Quindici rifugiati LGBT+ siriani accusano il governo inglese di averli “lasciati a morire” in Turchia

Quindici rifugiati LGBT+ siriani hanno intenzione di avviare una disputa legale contro il governo del Regno Unito, accusato di averli “lasciati a morire” in Turchia.

Ai quindici, infatti, oltre due anni fa era stato concesso di entrare a far parte di uno schema per il reinsediamento di rifugiati il cui scopo era evitare il lungo e tortuoso processo di richiesta di asilo, schemi di reinsediamento che sono ristretti a poche persone in situazioni particolarmente pericolose o instabili, e sono disponibili solo in pochi paesi, come il Regno Unito, la Francia, la Germania, la Norvegia e la Svezia; solitamente le persone accettate in questi schemi devono attendere un massimo di cinque mesi prima di potersi trasferire, ma da allora per loro nulla è cambiato e si sono visti costretti a vivere illegalmente e di nascosto in un paese in cui, per quanto l’omosessualità sia legale, i livelli di omofobia e xenofobia sono altissimi.

Il gruppo ha accusato i funzionari governativi inglesi di aver violato le leggi in materia di diritti umani e di averli sottoposti ad un trattamento “inumano ed umiliante”, apportando come motivazioni le condizioni della vita nei rifugi in cui devono rimanere, gli attacchi di cui sono stati vittima, tra cui un uomo che è stato accoltellato due volte in due anni ed un uomo che è stato inseguito e colpito con delle rocce, l’isolamento sociale e la mancanza di status.

“Non posso più vivere in questo paese” ha raccontato al The Guardian uno dei rifugiati, costretto a mantenere l’anonimato per motivi di sicurezza “Sento che in un qualsiasi momento la mia famiglia potrebbe trovarmi ed uccidermi. Sono gay ma non posso dire di esserlo, qui non puoi neanche guardare un uomo per strada, è pericolosissimo. Un rifugiato siriano LGBTQ+ che conosco sta aspettando da più di due anni perché l’Home Office del Regno Unito lo metta in salvo. È stato accoltellato due volte a causa del suo orientamento sessuale”.

L’Home Office si è rifiutato di commentare la vicenda, sostenendo che non si esprimono mai su casi individuali ma aggiungendo che a volte ci vuole tempo per trovare un luogo adeguato alle necessità specifiche di alcuni individui.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *