Speciale Elezioni 2018: il programma del centrodestra

Pochi giorni ci dividono ormai dalle elezioni politiche del 4 marzo, ma molte sono ancora le indecisioni e le incertezze riguardanti la scelta da effettuare nelle urne, soprattutto a causa della confusione in merito ai programmi presentati dai vari schieramenti politici. Cercheremo insieme di fare chiarezza, accompagnandovi nella lettura dei programmi.

Il momento delle elezioni è particolarmente delicato soprattutto in un clima di incertezza economica come quello attuale ed è quindi essenziale che ciascuna delle persone chiamate a decidere la futura rotta del nostro paese possa contare su un’idea costruita in maniera critica e indipendente.

Il primo invito è certamente quello di recarsi alle urne e esprimere il proprio voto, qualunque esso sia. Ciascun voto è importante e determinante, comprese le forme di non-voto, ovvero le schede nulle e le schede bianche.  Al contrario non è espressione di voto l’astensionismo, che finirebbe per premiare i partiti maggiori.  Per assicurare un dibattito parlamentare, invece, può essere importante votare i piccoli partiti che potrebbero servire da freno per la maggioranza.

In tre appuntamenti cercheremo di analizzare i programmi dei tre schieramenti concentrandosi sui punti comuni affinché si possa avere un confronto reale, ricordando che saremo chiamati a votare per l’elezione dei membri del Parlamento e non il Presidente del Consiglio dei Ministri (per approfondire la questione relativa alla nomina del presidente del consiglio di ministri si veda l’ultimo paragrafo).

Il programma del centrodestra.

I principali partiti di centrodestra:
Forza Italia, guidato da Silvio Berlusconi;
Lega, guidato da Matteo Salvini;
Fratelli d’Italia, guidato da Giorgia Meloni;
Noi con l’Italia, guidato da Raffaele Fitto,
hanno deciso di presentarsi in coalizione. Pur senza indicare il nome del futuro capo del gruppo parlamentare che andrà a concorrere per la nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri, i partiti hanno firmato un programma comune i cui punti principali sono l’abbassamento delle tasse, una minore dipendenza dalle decisioni dell’Unione Europea e una maggiore attenzione alla sicurezza. Si può prevedere che il leader della coalizione sarà quello del partito della coalizione che avrà ottenuto il maggior numero di preferenze.

Riformare il sistema tributario: flat tax per rendere più equa la contribuzione.

Il primo punto del programma della coalizione di centrodestra è la riforma del sistema tributario.  Ciò che si propone è l’introduzione di un’aliquota unica fiscale (c.d. flat tax ) per famiglie e imprese. Si prevede, inoltre, l’introduzione di una no tax area per i redditi più bassi, al fine di assicurare una progressività della pressione fiscale.  Si propone anche l’eliminazione delle imposte sulle donazioni, sulle successioni, sulla prima casa, sul bollo della prima auto e le tasse sui risparmi, in particolar modo per quanto riguarda i soggetti che si trovino in condizioni di povertà.

A queste si aggiunge la proposta di rendere più rapido il processo di pagamento dei debiti che la Pubblica Amministrazione ha nei confronti dei contribuenti e delle imprese, introducendo un nuovo strumento, ovvero i Titoli di Stato di piccolo taglio.  In sostanza, poiché la Pubblica Amministrazione ha spesso difficoltà a pagare i propri debiti, si vuole introdurre questo strumento per attribuire al cittadino o all’impresa creditrice un Titolo di Stato.  In questo modo matureranno degli interessi sulla somma dovuta.  Si tratta di un punto che potrebbe suscitare qualche perplessità perché questo sistema creerebbe uno slittamento nel tempo dei pagamenti, quindi non si tratterebbe propriamente di un metodo per rendere immediato i pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione.

Ridurre la burocrazia: “Meno Stato invadente, più Stato efficiente, più società”.

Il secondo punto del programma riguarda la limitazione del l’ingerenza dello Stato.  Oltre a proporre i consueti tagli alla spesa pubblica, si mira a riorganizzare la Pubblica Amministrazione, rendendola a misura del cittadino, anche consentendo a quest’ultimo di presentare un’autocertificazione delle iniziative che possono essere avviate in ambito privato che ora sono sottoposte a autorizzazione e alla verifica ispettiva al termine della realizzazione delle opere. Si intende anche abolire il limite all’uso del contante, chiudere definitivamente Equitalia, lasciando agli enti locali la facoltà di decidere in che modo riscuotere le risorse. Si propone, inoltre, un piano straordinario per le zone terremotate e uno per il Sud, volto a sviluppare l’industria e le infrastrutture del Mezzogiorno. Insomma, come promettere tutto e niente.

Resta, infatti, aperta la questione relativa alla riscossione dei tributi. Il fatto che non sia previsto, a livello nazionale, un ente avente le stesse funzioni di Equitalia, ma che sia lasciata agli enti locali la facoltà di decidere liberamente in che modo riscuotere i tributi, non vieta che questi ricorrano ad organismi esterni alla Pubblica Amministrazione, con il rischio non solo di creare confusione ma anche di creare una disparità di trattamento legata alla Regione o al Comune in cui il contribuente risiede.

Ridurre la presenza della mano europea.

Il terzo punto prevede, invece, una limitazione dell’ingerenza dell’Unione Europea.  Si propone una maggiore tutela del made in Italy, nonché la rinegoziazione dei trattati, anche per affermare la prevalenza della Costituzione Italiana sul diritto dell’Unione Europea.  È curioso che sia presentata tale proposta, visto che sono gli stessi Trattati ad assicurare il rispetto dei diritti fondamentali di ciascun ordinamento giuridico. Più volte sia la giurisprudenza Nazionale che quella dell’Unione Europea hanno ribadito come la normativa europea non possa in alcun modo limitare l’applicazione dei principi costituzionali di ciascuno Stato membro.  Nei casi più delicati, nei quali cioè si trovino a confronto previsioni costituzionali e regole poste dalla normativa europea, la stessa Corte di Giustizia ha in più di un’occasione lasciato agli Stati la libertà di scegliere.  Non è un caso che spesso, per regolare le questioni più spinose, lo strumento giuridico utilizzato sia la direttiva, ovvero lo strumento di diritto europeo che pone un fine comune che tutti gli Stati membri dell’Unione Europea devono perseguire, lasciando tuttavia allo Stato la determinazione delle modalità con cui raggiungerlo. Piuttosto sarebbe opportuno che i rappresentanti italiani presenti nel Parlamento Europeo facciano valere in quella sede i principi su cui si fonda la Repubblica Italiana, anche osteggiando l’approvazione dei provvedimenti che male si coniugano con questi.

Incrementare la sicurezza nazionale.

Il quarto punto riguarda l’introduzione di misure volte ad assicurare maggiore sicurezza, inasprendo le misure di lotta al terrorismo, prevedendo anche un maggiore controllo dei confini, il blocco degli sbarchi e attraverso respingimenti assistiti, la stipula di trattati con i Paesi di origine dei migranti economici, nonché rimpatrio di tutti i clandestini. Si intende introdurre anche il principio secondo cui la difesa è sempre legittima, rafforzare il programma “Strade Sicure”, introducendo la figura del Poliziotto o del Carabiniere di quartiere, e rivedere la legge sulla tortura. Ricordiamo che  i partiti che oggi si presentano in coalizione per il centrodestra sono gli stessi che hanno votato contro l’approvazione della legge che ha introdotto il reato di tortura di cui possono essere accusati coloro che cagionino sofferenze fisiche o psichiche a una persona privata della libertà personale o che sia loro affidata, o che si trovi in condizioni di minorata difesa, mediante violenze o minacce gravi;  il reato di tortura prevede, inoltre, un’aggravante qualora il fatto sia commesso mediante più condotte o se comporti un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona.  Anche alla luce delle sentenze emesse dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha condannato l’Italia proprio per l’assenza di una legge contro la tortura, è legittimo chiedersi entro quali termini il centrodestra ritenga opportuno riformarla.

“Portare la famiglia al centro della società”. Sì, ma quale famiglia?

L’ultimo punto, certamente non per importanza, è quello relativo alla famiglia. La coalizione di centrodestra propone di riportare la famiglia al suo ruolo di “primo e fondamentale nucleo della società”. Si propone, dunque, l’adozione di un piano straordinario per la natalità, che preveda asili nido gratuito e assegni familiari, nonché la tutela del lavoro delle giovani madri e la difesa delle pari opportunità.

È legittimo, se non d’obbligo, chiedersi di quali famiglie si stia parlando. Poiché in più occasioni i leader dei partiti che hanno dato vita a questa coalizione si sono schierati contro la legge Cirinnà, che ha introdotto nell’ordinamento giuridico italiano le unioni civili e i patti di convivenza appare quindi più che lecito pensare che tutte queste proposte siano rivolte esclusivamente alle famiglie costituite da coppie unite in matrimonio e non anche per quelle che abbiano costituito civile o sottoscritto un patto di convivenza, nonché tutte coloro che,  pur esistendo, non abbiano fatto ricorso a tali istituti giuridici.

Sembra, quindi, riaffermarsi un’idea tipica del centrodestra non ispirata ai principi di piena integrazione e uguaglianza, ma volta ad assicurare maggiori diritti solo ad alcune fasce della popolazione, proponendo l’abrogazione di quelle tutele che sono state conquistate a seguito di vere lotte sociali.

Non sempre la proposta di più diritti può essere premiata soprattutto se questo incremento delle tutele come contrappeso una riduzione di tute le altrui. L’invito, quindi, è quello di tenere a mente, quando sarete nelle urne, i diritti di cui siete titolari, i valori che ritenete essenziali e quelle tutele alle quali non sareste disposti a rinunciare; chiedetevi, allora, se il partito per il quale state votando sia impegnato nella lotta per la garanzia di questi a ciascuna delle persone presenti sul territorio nazionale.


La nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri

Il 4 marzo 2018 siamo chiamati a votare per eleggere i membri del Parlamento e non il Presidente del Consiglio dei Ministri. Concluse le elezioni e definita la composizione del Parlamento, il Presidente della Repubblica avvia la fase delle consultazioni. Non vi sono regole da seguire in questa, ma solitamente il Presente della Repubblica convoca i capi dei gruppi parlamentari, ne ascolta i programmi di governo e sceglie, tra questi, quello che potenzialmente può ottenere il maggior sostegno da parte del Parlamento.  È facile che la scelta ricada sul leader gruppo parlamentare più corposo, ma non è detto che sia così.

È possibile che prima di conferire l’incarico di governo, il Presidente della Repubblica decida di conferire un mandato esplorativo per osservare se il potenziale Presidente del Consiglio sia in grado di raccogliere il sostegno del Parlamento.

Una volta conferito e accettato l’incarico di governo si procede alla nomina, quindi al giuramento di fedeltà. Entro 10 giorni dall’adozione del decreto di nomina, il nuovo Governo è tenuto a presentarsi davanti a ciascuna Camera, per ottenere il voto di fiducia. Tale voto deve essere motivato e deve avvenire per appello nominale, al fine di impegnare le i parlamentari di fronte all’elettorato.

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