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LOBBIES: il gioco che dobbiamo assolutamente supportare

Vorrei parlarvi di un progetto che a mio parere è assolutamente fantastico. I ragazzi de La Gilda del Cassero di Bologna hanno ideato Lobbies, un gioco di carte a tema LGBTQ che dalle premesse non potrà non far innamorare tutti i nerdini che si nascondono in noi. Messi da parte per una volta i draghi, gli elfi, i cavalieri e le streghe i protagonisti saremo proprio noi e la nostra comunità. Oggi ho intervistato per voi Pietro Guermandi, referente e uno dei fondatori de La Gilda, che si occupa della logistica e delle PR del gioco. Sit back, relax and enjoy your flight.

Che cos’è LOBBIES?

LOBBIES è un gioco di carte prodotto da volontari de La Gilda, un laboratorio ludico che si svolge al Cassero. È un gioco a tematica LGBTQI che fa ironia sulle presunte lobby della comunità (le regole le trovate nel video qui). Da un lato abbiamo deciso di usare, appunto, la sempreverde ironia per prenderci in giro in tutte le nostre sfaccettature e dall’altro abbiamo deciso di utilizzare i nostri valori di volontari (soprattutto del Cassero) attraverso tutto il gioco. Quindi abbiamo cercato di inserire le nostre idee di inclusione e rispetto verso tutti e tutte tentando di non ripetere mai gli stessi sessi, gli stessi generi e gli stessi orientamenti ma dando uno spettro più ampio possibile anche soltanto per essere più inclusivi possibile.

Come e quando nasce il progetto?

L’idea di voler creare qualcosa è sempre stata un pallino di tutta La Gilda perché abbiamo un sacco di risorse intese come fumettisti, gente che sta davvero dietro al mondo delle carte e dei giochi da tavolo. Abbiamo sempre detto: “Cavolo, avremmo gli strumenti”. Dall’altro lato c’era anche questa forte voglia di iniziare a creare contenuti, dato che siamo un gruppo che si affaccia al mondo nerd che, nonostante si creda il contrario, è un modo molto omofobo e sessista che ci ha dato non pochi problemi negli anni. Avevamo quindi questa volontà di creare qualcosa che iniziasse a girare nelle reti che ci eravamo creati.

Un anno fa uno di noi (Andrea Porati, Madlen) se n’è venuto fuori con un gioco di cui non aveva in mente il nome e né le carte, ma aveva l’idea. Quell’idea ci è piaciuta tantissimo e da un anno a questa parte ci abbiamo lavorato perdendoci tempo, anima, soldi, sangue e qualsiasi cosa possibile e immaginabile. Mese dopo mese l’abbiamo cambiata, migliorata, stampata, fino ad arrivare alla versione che abbiamo lanciato adesso su Kickstarter. È stato un percorso molto travagliato, anche perché siamo andati in fiere (soprattutto a Modena) e abbiamo ricevuto delle pesanti critiche.

Quindi il gioco è molto cambiato, ha preso spunto da tutti i consigli che ci arrivavano e alla fine è diventato un ottimo prodotto direi, con molta poca modestia. Siamo riusciti a creare un prodotto dalle meccaniche divertenti, un gioco di carte con un livello di strategia richiesto non banale, che speriamo possa piacere alla comunità in quanto gioco a tematica, ma anche al mondo nerd non LGBT in quanto gioco ben fatto. Quindi speravamo di muoverci su questi fronti anche per riuscire a rompere la dinamica del “non esistono giochi LGBT di carte o da tavolo”.

Se un qualsiasi membro della comunità si mette a giocare se la ride, perché è costruito su un immaginario quotidiano e le carte sono costruite in modi che siamo abituati a conoscere e ci fanno sicuramente ridere. Per esempio possono esserci degli eventi, come una combinazione di carte per giocarsi una discoteca e potenziarla mettendo una dark room e facendo un sex party. Sono quelle cose super sceme che siamo abituati a vedere e che quando giochi ti strappano una risata. D’altro canto la differenza fondamentale è che se togliessimo il nome delle carte, le immagini e la parte di “storia” comunque rimane un buon gioco. Quando lo giocavamo senza tutta la parte di produzione artistica e immaginazione comunque ci coinvolgeva. E questo è un grande punto a favore.

Come attrarresti il pubblico LGBT non nerd? E il pubblico etero nerd?

Al pubblico etero nerd spiegherei sicuramente le meccaniche, quindi l’idea di dover mentire, farsi amici, votare in segreto. Tutte cose che in un gioco attirano molto. Se dovessi convincere una persona LGBT non nerd il punto è proprio che il fatto che questo gioco possa anche solo essere prodotto è importante non soltanto per noi, ma per tutta la comunità. Questo perché anche se sembra una sottocategoria minoritaria e non importante, il mondo nerd è troppo ignorato dal resto delle persone e nessuno si è mai posto queste questioni e questi problemi. E LOBBIES vuole aprire una porta: far sapere che è possibile avere giochi LGBT e trattare questioni di genere. Ma abbiamo bisogno di più gente possibile. Per questo abbiamo messo il progetto su Kickstarter, perché non avevamo più fondi.

 

MOMENTO SERIO: non faccio quasi mai appelli del genere, soprattutto perché nella maggior parte dei casi non credo sia compito mio. Ora, però, mi piacerebbe che tutti noi (LGBT certo, ma anche gli amici etero) aiutassimo questi ragazzi a realizzare il loro progetto. Non solo perché viene dal Cassero, che per l’integrazione e l’inclusione ha fatto molto di più di molte associazioni, ma anche perché a parer mio le buone idee vanno premiate. Anche se uno non è così ricco da potersi permettere di tirare fuori il libretto degli assegni e farlo in due giorni. Anche se uno non è così famoso da ottenere in qualche ora l’audience necessaria per avere pubblicità. Non permettiamo che tutto il lavoro fatto fino ad ora vada in fumo.

Ringrazio tantissimo Pietro per l’intervista. Io ho appena donato per sostenere il progetto. Se vi ho convinti potete fare come me andando qui: https://www.kickstarter.com/projects/1955533818/lobbies-lgbtqi-card-game?ref=509783&token=154462de

Dedalus

 

Il magico mondo dei puppies, i cani umani

Avevo già parlato dei puppies nel mio primo articolo su Il Punto H. Da fenomeno largamente di nicchia, il travestimento da cane si sta espandendo nella comunità fetish italiana, nonostante il ritardo rispetto ad altri Paesi europei e soprattutto rispetto agli americani. Per spiegarvi cosa sono i puppies oggi ho il piacere di intervistare Aaron Green, un adorabile cagnolino umano. Sit back, relax and enjoy your flight.

Cosa vuol dire essere un puppy?

Ti dico la mia interpretazione di cos’è e cosa vuol dire essere un puppy. Ovviamente non è una legge universale e ci sono molte sfumature. Per me Aaron è un alter ego e rappresenta alcuni aspetti del mio carattere rimasti nascosti per molto tempo e che con la maschera hanno trovato modo di esprimersi. Quindi Aaron è una seconda parte di me stesso.

Quando hai scoperto il mondo dei puppy? E quando hai iniziato?

L’ho scoperto l’anno scorso per caso su Facebook, quando erano comparse le foto del Pride di Milano. Per la prima volta ho visto un puppy in Italia [il primo Mister Puppy, Zaush ndr]. Avevo già visto queste figure canine su Tumblr ma se ne sapeva poco in Italia. Inoltre non frequentavo l’ambiente leather o la comunità fetish, quindi vedere Zaush è stata una scoperta. L’ho vista come una cosa molto giocosa, niente di sessuale, e gli occhi di Zaush erano molto espressivi, indice di una persona serena che si stava divertendo. Questa ovviamente è una peculiarità di tutte le maschere: esaltano tantissimo gli occhi.

Dopodiché avevo visto che un ragazzo che conosco aveva delle foto con Zaush e gli avevo detto che ero interessato a scoprire questo mondo. Lui mi aveva consigliato di scrivere direttamente a lui ed ero un po’ in soggezione, dato che ho sempre visto “i Mister qualcosa” come figure di spicco all’interno di una comunità. Essendo abbastanza fuori dal giro, anche gay, non credevo che mi avrebbe risposto. Invece abbiamo parlato e gli ho chiesto molte informazioni sul mondo dei puppies. Poi ci siamo visti e ho provato la prima maschera a casa sua. Quella maschera la porto tuttora, è una cosa in cui ti identifichi.

Com’è stato vestire i panni del puppy la prima volta?

Mi guardavo e c’era un’altra parte di me, più sicura e sfrontata, che prima non riuscivo a vedere. Ciò che caratterizza il puppy è la maschera, non c’è un dress-code. Si può essere amanti del leather, del rubber, dello sportswear. Questo differenzia molto la comunità dal resto dei fetishmen, perché non siamo uniti dalla passione per un materiale o uno stile di abbigliamento, a parte la maschera. Indossarla è come avere un’armatura, mi dà una sensazione di sicurezza. Allo stesso modo è come se l’altra parte di te fosse protetta. Ovviamente tutto questo è soggettivo e vale per me. Per scoprire cosa vuol dire bisognerebbe provarlo.

Parlaci della differenza tra dogslave e puppy.

Per quanto siano simili (e soprattutto in Italia passa ancora l’immagine del puppy = slave) in realtà sono due figure differenti. Intanto il dogslave solitamente lo diventa perché il suo master decide di trattarlo come se fosse un cane e rientra nei giochi di ruolo sessuali, di dominazione/umiliazione. Il puppy invece non si pone ad un livello inferiore del suo handler [chi accompagna il puppy ndr] o dell’owner [il proprietario, che può essere per esempio il compagno ndr]. Verosimilmente possono esistere anche due puppy che sono l’uno il proprietario dell’altro, per farti capire che questo prescinde dai ruoli di master e slave. Dopodiché se uno ha dentro di sé desideri di sottomissione allora può essere allo stesso tempo un dogslave, ma non è necessario che questo avvenga. Inoltre un puppy può essere attivo e dominante e c’è una classificazione interna ad indicarlo [puppy alfa, puppy beta e puppy omega che definiscono la gerarchia del “branco”, non legate a ruoli sessuali ndr].

In Italia ci sono una manciata di puppies. Com’è il rapporto col resto della comunità gay?

Beh c’è sempre una sorta di stigma, se sei un puppy allora sei un pervertito. Il leather è un po’ più sdoganato ma diciamo che tutta la comunità fetish viene grossomodo derisa dal resto dei gay. C’è sempre un po’ di timore a presentarsi come puppy, e posso dirti che nella maggior parte dei casi di guardano come se fossi fuori di cervello. Come se tu “rovinassi” tutto il lavoro degli attivisti per bene. Non c’è informazione nemmeno da parte della comunità fetish, che resta abbastanza chiusa. Molti non vedono il motivo di dover spiegare o giustificarsi col resto dei gay per i propri gusti. Della serie “io sto bene con me stesso, loro la pensano così. Cazzi loro”. Ed effettivamente hanno ragione, anche se a volte può essere un limite.

Tu hai scritto un tweet a proposito dello stigma, poco prima del Pride di Roma. Quei giorni in effetti è stata diffusa una foto del Folsom che ritraeva dei puppies spacciata una foto del Pride. La foto in questione è stata pesantemente strumentalizzata. Come ti sei trovato ad interagire?

Sì, quella foto ha suscitato commenti da eterosessuali, omofobi e omosessuali stessi. Ad un paio di persone con cui mi sono confrontato ho detto che uno può anche non condividerla, ma è in ogni caso un’espressione di se stessi. Quello che mi dà fastidio è che per attaccare la comunità LGBT si vanno sempre a prendere immagini di leather o fetishmen. In queste situazioni ci si scontra da una parte con persone che vedono del marcio anche dove non c’è e dall’altra delle forme di esuberanza a volte esagerata. Per quanto mi riguarda ad una manifestazione uno può camminare come vuole nel limite del senso civico.

Il problema è che il limite del senso civico e del pudore sono soggettivi. Ognuno ha la sua visione.

Esatto. Il limite della legge credo sia la nudità, ma poi non c’è una regola che definisca il vestiario. Un conto è entrare in una chiesa, ma nel Pride il limite lo decide la persona, non si può deciderlo a priori. Purtroppo ad ogni Pride ci esponiamo al pubblico, facciamo vedere che esistiamo, però nel momento in cui ti esponi è possibile che qualcuno ti critichi. Dipende anche che messaggio vuoi mandare. In ogni caso, per quanto riguarda il puppy, viene percepito sempre come volgare perché le persone non sono abituate, è sempre visto come un qualcosa di perverso o di sessuale. Ma questo vale per tutto. Anche una foto di nudo per qualcuno può essere volgare e per altri erotica o artistica.

Ringrazio Aaron per aver parlato con me per più di un’ora. Ci vediamo al Pride!

P.S.

Se siete interessati a conoscere meglio il mondo leather/fetish/puppy potete far riferimento all’associazione LFM Milano e relative associazioni in altre città.

Eurovision Song Contest 2018: the Grand Final

Buongiorno Titiners! Ieri all’Eurovision Song Contest 2018 abbiamo visto una finale col botto, che ci ha tenuto con il fiato sospeso fino all’ultimo. Il rischio che vincesse l’Austria (di nuovo) o la Svezia (per l’ottantesima volta) era alto, ma noi non abbiamo perso le speranze! Ripercorriamo insieme i momenti top della serata vissuti nella social room de Il Punto H.

Il gran finale è iniziato con parate di boni-con-bandiere accanto ai cantanti, per poi mostrare l’ordine di esibizione. Cantano Ucraina e Spagna, la noia. Poi parte la Slovenia che ripropone la scomparsa della musica

Diciamocelo, non era necessaria nemmeno in semi-finale!

Il Portogallo porta la mosceria suprema, ma tanto hanno vinto l’anno scorso e quest’anno gliene sbatteva poco o niente. L’hanno presa tutti bene comunque

Per fortuna la Serbia ha contribuito a tirare su l’ormonella del Twitter e del pubblico tutto

Anche l’Ungheria ha contribuito a creare emozioni nel pubblico. Qui una testimonianza delle reazioni

Subito dopo Netta ci regala un’altra meravigliosa performance che segna inequivocabilmente la sua ascesa. Meta-Moro cantano per ultimi e passano abbastanza in sordina rispetto al resto delle esibizioni.

Prima dei voti delle giurie nazionali abbiamo dovuto sorbirci di nuovo Sobral, che non ha mancato di evidenziare nuovamente la sua spocchia concludendo l’esibizione con: “THIS is real music”. Chiaro riferimento alla canzone di Netta Barzilai, di cui aveva criticato la musica e le parole.

Dopo un altro paio di siparietti, che pareva di stare a Sanremo, finalmente iniziano ad annunciare i punteggi delle giurie dei singoli Paesi. Anche qui tutti noi l’abbiamo presa benissimo

 

Al termine noi ci troviamo nella seconda colonna con appena 59 punti, Austria e Svezia conquistano rispettivamente il primo e il secondo posto e Israele si piazza solo terza.

La situazione sembrava disperata, ma noi de Il Punto H abbiamo continuato a sostenere la nostra big girl Netta

Finché capita l’inevitabile. Si parte con l’assegnazione dei punti del televoto ed accade IL RIBALTONE

La Svezia e l’Austria, tanto amate dalle giurie, si piazzano piuttosto basse nelle preferenze del pubblico. Noi, al contrario, risultiamo apprezzatissimi e schizziamo in quinta posizione. Momenti di panico negli ultimi minuti dell’assegnazione, quando arriva l’annuncio: “The winner is Israel!”

La nostra reazione è stata contenuta

Il momento TOP è stato la consegna del premio a Netta Barzilai da parte di Salvador Sobral. Ma soprattutto la sua faccia e la velocità con cui si è defilato. DON’T YOU DARE ANYMORE BITCH

Che dire, noi della redazione siamo soddisfattissimi e l’anno prossimo saremo ancora qui a goderci il trash e la musica europea. Grazie a tutti voi per aver twittato con noi e per averci fatto compagnia durante questo Eurovision Song Contest.

 

Baci stellari 

Nudismo outdoor: se vuoi provare, fallo. Non vergognarti!

Aloha! È passato un po’ dal mio ultimo post, ma perdonatemi perché sono in piena sessione di laurea e vorrei strangolarmi con uno spago a crudo in questo momento. Ho deciso di ricominciare la rubrica con un argomento estivo: il nudismo. Tanto ormai è metà marzo, che è praticamente vicino a ferragosto. Sit back, relax and enjoy your flight.

C’è chi non oserebbe mai togliersi i vestiti in pubblico e chi invece non compra neanche più i costumi. Il nudismo, o naturismo, divide le opinioni e suscita curiosità.

Come potete vedere la maggior parte dei votanti ha detto che no, non è un nudista. Va detto però che nel sondaggio successivo, riservato ai non nudisti, solo il 18% non ha espresso la volontà di provare l’esperienza in futuro. Tutti gli altri lo proveranno se capiterà, oppure vorrebbero provare ma si vergognano.

La vergogna è il punto cruciale della discussione che si è creata su Twitter. La stragrande maggioranza delle persone ha detto che sì, come idea la reputa interessante, ma non oserebbe spogliarsi in pubblico. C’è chi si vergogna del fisico (pancia soprattutto) o chi teme di avere il pisello piccolo. In ogni caso questo sondaggio rileva un dato interessante, vale a dire quanto spesso ci facciamo condizionare da quello che pensano o che potrebbero pensare gli altri.

Ve lo dico molto serenamente, avendo frequentato una miriade di luoghi naturisti. Nessuno vi guarda. O almeno, l’occhio sugli altri astanti lo buttano tutti ma tendenzialmente la voglia di stare le ore a giudicare chiunque passa in fretta. Per quello che ho potuto vedere tutti si fanno un po’ i fatti loro. Anche perché se sono tutti nudi è normale che presunti difetti fisici passino molto in secondo piano nel complesso. Quindi ascoltate Lollo vostro: meno menate e più nudismo!

Dopodiché è nata una piccola discussione su chi non farebbe nudismo perché si vergogna del proprio corpo ma sui social sta sempre nudo o comunque poco vestito. Da parte mia ritengo che una persona disinibita, che si mostra spesso in mutande o molto svestita sui social, è improbabile che sia davvero insicura. Magari solo un po’ attention whore.

Non so se ne siete al corrente, ma il naturismo è un vero e proprio mondo a sé. Esistono gruppi internazionali, community online e offline, eventi sportivi, cene, perfino parate. Un ragazzo mi ha addirittura detto perfino che da piccolo i suoi genitori lo portavano dallo zio in una villa a Cap D’Agde. Che sarebbe una delle isole più belle e più costose della Francia, sede di un villaggio naturista richiestissimo. Da parte mia, che sono un poveraccio, mi accontento di cene e spiagge per fare del sano nudismo.

Quindi, quello che posso consigliarvi è: se non ve ne frega niente continuate così; se invece volete provare l’ebbrezza di prendere il sole nudi fregatevene! L’imbarazzo durerà solo qualche istante e subito dopo vi sentirete liberi come non mai. Perché nudo è naturale e nudo è bello. Non ve ne pentirete.

P.S.

Tra tutti ha vinto lui

Che dici, è ora di fare coming out?

Da che mondo è mondo, nella maggior parte dei casi, ogni cucciolo di gay deve confrontarsi con l’annosa questione: faccio o non faccio coming out? Per chi è già dichiarato sembra quasi scontato e banale, per altri non è nemmeno concepibile. Sit back, relax and enjoy your flight.

Quando ho deciso che mi ero rotto le palle di fingere di essere etero avevo 16 anni ed era il 2007 (fate il conto di quanti ne ho ora e vi fustigo). Luxuria sedeva in Parlamento e si era appena rifatta le tette; per la prima volta in Italia si parlava concretamente di PACS [patti civili di solidarietà, poi declassati a DICO, poi declassati a CUS, poi sfanculati ndr]; Steve Jobs annunciava l’uscita dell’iPhone, ma nel nostro Paese non ce l’aveva nessuno; Tiziano Ferro era etero e “riservato”; il grinder serviva per tritare l’erba da fumare; Britney stava attraversando il suo anno più nero di sempre. Insomma, eoni fa.

Tutta questa menata per dirvi che, nonostante siano passati solo undici anni, era tutto diverso da ora. Non c’era tutta questa possibilità di confronto con altri gay se non conoscevi già qualcuno, e tendevi a sentirti largamente isolato, soprattutto se eri un adolescente senza la possibilità di mettersi al volante e andare dall’altra parte della città. Non c’erano le app, il mondo LGBT non era sdoganato come adesso (due anni prima era uscito “Brokeback Mountain” ed era stato uno scandalo) e i diritti civili erano un’utopia. Noi non eravamo fortunati come la generazione attuale, ma eravamo più fortunati della generazione precedente.

Quindi: perché ci sono ancora tante remore a dichiararsi? Voglio dire, ormai non importa praticamente più a nessuno se ti piace il cazzo. Giusto? Sbagliato. Purtroppo mi rendo conto di ragionare, talvolta, da persona strutturata, testarda e sicura e soprattutto da uno che nella vita ha vissuto solo a Roma e Milano. La realtà è ben diversa, soprattutto quella dei piccoli centri, soprattutto quella di determinate situazioni familiari o lavorative.

Già, il giudizio. Questo gap culturale purtroppo dobbiamo imparare a togliercelo dalla mente. Perché il resto del mondo giudicherà sempre e comunque, è la mente umana che biologicamente lavora sui pregiudizi. È un semplice riflesso dato dall’istinto di conservazione: si tende ad accettare una situazione già familiare e a scartarne una sconosciuta, perché non sapendo in che modo reagire il cervello la considera come potenzialmente pericolosa. Lo so che è facile dirlo e difficile metterlo in pratica, ma del giudizio bisogna fregarsene. Le persone ti giudicheranno per una miriade di cose nella vita. Tipo per quei jeans demmerda a tre quarti che sembra ti si sia allagata casa.

Queste sono cose che mi sciolgono il cuore. Perché penso che non tutti sono stati così fortunati da avere il supporto della propria famiglia. E purtroppo cose come il bigottismo, la non accettazione, le situazioni complicate, le aggressioni non ci abbandoneranno ancora per molto tempo.

Parlando delle coppie ho visto che un sacco di gente starebbe con un uomo non dichiarato. Io francamente no. Voglio sentirti libero di abbracciarlo o baciarlo ovunque io mi trovi, di organizzare una cena e invitare i nostri amici, di incontrare una vecchia conoscenza e dire: “Questo è X, il mio fidanzato”. I sotterfugi e i bigliettini nascosti nelle fessure del muro sono un po’ troppo Ozpetek per i miei gusti, e comunque mi mettono ansia! Cosa spinga qualcuno a farlo per me continua a rimanere un mistero.

DECEDUTO, RISORTO E RI-DECEDUTO!

Dedalus

 

Sono rom, sono gay e mi sento perfettamente integrato

Su Twitter siamo tanti e siamo tutti diversi. Proprio perché è bello esplorare ciò che non conosciamo, ho voluto fare una chiacchierata con @LukaNeziri, un ragazzo 24enne gay e di etnia rom. Il fatto che sia simpatico e autoironico lo si vede dal tweet fissato in alto nel suo profilo

Vediamo quindi di capire chi è Luka e perché la sua è una bella storia. Sit back, relax and enjoy your flight.

Siamo in piena campagna elettorale e temi come immigrazione, razzismo e omofobia sono tornati. Durante l’infanzia hai mai subito episodi del genere?

Quando ero piccolo vivevamo in un paesino verso il Lago di Salò [Luka è nato e cresciuto in Lombardia e parla fluentemente con accento bresciano ndr]. Non è che ci fosse una vera e propria discriminazione, ma dato che la mia famiglia era l’ultima arrivata noi venivamo messi da parte. Non so se definirlo propriamente razzismo, ma tieni conto che trattandosi di un paesino le persone tendono ad essere più chiuse verso le persone nuove. Poi se ci pensi la Repubblica di Salò era la patria di Mussolini. Ci sono stati un paio di episodi che hanno coinvolto i miei fratelli più grandi ma in ogni caso nessuno si è mai fatto mettere i piedi in testa. 

Dopodiché vi siete trasferiti a Brescia.

Sì e anche per il fatto di vivere in palazzi in cui erano e sono presenti molte culture diverse non ho percepito particolari discriminazioni. C’è stato qualche scherno con dei ragazzi che però poi sono diventati i miei migliori amici. Erano più che altro prese in giro da ragazzini.

E durante l’adolescenza?

Nemmeno in questo caso ho subito grossi episodi. Non so se è per il mio carattere esuberante o perché mi sono perfettamente integrato, ma me la sono sempre cavata. Io e miei fratelli ci siamo sempre circondati di persone variegate, anche italiane, e non abbiamo mai rispecchiato lo stereotipo del rom delinquente o casinista. Non che tutti lo siano, non vorrei diventare razzista a mia volta.

Come percepisci il resto della comunità rom?

Credo siano molto diversi da me. Credo che a molti manchi la capacità di stare in mezzo alle altre persone e alcuni accusano gli altri di essere razzisti nei loro confronti quando in realtà sono loro ad avere un comportamento maleducato. Talvolta c’è una sorta di vittimismo.

Mi hai detto di essere cittadino italiano. Il percorso è stato complicato? Lo ius soli ti avrebbe aiutato?

Il rilascio della cittadinanza non è così immediato. Puoi richiederla dopo aver compiuto 18 anni ma ci sono diversi requisiti, come la residenza per un certo tempo nello stesso posto. Inoltre c’è stata una sorta di casino per via del permesso di soggiorno, ma tra avvocati e tribunali l’abbiamo risolto. È stato faticoso, quindi sicuramente una legge come lo ius soli mi avrebbe semplificato la vita. 

Parliamo della tua omosessualità. Come viene percepita all’interno della comunità rom?

Qua si apre un mondo. L’omosessualità non viene ben percepita, anche perché una gran parte è di religione musulmana. Inoltre la comunità è molto legata: si va a matrimoni, cene, feste e altre cose. Secondo me una famiglia potrebbe anche percepirla bene ma avrebbe “vergogna” di dirlo in giro per paura che il resto dei membri possa giudicare il figlio o la figlia. Io conosco parecchi altri rom gay o lesbiche.

Beh ma questa cosa del “non farsi sparlare dietro” è largamente diffusa anche in Italia.

Sì assolutamente, non sto dicendo che esiste solo tra i rom. Però questa cosa è molto sentita. Conosco un ragazzo palesemente gay e i genitori l’hanno fatto sposare. Secondo me proprio per nascondere questa cosa qui. 

So che a Capodanno hai fatto coming out con i tuoi genitori. Com’è andata?

Nì. Non ho proprio fatto coming out. Mi hanno detto che già lo sapevano. Ti spiego. Io e il mio fidanzato abbiamo avuto una storia un po’ complicata all’inizio, dato che ha dieci anni più di me e quando l’ho conosciuto ero ancora minorenne. Mio padre ci ha scoperti e per un periodo ci siamo visti di nascosto. Il problema era che lui era un uomo e più grande. Anche il mio fidanzato non era molto sereno ed è stato un momento difficile. In questo mi hanno aiutato i miei fratelli, che mi hanno spianato un po’ la strada. In ogni caso loro lo sapevano ma io non ho mai avuto il coraggio di dirlo apertamente per paura di come potessero reagire. Questo Capodanno mio fratello voleva invitare anche il mio ragazzo, ma lui ha declinato a causa della situazione. Al che mia madre mi ha chiuso in bagno e mi ha detto che sia lei che mio padre sapevano già che sono gay e che resto sempre loro figlio. E che se io sono felice loro sono contenti. Quindi il mio 2018 è partito col botto. 

Direi! Sono molto contento per te.

Solo che ora non so bene come comportarmi. Devo ancora parlare bene con mia madre e capire come evolverà la situazione. Intanto mi ha detto che quando tornerà dal suo viaggio vuole conoscere il mio fidanzato. Ma più che altro vorrei capire come ci si porrà di fronte al resto della famiglia (intesa come famiglia allargata) per il discorso che ti dicevo prima. Non so neanche se farlo.

Parlarne liberamente con chiunque, soprattutto in famiglia, è una liberazione non indifferente.

Te lo saprò dire. Intanto ciò che mi piace è poter mostrare le mie foto con lui durante le vacanze (che prima dovevo nascondere). È una piccola cosa però è bella. 

Abbiamo ancora discusso qualche minuto di argomenti vari e dalle sue parole è emersa una caratteristica bellissima: non si preoccupa di poter essere diverso, ma piuttosto l’ha reso il suo punto di forza. Gli auguro quindi un grandissimo in bocca al lupo per tutto!

Dedalus

Penis Whitening (aka come ti sbianco il pisello): dalla Thailandia con furore

Una nuova moda è esplosa nel Sud-Est asiatico, talmente assurda da far impallidire (letteralmente) l’occidente che ancora si destreggia con gli sbiancamenti anali: il penis whitening. Sit back, relax, and enjoy your flight.

Pare infatti che al Lelux Hospital di Bangkok, Tailandia, abbia preso piede un trattamento estetico a dir poco singolare. Più di 100 uomini al mese, secondo i medici, si sottopongono allo sbiancamento del pene. So che volevate saperlo.

Tutto è nato, manco a dirlo, grazie ai social network. Qualche mese fa la clinica ha postato sulla propria pagina l’immagine di un paziente che era in procinto di godere delle meraviglie della chirurgia estetica e la suddetta foto ha fatto il giro delle home page (19 000 condivisioni in due giorni) fino a diventare virale sui media tailandesi per poi diffondersi anche in quelli di Myanmar, Cambogia e Hong Kong.

Il trattamento, si apprende, prevede delle sedute di laser terapia che hanno lo scopo di degradare la melanina (il pigmento responsabile della colorazione della pelle, anche durante l’abbronzatura). Il Lelux Hospital, e un uomo intervistato dalla BBC tailandese, asseriscono che in pochi mesi i pazienti possono dire addio al proprio pene colorato. Di diverso avviso è invece il Dipartimento della Salute, il quale informa di come l’abbandono delle sedute porti inesorabilmente ad una nuova pigmentazione (e in molti casi ad un aspetto “macchiato”).

Gli esperti del settore hanno inoltre precisato che i presunti benefici non giustificherebbero il rischio, dato che questo trattamento estetico (che viene eseguito per la modica cifra di 650 $ a seduta) può provocare effetti collaterali come dolore, cicatrici permanenti e un’infiammazione in grado anche di compromettere la funzione sessuale.

Sì ma allora perché? Beh, i motivi sono molto poco nobili. Da una parte c’è una fetta di popolazione che vorrebbe assomigliare sempre di più al modello occidentale che si sottopone alla chirurgia estetica, rincorrendo l’ultima moda semplicemente perché se lo può permettere. Dall’altra invece la tradizione vuole che una pelle bianca non venga associata ai poveri, quelli che lavorano nei campi. Non a caso in Sud-Est asiatico è molto florido il mercato dei prodotti sbiancanti sotto forma di creme e unguenti. Infine la laser terapia ha spopolato anche tra gli escort gay, che semplicemente assecondano le richieste della clientela (riconducibili ai due motivi che ho spiegato poc’anzi).

E voi? Conoscevate questa moda? Su Twitter la maggior parte mi dice di no.

Ma c’è anche chi ci sta pensando.

Tranquille ragazze, il Lelux Hospital non si è dimenticato di voi. Da qualche tempo ha inserito anche lo sbiancamento della vagina. Accorrete numerose!

Dedalus