Strumentalizzazione omofoba di un caso di cronaca

Mario Adinolfi facebook - ilpuntoh

Roma. In un appartamento del quartiere Collatino tre ragazzi si ritrovano per passare un venerdì di divertimenti, tra sesso, alcol e droga. Un festino privato, uno dei tanti tra ragazzi della Roma Capitale che hanno soltanto voglia di sballarsi, fino a quando i bagordi si trasformano in omicidio. Due contro uno. “Volevamo vedere che effetto facesse uccidere” diranno poi gli assassini agli inquirenti. Sembra la trama del remake di Arancia Meccanica, e invece è quello che è successo lo scorso venerdì 4 marzo, quando i trentenni Manuel Foffo e Marco Prato decidono di uccidere il 23enne Luca Varani, attirato nella trappola con la promessa di un po’ di sballo, trasformatosi subito nella vittima sacrificale di un macabro gioco senza senso. Silenziato e torturato a martellate e coltellate fino al momento della morte.

Secondo le indagini i due sarebbero, il condizionale in una vicenda ancora tutta da chiarire è d’obbligo, rimasti in casa col cadavere del giovane per diverse ore. La confessione arriverà il giorno dopo da Foffo, che in un primo momento aveva addotto l’episodio all’effetto delle droghe e dell’alcol. Prato nel frattempo, mosso dai sensi di colpa, aveva tentato il suicidio con una dose di barbiturici.

L’accusa per loro sarebbe omicidio preterintenzionale con l’aggravante di sevizie e crudeltà per futili motivi. E mentre gli inquirenti attoniti continuano a cercare un senso alla follia di questo gesto, spunta la pista gay: Varani avrebbe rifiutato un rapporto a tre con i due, e per questo motivo sarebbe stato ucciso. Ad avallare la tesi alcuni link e commenti sulla pagina facebook del giovane contro le unioni civili e gli omosessuali.

Immediata la strumentalizzazione della notizia di Marione Adinolfi, che dall’alto della sua pagina facebook ha subito puntato il dito, bollando i gay come depravati assassini, e trovando analogie con il caso Rosboch, in cui, ancora una volta, ad uccidere la donna era stata una coppia gay. E beh, se a dirlo è Mario Adinolfi, uno che di famiglia tradizionale se ne intende, avendone ben due, c’è probabilmente da credergli. Ma, pessimo umorismo a parte, quello che il giornalista dimentica è che la cronaca nera italiana negli ultimi dieci anni ci ha insegnato che spesso ad uccidere sono soprattutto gli uomini, quelli che i giornali non si premurano di etichettare come etero, perché per molti è l’eterosessualità la normalità sottintesa. Quegli uomini (?) che maltrattano, tradiscono, trascurano e poi uccidono le donne che dicevano di amare e cui avevano giurato fedeltà e rispetto per tutta la vita. Roberta Ragusa, Guerrina Piscaglia, Melania Rea, Elena Ceste. Sono soltanto alcune delle tante donne che vengono uccise con così tale frequenza da aver coniato il termine femminicidio, laddove, Google, che oggi celebra la donna con un doddle, intende: «Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte». E non sono di certo gli omosessuali ad uccidere e torturare donne che da sempre ammirano fino a farne delle vere e proprie ICONE, manifesto di una generazione in cui vi si identificano. Ed è un bene poterne parlare oggi, nel giorno della Festa della Donna, quello in cui dovremmo ricordarci che la maggior parte dei delitti e maltrattamenti avviene tra le mura domestiche di quelle famiglie “tradizionali”, tra quegli uomini e quelle donne che davanti a Dio si sono promessi amore eterno.

La perversione e la crudeltà non appartengono ad un solo genere o orientamento sessuale, ed è abietto specularci su, veicolando consapevolmente un messaggio sbagliato. Appartiene all’Uomo, all’intera umanità, che sin dalla notte dei tempi, sin dalle prime pagine di quel Libro Sacro in cui Adinolfi e i cattolici credono, annovera l’omicidio nella sua storia. Fu Caino il primo ad uccidere e da allora l’uomo non si è più fermato. Se si considera che fino agli inizi degli anni ’80 vigeva il delitto d’onore, che addirittura legittimava ad uccidere la propria donna o sorella per difendere il proprio nome o quello della famiglia, è facile dunque comprendere quanto uccidere sia un’attitudine di quell’uomo eterosessuale cui quell’etichetta i giornali proprio non la aggiungono.

Oggi per fortuna le cose sono in parte cambiate, e se gli uomini continuano ad uccidere le proprie moglie, se non altro la legge non concede più sconti di pena.

È abietto strumentalizzare con così tanta superficialità la notizia di un omicidio, bollando tutti gli omosessuali come “gay impazziti”, soprattutto perché, statistiche alla mano, sono molte di più le donne che muoiono per mano degli uomini “normali”, quelli cui (paradossalmente) le donne piacciono, che le persone uccise dai gay.

Adinolfi, da cattolico, ha pensato più alla mano che ha ucciso che a chi ha perso la vita. Ciò che spaventa maggiormente e dovrebbe invece far riflettere, è soprattutto quanto la nostra si sia trasformata in una società così annoiata che uccide per provare l’ebbrezza di un nuovo brivido.

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