termini e parole di cui, forse, nemmeno conoscono il significato. Non sai delle botte di quelli che vogliono “punirti” come paladini di una giustizia che di giusto non ha nemmeno il nome, dei mormorii a lavoro, e dell’ignoranza di chi, in uno scatto d’ira, te lo griderà in faccia davanti a tutti, mettendoti in imbarazzo come un ladro, come un immigrato clandestino senza il visto.

Forse papà, a te piacerebbe vantarti a lavoro di quanto tuo figlio sia uno strappa-mutande, raccontando dei perizoma che riporta a casa sbronzo. Ma ciò che invece ignori è quanto, oggi, in una società che sogna di andare a vivere su Marte, sia paradossalmente difficile essere dichiaratamente omosessuale, subendo l’occhiataccia di turno, lo snobismo di chi ti guarda con disprezzo e l’ignoranza di chi ti dà del “ricchione”, mentre tu cerchi con coraggio di continuare per la tua strada, di essere te stesso nonostante tutto, per non costruire una vita fatta di finzione o, peggio, per non decidere di farla finita. Ed è questo papà, la cosa di cui dovresti essere più ORGOGLIOSO: vantarti col mondo che tuo figlio, ogni giorno, nonostante tutto, decida di vivere e essere felice.

Anonimogay

Anonimo Gay, la voce di tutti e nessuno. Dopo aver attraversato le cinque fasi del lutto omosessuale, dalla negazione alla piena accettazione, ritorno a nuova vita in seguito ad un decoroso periodo di vedovanza, tra velette scure e abiti neri. Non conta dove sono nato e, soprattutto, non conta quando: d’altronde, si sa, la vanità è donna. O forse no?

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