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Dolores. To the faithful departed.

And I miss you, when you’re gone
That is what I do, baby, baby

Sono nato nel 1980. Questo significa che ero un adolescente nei turbolenti anni 90 e la musica era già parte di me. Ho attraversato tutti i clichè. Pop, la musica italiana e quelli che ti dicevano che tutto andava bene. Perchè tutto andava bene. All’inizio. Poi le cose sono cambiate: sono diventato un turbolento adolescente, in preda a tempeste ormonali, ribellione e grunge. E la guerra era arrivata a un passo da noi. Avevo bisogno di urlare, di esprimere il mio disagio. Ed ecco i Nirvana, i Soundgarden, le Hole e Jeff Buckley.

Gli U2 mi avevano aperto una coscienza politica, Skin era magnetica, Shirley Manson disturbante e affascinante. E poi siete arrivati tu e i tuoi Cranberries con Zombie: e la tua voce ha squarciato il mio torpore.

Come te nessuna mai. Oggi tutte ‘ste sgallettate ci provano a cantare come te. Ma tu eri unica. Sul serio.

Con la tua intensità mi hai raccontato il dramma della Bosnia, insegnato a onorare gli scomparsi e mi hai fatto capire il vero orrore della guerra, ma anche quanto possa essere intenso e feroce l’amore.

Con te, oggi, se ne va un pezzo fondamentale della mia adolescenza e della mia vita. Tu mi hai letteralmente cresciuto e questo non lo dimenticherò mai.

Ho saputo della tua scomparsa tramite un post di Instagram della tua amica Skin, sconcertata e piena di dolore. E davvero non ci volevo credere.

Addio, Dolores, grazie per avermi tenuto la mano per più di 20 anni. Se sono quello che sono, oggi, è anche un po’ grazie a te e alla tua musica.

Tracio

Yossi & Jagger

“Stringimi forte”

(Lior Amichai ‘Jagger’)

“Non voglio farti male”

(Yossi)

Dalla Spagna, ai campi di prigionia ad Israele perché l’amore è ovunque.

E (per puro caso) riprendiamo un argomento trattato da RainbowNews questa settimana: l’amore in tempo di guerra.

Stavolta ci troviamo di fronte a qualcosa di puro e semplice, una pellicola che tocca profondamente nel cuore: “Yossi & Jagger”, un film del 2002, diretto dal regista Eytan Fox.

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La vicenda ruota attorno alla relazione fra due soldati israeliani, un ufficiale e il suo subalterno, che si trovano di stanza al confine con il Libano.

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Yossi & Jagger

Yossi, militare in carriera, risoluto e pragmatico, vorrebbe che la relazione restasse nascosta, mentre Jagger, è un militare di leva, aperto e dinamico che ha intenzione di presentare il suo compagno alla famiglia una volta terminato il servizio. Un giorno il reparto viene incaricato di compiere un’operazione notturna che potrebbe mettere in pericolo l’intero squadrone.

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Pellicola di a malapena un’ora porta e concentra diversi temi: dall’omosessualità in primis, seguito a ruota dal fatto che è ambientato nell’esercito, alla prostituzione e agli stereotipi legati ai primi.

Da tener presente che Israele è, difficile da pensare in verità, lo stato con i più ampi diritti concessi alle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT) di tutta l’Asia, ma trattandosi dell’esercito la faccenda diventa leggermente più delicata.

Drammatico e dal taglio quasi amatoriale il film si divide su due piani: l’avamposto chiuso, claustrofobico, dove i sentimenti vanno tenuti nascosti e i due uomini vivono sul filo degli sguardi e il bosco, aperto, vivo, luogo ove gli amanti fanno l’amore, cantano sulla neve, dove si è liberi.

Filo conduttore è il coraggio di essere se stessi e superare le idee degli altri, eclatante la domanda di Jagger ad un suo collega “E se ti dicessi che son gay?” detta senza timore in mezzo a tutti, tema portato anche dalla canzone “Your soul” usata a fine film.

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Nel 2012 è poi uscito Yossi, sequel ambientato esattamente 10 anni dopo a detta della critica uno dei gioielli del regista.

yossi
Dieci anni dopo

Dopo Bruxelles. Restiamo uniti. Restiamo umani.

Avrei dovuto scrivere il mio consueto articolo umoristico, sulla tettona zoccola di turno o su qualche stupida moda diffusa dalla televisione.
Ma oggi no. Oggi non c’è spazio per il divertissement. Perché l’Europa è stata attaccata. Di nuovo. Oltretutto la stessa città che solo circa un mese fa venne messa in ginocchio dal terrorismo.

Una città che era in stato di allerta e che, nonostante ciò, è stata di nuovo colpita al cuore. E questo ci fa sentire impotenti, tremendamente piccoli e indifesi.
Bruxelles oggi piange e noi piangiamo con lei. Perché il terrorismo è qui. Accanto a noi. Vivo e vegeto. E senza paura.
Hanno colpito loro, e prima i francesi, gli inglesi e gli spagnoli. Perché non dovrebbero prendersela anche con noi?
Vi scrivo da Milano. Ogni giorno prendo la metropolitana e vado a lavorare, vado in palestra, al cinema, esco con i miei amici. Faccio una vita comune, come quella di milioni di altre persone. Ma adesso c’è ancora di più la paura. Perché i morti di Bruxelles, Parigi e Madrid erano persone come me. Come tutti noi.
Lo scorsa Pasqua passai un weekend stupendo nella capitale belga: ricordo perfettamente la parte più europea e caratteristica che ti faceva sentire un po’ a casa, i vicoli stretti con le cioccolaterie, la calca di turisti in coda per fotografare il celebre monumento del bimbo che fa la pipì: il Manneken Pis. Respiravo una sorta di sensazione di antico e profondamente europeo. Stupefacente, d’altro canto, la zona del Parlamento europeo: grattacieli all’avanguardia e il meraviglioso Parco del Cinquantenario. Per non parlare dell’imponente Atomium. Le sensazioni che questa città mi diede erano di grande serenità, ordine e pace. Guardando le tragiche foto della strage di questi giorni, quasi non la riconosco.
E allora ti viene ovviamente da dirti ‘E’ successo a loro, potrebbe succedere anche a me’. Potrei morire o trovarmi con la casa rasa al suolo. Perdere tutto.
Ma è questo che i terroristi vogliono che pensiamo. Colpirci e farci vivere nel terrore più puro. E qui deve stare la differenza tra intento e risultato.
Non ci si può certo chiudere in casa e smettere di vivere. Bisogna andare avanti e rialzarsi. La voglia di vivere deve essere più forte e potente del terrore.
Ci vuole una forza sovrumana per reagire a tutto questo, ma la storia ci ha insegnato che è possibile.

Pillole pacifiste. Reagire si può. Si deve, loro l’hanno fatto:

1- Attentato a Beirut, 12 novembre 2015. In un meraviglioso articolo intitolato ‘Letter from Beirut: It is never just a bomb’, pubblicato in italiano su Valigia Blu, il medico libanese Elie Fares racconta di come abbia visto sgretolarsi la sua amata città ma anche di come i suoi connazionali si siano subito rimboccati le maniche, facendo fronte comune per soccorrere e proteggere i loro concittadini feriti. Qui il link dell’articolo.

2 – Strage di Parigi, 13 novembre 2015. La giornalista italiana e musulmana Sabika Shah Povia, scrive un articolo in cui rimarca la differenza tra terrorismo e cultura musulmana. Esortando all’unione di tutte le religioni contro la violenza e il terrore. E concludendo con una semplice ma efficace frase: ‘Restiamo uniti. Restiamo umani.’ Ecco l’articolo completo

3 – Attentato a Madrid, 11 marzo 2004. Il giorno successivo alla tragedia dei treni esplosi, nella capitale spagnola si tiene una manifestazione ufficiale convocata dal governo. I negozi chiudono in anticipo e 2,3 milioni di persone si riversano per le strade di Madrid (che conta circa 4 milioni di abitanti) sotto una fitta pioggia con i motti ‘Todos íbamos en ese tren’ (tutti viaggiavamo in quei treni). ‘No estamos todos: faltan 200’  (non siamo tutti qui: ne mancano 200) e España unida jamás será vencida’  (Spagna unita non sarà mai vinta). Oltre alle figure istituzionali del governo, partecipano anche il Principe Felipe e le infanti di Spagna. Evento storico senza precedenti.

4 – Attacco alla sede di Charlie Hebdo, Parigi, 7 gennaio 2015. Il regista Clément Lefer e la sua troupe l’11 gennaio scendono in strada per filmare la manifestazione convocata a Parigi per rendere omaggio alle vittime degli attentati terroristici.

Alle atrocità commesse, abbiamo risposto con un messaggio d’umanità. In Francia, la libertà è quello che ci spinge ad andare avanti.

Questo lavoro ha il titolo di ‘Cartouche’, un gioco di parole intraducibile in italiano. Cartouche significa cartuccia, ma anche cartiglio: ovvero il riquadro usato nei fumetti per introdurre la storia, fornendo particolari indispensabili per la sua comprensione.

5 –  Attentato alle Torri gemelle, 11 settembre 2001. Un attacco feroce e devastante che cambierà per sempre l’intero pianeta, colpendo gli Stati Uniti d’America. Molti agenti di polizia e soccorritori di altre parti del paese prendono dei permessi speciali dal lavoro per recarsi a New York ad assistere i propri colleghi nel recupero dei corpi dalle macerie delle Torri gemelle. Le donazioni di sangue hanno un immediato incremento nell’intero paese.  Per la prima volta nella storia, tutti i velivoli civili degli Stati Uniti e di altri paesi che non effettuavano servizi di emergenza, vengono immediatamente fatti atterrare, causando innumerevoli disagi a migliaia di passeggeri di tutto il mondo. Il Presidente Bush e il sindaco Giuliani reagiscono subito alla tragedia, esortando la popolazione a reagire, indicendo nove giorni di sforzi di salvataggio e ricostruzione della città. Molti fondi vengono immediatamente stanziati per assistere finanziariamente i sopravvissuti e le famiglie delle vittime degli attacchi.

Dopo una caduta ci si rialza, più forti e determinati di prima. Quando qualcosa si rompe, sistemiamo i pezzi e cerchiamo di rimetterli insieme, usando la colla della speranza e della volontà. Se i governi tentennano, i popoli si mettono al lavoro e ripartono da zero. E’ già successo, succederà anche stavolta.

Io ci credo.

Ci voglio credere.

Tracio

 

Essere gay sotto lo stato dell’ISIS

A pochi giorni dagli attentati di Parigi è probabilmente doveroso soffermarsi su questa guerra che coinvolge in egual misura Oriente e Occidente, ma non chiamatela “crociata” o guerra di religione, perché l’ISIS con l’islam e i musulmani non c’entra niente. Chiamatela piuttosto guerra di ideologie, di una piccola comunità oscurantista che con il terrore e la paura vorrebbe assoggettarci alla sua dispotica quanto retrograda mentalità che del Corano, di quel testo sacro che vede tra i suoi cinque pilastri l’accettazione di Dio (Allah), la preghiera quotidiana, l’elemosina, il digiuno durante il Ramadan e il pellegrinaggio alla Mecca, ha soltanto un messaggio distorto ed alterato, vedendo in tutti coloro distanti dalla fede islamica “gli sviati” che trasgrediscono sin da subito quel primo fondamentale pilastro.

E se per le donne è difficile vivere tra chador, burqa, matrimoni combinati e sottomissione maritale, essere gay in questo nascente Stato dell’ISIS, vero e proprio stato del terrore, lo è ancora meno.

A raccontarlo è stato l’Indipendent nell’agosto di quest’anno, all’indomani dei soli attentati alla redazione di Charlie Hebdo, raccogliendo alcune testimonianze del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

«Nella mia società essere gay significa morire» ha detto un uomo iracheno al congresso, nascondendo la propria identità per salvaguardare la propria incolumità, mentre un altro uomo al congresso ha parlato dell’orrore di aver visto la sua città natale cadere sotto un gruppo conosciuto come Nusra, legato ad Al-Qaeda, torturando e uccidendo sistematicamente tutti gli uomini di cui solo ne sospettavano l’omosessualità: «Questo sarebbe stato anche il mio destino» ha detto ad una riunione informale del Consiglio.

L’assemblea, organizzata insieme agli Stati Uniti e il Cile, intendeva porre l’accento sui brutali attacchi alla comunità LGBT da parte dei combattenti: «Uscire mi terrorizzava» ha continuato l’uomo leggendo il suo discorso.

«Non mi sentivo sicuro nemmeno a casa – racconta l’uomo – dove mio padre sospettosamente monitorava i miei passi, apprendendo che fossi gay. Porto ancora una sua cicatrice sul mento come segno della sua rabbia».

Non solo una tortura militare, ma una ignoranza diffusa nel tessuto della società: «Alle esecuzioni – prosegue – partecipavano centinaia di cittadini, bambini inclusi, applaudendo forte come ad un matrimonio. E se la vittima non moriva dopo essere stata scaraventata giù da un palazzo, gli abitanti della città lo lapidavano fino alla morte».

L’uomo è riuscito a fuggire in Libano dalla Siria, per poi trovare finalmente rifugio in Turchia.

«Nella mia società essere gay significa morte – fa eco un altro uomo, Adnan, che parla al Consiglio dal telefono in una località sconosciuta – quando l’ISIS uccide i gay la maggior parte della gente è felice, perché pensa che siamo il male e l’ISIS acquisisce maggior credibilità».