Roxana Hernández quarta vittima dell’ICE quest’anno

Quella di Roxana Hernández, donna trans 33enne originaria dell’Honduras, è la quarta morte in detenzione del 2018 per l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), agenzia governativa degli Stati Uniti per l’immigrazione.

La donna è morta di pneumonia venerdì scorso alla Cibola Country Collection Facility, una prigione privata a scopo lucrativo di Mexico City per la detenzione di immigrati illegali, dopo cinque giorni dal suo arrivo, nei quali non si è a conoscenza delle condizioni in cui ha vissuto.

Arrivata al confine dall’Honduras il 9 maggio per scappare dalle violenze transfobiche subite dalla MS-13, è stata detenuta dal CBP (Customs and Border Protection) che, dopo alcuni test medici, la ha dichiarata idonea al rimpatrio il 13 maggio.

È arrivata il 16 alla Cibola Country Collection Facility, in un’unità speciale per gli immigrati trans, ma il giorno dopo è stata trasferita in ospedale per polmonite, disidratazione e complicazioni legate all’HIV, dove è morta il 25.

La tragica vicenda di Roxana Hernández è solo una tra centinaia di migliaia: il numero di persone detenute al confine negli ultimi anni è cresciuto esponenzialmente (al momento in un giorno qualsiasi la media di detenuti è di 41 000, la Casa Bianca vorrebbe che il numero salisse a 51 000) con il peggioramento delle condizioni di vita in molti paesi del Sud America e leggi che prevedono la detenzione di sempre più immigrati, anche se vivono negli Stati Uniti ormai da anni. Molti di loro non ottengono neanche un processo che determini se la detenzione sia realmente necessaria (essa dovrebbe, per legge, essere l’ultima soluzione) e possono rimanere in questi centri per settimane, mesi e persino anni.

L’ICE è di recente entrato nuovamente nel dibattito pubblico per la “perdita” di 1475 bambini solo nell’ultimo anno: bambini violentemente strappati dalle proprie famiglie di cui si sono perse le tracce a causa del quasi inesistente sistema di controllo; alcuni speculano che siano nelle mani di trafficanti e che i responsabili ne siano al corrente o persino che ne guadagnino.

Questo a seguito di una legge dell’era Trump, difesa da John Kelly, capo del personale della Casa Bianca, che ha sostenuto che non fosse crudele dividere intere famiglie perché i bambini sarebbero finiti “in foster care or whatever…” (in affidamento o vabbè…)

Altamente criticati sono anche i servizi sanitari dell’agenzia: nel 2017 sono morti 12 migranti in custodia, il numero più alto dal 2009, l’attenzione medica è scarsa, inadeguata, operazioni complicate sono lasciate nelle mani di personale inesperto, le celle sono talmente fredde ed umide da essere conosciute con il soprannome di “hieleras”, l’accesso a medicinali per la cura di malattie mentali è complesso e raro e la conseguenza di molti sintomi manifesti di malattie mentali sono severe punizione piuttosto che cure, la risposta alle emergenze è lento (spesso con ore di ritardo) e le richieste di attenzione medica sono spesso ignorate o posposte senza motivazione e molti non ricevono mai cure mediche necessarie; ciò avviene poiché non vi è un sistema di controllo imparziale che incentivi a rispettare le regole.

In media la maggior parte dei decessi avviene in centri privati a scopo lucrativo (che compongono il 65% di tutti i centri negli Stati Uniti), in quanto i loro profitti aumentano quanto meno spendono per le cure dei detenuti, costretti perciò a vivere in condizioni disumane: disidratati, affamati, in mancanza di cure mediche, in luoghi affollati, disorganizzati e non controllati per generare profitto a compagnie private come Core Civic e Geo Group e ad una amministrazione che si è schierata contro una delle minoranza più a rischio nella confederazione sin dalla campagna elettorale del 2016, con la proposta del famoso muro al confine tra gli USA e il Messico, per cui quest’ultimo dovrebbe pagare.

 

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