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Recensioni2.H: Je ne suis pas un homme facile

Je ne suis pas un homme facile è un lungometraggio che più che una commedia vuole essere una critica e denuncia verso l’immagine che ancora oggi la donna deve difendere, le quote rosa son sempre in minoranza e difficilmente le troviamo in posizioni di prestigio, o se succede hanno sempre qualcun’altro sopra di loro che naturalmente detiene l’uccello nell’intimo.

Recensioni2.H: Angry Indian Goddesses

Il film tira a se molte questioni legate alla figura della donna in India denunciando il tutto in modo molto delicato, dai doveri delle spose di gestire i bambini e la casa alla possibilità di scegliere la loro vita; la tematica LGBT che lega la vicenda senza inghiottirla porta a galla la sezione IPC 377, una legge inglese del 1860 che criminalizza i rapporti omosessuali

Nuovo Governo. Dove sono i diritti LGBT?

Dopo un’epopea durata due mesi pare che finalmente Lega e M5S si siano messi d’accordo indicando Conte per il ruolo di premier. Questo vuol dire che, salvo disguidi dell’ultima ora, il Governo dovrebbe formarsi a giorni. Al di là delle questioni legate al nostro papabile Presidente del Consiglio, dal curriculum gonfiato al suo appoggio alla truffa di Stamina, l’attenzione si è concentrata molto anche sul “contratto di Governo” avvallato da Lega e M5S. Una sorta di impegno a procedere con cui vengono chiariti i punti su cui lavoreranno nei prossimi cinque anni.

La Boldrini è stata una delle prime ad esporsi, dichiarando senza se e senza ma che gli elettori di sinistra che hanno ripiegato sui grillini saranno i primi a restare delusi.

Ed effettivamente non si può darle torto se lo si legge con occhio critico. Il testo integrale è stato pubblicato da L’Espresso.

Un’altra questione che salta subito all’occhio è l’assenza di menzioni ai diritti civili, LGBT e non. Certo, la Lega e il centro-destra in generale non sono mai stati gay friendly. Negli ultimi anni hanno sproloquiato una sequela impressionante (e spesso imbarazzante) di battute, insulti, gesti plateali diretti contro la comunità LGBT. Quindi non stupisce che in un Governo a tinte verdi i gay non siano certo una priorità.

Tuttavia, dall’altra parte, il M5S si è sempre dichiarato (a parole) sostenitore del progressismo. Favorevoli al matrimonio, alle adozioni, alla legge contro l’omofobia. Emblematico è stato il gesto della Appendino, che ha fortemente voluto la trascrizione all’anagrafe del Comune di Torino dei bambini nati dalle coppie dello stesso sesso.

Ma c’è un ma. Nei fatti i 5 stelle si sono spesso esposti a parole, salvo poi evitare di proseguire le battaglie in Parlamento. Tutti ricordano il momento in cui i grillini, dopo aver lavorato per mesi alla stesura del disegno di legge sulle unioni civili, si ritirarono pur di non votare il canguro, un espediente legislativo che vedevano come il fumo negli occhi. Questo ha causato la mancanza di una maggioranza forte e ha determinato lo stralcio della parte dedicata alla stepchild adoption, riuscendo ad approvare solo una legge monca.

Per questi motivi non c’è molta fiducia nel nuovo Governo a proposito dei diritti LGBT. Si potrebbe rispondere che è ancora tutto in ballo, che bisogna lasciarli lavorare e vedere cosa succederà. Tuttavia il timore che le questioni non verranno proprio sollevate è alto. C’è infatti una maggioranza che si regge con gli stuzzicadenti e che è destinata a scomparire se certe tematiche ostiche alla Lega verranno portate in Parlamento. Immagino che l’unica cosa da fare sia attendere.

Dedalus

Terminato il secondo giro di consultazioni: ancora fumata nera.

Si è concluso oggi il secondo giro di consultazioni voluto dal Presidente della Repubblica. Tuttavia, Mattarella ha fatto sapere che il confronto tra le forze politiche ancora non ha fatto progressi e che prenderà ancora qualche giorno prima di esprimersi in merito alla formazione del nuovo Governo, di cui l’Italia ha assolutamente bisogno, soprattutto nell’attuale clima di incertezza che sta caratterizzando la scena internazionale.

Dopo aver ascoltato il Presidente della Camera, Roberto Fico, la Presidente del Senato, Elisabetta Casellati, nonché il Presidente della Repubblica emerito, Giorgio Napolitano, il Presidente Mattarella ha dichiarato di non aver ottenuto, dal secondo giro di consultazioni, i risultati attesi.

Acquista forza, a questo punto, l’ipotesi secondo cui il Presidente della Repubblica potrebbe decidere di conferire un mandato esplorativo a un esponente del centrodestra per studiare meglio la situazione.

Ciò che è emerso con chiarezza da questa giornata è stata la volontà di Mattarella di nominare un Presidente del Consiglio in grado di formare un Governo stabile, ma nessuno sembra in grado di poter gestire la complessa situazione politica italiana. Questo è dovuto soprattutto alla chiusura da parte di Lega, da un lato, e Movimento 5 Stelle, dall’altro, che non sono disposti a cedere. Entrambi i leader si dicono pronti a governare e in grado di costituire il Governo giusto, dando vita a un tira-e-molla che certamente non sta premiando il nostro Paese. Avere questo clima di instabilità politica interna non è una situazione favorevole e non è da escludere che il Presidente Mattarella, mostratosi in più di un’occasione deluso dai risultati ottenuti ma intenzionato a risolvere la situazione, decida di ricorrere addirittura ad un Governo tecnico, conferendo l’incarico ad una personalità che possa accontentare sia Lega che Movimento 5 Stelle.

É stato proprio Matteo Salvini, leader della Lega, a sottolineare l’importanza di un accordo tra il centrodestra e il M5S:

«L’unica strada è accordo centrodestra e M5S, altre strade non ce ne sono, altrimenti meglio andare a votare. Io chiedo a tutti di essere responsabili. Se continua così, se continuano a bisticciare, si stuferanno gli italiani, mi stuferò io e tra un mese si tornerà alle urne, quindi: o la smettono o si vota».

La buona scuola e le critiche

Non sarà un articolo lungo, ma una breve riflessione.

La buona scuola è il progetto politico che il governo ha messo in piazza per “far ripartire il paese”. Alla base c’è un’idea quasi banale: gli investimenti sui giovani di oggi significano crescita economica e benessere domani. I punti fondamentali sono: alternanza-scuola lavoro, scatti di merito per gli insegnanti, maggiore autonomia scolastica, reintroduzione di materie umanistiche perdutesi negli anni delle tre I e sistema di reclutamento degli insegnanti in linea con gli standard europei.

Non stupisce la copiosa presenza di critiche, ne analizzeremo alcune.

Alternanza-scuola lavoro. “I giovani verranno dequalificati e lavoreranno gratis.” Evidentemente nessuno sa come funzionano gli istituti professionali e si sono dimenticati di quanto Moratti prima e Gelmini poi abbiano depauperato quelle scuole che si preoccupano di insegnare un lavoro qualificato ai propri studenti. Dov’erano i contestatori quando la scuola professionale è stata trasformata in istituto tecnico riducendo ad un quarto le ore di laboratorio e stage?

Scatti di merito. Pagare un insegnate in base alla sua bravura. È il minimo. È doveroso. “non voglio lavorare per essere valutato” è il mantra che leggo in questi giorni sui social. Basta dare un’occhiata ai lavoratori nel settore privato oppure alla riforma della PA. Perché se va bene per gli uni non può andar bene per gli altri? Si ha così paura di inserire un sistema che tenda (finalmente) a premiare il merito?

Autonomia scolastica. Davvero un dirigente scolastico deve essere solo un passacarte? Non è possibile aumentarne competenze e responsabilità? Non era forse già nei piani di Berlinguer?

Reclutamento degli insegnanti.I presidi Sceriffo aumenteranno il baronaggio.” Se si fa attenzione al ddl ci si rende conto subito che i presidi potranno scegliere solo tra una rosa di candidati idonei e in base a graduatorie prestabilite, tutto sulla base di un programma pluriennale deciso tramite POF (di competenza di tutto il collegio docenti). Certo, il nodo della questione è ovviamente “chi valuta chi?”, risolta questa questione non si può non essere sollevati dal sapere che un insegnante potrà finalmente essere certo di seguire tutto il percorso scolastico dei propri alunni. Diciamocelo, cambiare insegnante ogni anno spesso significa partire da zero e non vedere risultati.
In ultima analisi ho letto molto circa le preoccupazioni per i famosi “licenziamenti dopo i 36 mesi”. Tutti i contratti a tempo determinato prevedono che dopo 36 mesi di lavoro presso lo stesso datore di lavoro ci sia o l’assunzione diretta e a tempo indeterminato o il licenziamento definitivo. Per quanto riguarda la scuola, la Corte Europea ha imposto che venga eliminato un privilegio. Non vogliamo fare il parallelismo col settore privato? Benissimo, chiamiamo gli infermieri assunti tramite contratti di subordinazione a tempo determinato presso le strutture pubbliche, chiediamo loro se dopo i 36 mesi sono stati assunti oppure hanno ceduto il posto a qualcun altro.

La questione è davvero l’articolo 18?

Ammetto che torno a scrivere dopo una sorta di pausa di riflessione. Credo di essere stato leggermente deluso da alcuni temi che la politica non riesce ancora a trattare con convinzione, relegandoli alla campagna elettorale. Ma di questo parlerò in un altro post.

In questi giorni si discute molto della riforma del mercato del lavoro, sì “mercato del lavoro” e non semplicemente “riforma del lavoro”. Questa definizione mette bene in luce i molteplici aspetti che vengono trattati: al centro del mirino non vi è solo il lavoratore o il datore di lavoro, ma l’intero sistema.
I capitoli e temi della riforma ad essere onesti non sono ancora molto chiari, si conoscono le idee di base presenti nel disegno di legge delega, ma per vedere concretamente cosa succederà bisogna aspettare i singoli provvedimenti governativi. A grandi linee però l’idea dovrebbe essere questa: ridurre le 46 forme contrattuali a due, lavoro a tempo determinato e un contratto di lavoro a tempo indeterminato che preveda tutele crescenti.

Ecco il pomo della discordia (principalmente all’interno del PD, escludendo SEL e Movimento5stelle): se fino a qualche tempo fa il contratto a tutele crescenti era la panacea di tutti i mali dell’Italia, quando si è arrivati a stendere in concreto la riforma sono ovviamente sorti ben’altri problemi, prima su tutti la questione articolo 18.

Per chi non lo sapesse l’articolo 18, contenuto nel cosiddetto statuto dei lavoratori, tutela questi ultimi in caso di licenziamento senza giusta causa, affidando al giudice la decisione tra un congruo indennizzo o il reintegro nel luogo di lavoro. Spesso però sono gli stessi lavoratori ad optare per l’indennizzo: chi vorrebbe tornare in un posto nel quale non ci si sente i benvenuti?

Un altro punto importante all’interno del cosiddetto JobsAct è la nascita dell’indennità di disoccupazione universale: a grandi linee saranno interessati tutti i lavoratori, secondo ovviamente determinati parametri, però verrà eliminato l’istituto della cassa integrazione. Alt, cos’è la cassa integrazione? Semplificando al massimo, un’azienda in difficoltà può chiedere aiuto allo Stato; questa dunque non licenzia e lo Stato integra parte dello stipendio. Spesso ciò si traduce in aziende che fanno ricorso alla cassa integrazione per altri scopi…

Dunque ricapitolando: due tipi di contratti ed estensione dell’indennità di disoccupazione a chi oggi ne è escluso.

Quale sarebbe il problema?

I sindacati e la minoranza PD fanno barricate sulla modifica/abolizione dell’articolo 18.

Effettivamente una modifica sostanziale allo statuto dei lavoratori può comportare molti rischi se non vi sono garanzie adeguate. Un occhio attento potrebbe domandarsi se queste garanzie adeguate coprono i giovani co.co.pro. o i lavoratori a tempo determinato.

È evidente che la marea di forme contrattuali oggi vigenti ha creato una giungla normativa nella quale le tutele dei lavoratori sono spesso, legalmente, aggirabili.

È forse un attacco ideologico quello dei sindacati verso la riforma che si sta delineando? Non è forse un vantaggio puntare ad una semplificazione delle regole del gioco, che tanto gioco non è? Riusciranno i giovani a trovare lavoro grazie a tale riforma? E se non ci riusciranno, a cosa sarà servita la rivoluzione normativa? Cosa comporta l’eliminazione eventuale della CIG? Meno aziende che sfrutteranno tali istituti o più lavoratori improvvisamente disoccupati? Quanto peserà sul bilancio dello Stato un’estensione universale dell’indennità di disoccupazione?

Io una risposta ce l’ho, è quella che Anna Paola Concia ha dato intervenendo all’ultima Direzione del Partito Democratico. Potete vederla e ascoltarla qui

Cara Beatrice è strano ma i diritti arrivano anche in Italia

Ogni volta che cerco di scrivere qualcosa succede che cambio idea spostando pensieri e priorità. Volevo parlare della situazione economica in Europa, di Renzi, della manovra/non-manovra che ci aspetta e invece, ieri pomeriggio, in treno, il controllore (una donna sulla quarantina) comincia a parlarmi della sua vita.
Dal fidanzato storico che, dopo più di vent’anni, la fa stare ancora male quando per caso si incontrano, al matrimonio naufragato. Passando per i suoi viaggi in giro per il mondo e alla sua adorata New York dove se i gay si baciano per strada nessuno ci fa caso; “dovrebbe essere così dappertutto” mi dice. Arrivati quasi al capolinea mi spiega che però oggi è felice; ha un compagno da qualche anno ma non ci sono pargoli, a causa di problemi salute si è ritrovata sterile a 26 anni.
“Eh, se avessi i soldi, andrei all’estero. Tipo la Nannini. Ma non mi importa, faccio tanto volontariato adesso. Va bene così!”
Nei suoi occhi leggo una vena di malinconia, un’occasione mancata verso la quale prova ancora qualcosa. Un sentimento materno che non ha mai potuto esternare.

Fortunatamente per tutte le coppie, quelle che ovviamente soddisfano i requisiti di legge per accedere alle tecniche di procreazione assistita, le cose in Italia stanno cambiando. Piccola parentesi, le cose cambiano per merito della Corte Costituzionale che ha definito incostituzionale non consentire alle coppie sterili di avere figli, così come ha definito incostituzionale l’assenza di un diritto famigliare per le coppie gay ma il parlamento (e il Governo) restano sempre indietro.

Il Ministero della Salute, affidato ad una diplomata al liceo classico appoggiata da quella destra che fa riferimento Comunione e Liberazione, sta cercando in tutti i modi di mettere i bastoni tra le ruote a quel diritto che anche la Corte Europea ha più volte ribadito.
Il caro ministro infatti, aveva prima detto di essere a lavoro su “linee guida nazionali in materia di fecondazione eterologa”, poi è passata ad un fantomatico decreto legge ed infine ha passato la palla all’iniziativa parlamentare che come ben sappiamo è, molto spesso, fallimentare.
Il ministro si è dimenticato che la sanità è di competenza regionale e dunque queste possono autonomamente predisporre un regolamento che indichi i criteri da adottare, tenendo presente che non esiste vuoto normativo: la fecondazione eterologa segue semplicemente le regole stabilite per le altre tecniche di fecondazione assistita, almeno fin quando il legislatore non si pronuncerà diversamente.

La Toscana è stata la prima a muoversi in questo senso ed ha già aperto la possibilità alle coppie sterili di provare a diventare mamma e papà, nonostante le polemiche dei cattolici più incalliti e le minacce del ministero di portare i NAS negli ospedali che attuino le procedure; la risposta (del Governatore Rossi)  è stata esemplare: ” [Se vengono] Gli diremo buongiorno e gli spiegheremo cosa abbiamo fatto seguendo una linea che tra l’altro fino a pochi giorni fa, fino allo stop decreto, era anche quella del Governo. Vorrei rammentare al ministro che i Nas non sono una minaccia ma un organo dello Stato, e quindi anche nostro. […] 

Cara Beatrice, lo so, è strano ma prima o poi i diritti arrivano anche in Italia, rassegnati.