/Bandito in patria, Rafiki riceve standing ovation al Cannes Film Festival

Bandito in patria, Rafiki riceve standing ovation al Cannes Film Festival

Rafiki: il film Kenyano pro-LGBT+ che entusiasma il mondo ma indispettisce l’opinione pubblica in Kenya.

La comunità LGBT+ africana ha ottenuto una vittoria dolce come poche altre quando a Cannes, il 10 maggio, è scoppiata in un applauso, diventato standing ovation per la regista Wanuri Kahiu e le attrici Samantha Mugatsia e Sheila Munyiva, protagoniste del film “Rafiki” (amica, dallo Swahili), storia d’amore lesbica nata a Nairobi, Kenya.

Pur non avendo vinto nella propria categoria, il film ha il merito di essere il primo film kenyano a ricevere una nominato al Cannes Film Festival.

Rafiki racconta la storia di due ragazze, figlie di due candidati alle elezioni locali, che da un’iniziale rivalità sviluppano un rapporto sempre più stretto basato su una visione del mondo e su obiettivi comuni, principalmente la speranza di poter sfuggire a quel destino di moglie e madre imposto su di loro sin dall’infanzia.

Mentre il film continua a raccogliere consensi a livello internazionale, in patria rimane in vigore il bando posto dal KFCB (l’apparato di censura cinematografica del Kenya), guidato dal conservatore quanto stravagante Ezekiel Mutua, votato kenyano più odiato dal suo paese, che ha comparato il suo operato a quello del Dr Martin Luther King e ha difeso a spada tratta le leggi anti-lgbt+ di retaggio inglese ancora vigenti.

Le motivazioni fornite per il bando sono “l’incompatibilità con i valori della società kenyana” e la promozione della “condotta omosessuale” nonostante la costituzione del 2010 preveda la libertà di parola; di fatto però non vi è una forte opposizione a ciò da parte del popolo, che ritiene che amare una persona del proprio stesso genere sia anti-africano (infatti ci sono voluti anni per trovare sponsor disposti a supportare il film).

La regista ha rivelato di aspettarsi il responso negativo del KFCB, ma non di arrivare ad essere minacciata con l’arresto dopo essersi rifiutata di censurare le scene più intime tra le due protagoniste; sostiene comunque che intende lottare, anche in tribunale se necessario, per esprimere la propria libertà artistica

In un continente in cui le leggi di oltre metà dei paesi prevedono l’illegalità dei rapporti omosessuali, e in un paese in cui la censura sta strozzando l’industria cinematografica nascente, un film come Rafiki non è solo rivoluzionario come pochi altri (come Stories of our lives, del 2014, un’antologia di storie vere di persone LGBT+ in Kenya) ma anche necessario al fine di aprire le menti del pubblico e spostare l’attenzione internazionale su queste comunità a rischio, i cui diritti sono calpestati ogni giorno a causa di leggi dell’era coloniale, datate, che violano i diritti umani.