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A Tu Per You con il cast di ‘The Boys in the Band’

New York, 1968. In un lussuoso appartamento su due piani affacciato sulla 50th, sei uomini omosessuali organizzano una festa di compleanno per il loro amico Harold. Per dare pepe alla serata, ingaggiano come regalo anche un giovane e ingenuo gigolò. Tutto sembra perfetto, almeno fino a quando alla porta del padrone di casa, Michael, bussa Alan: un suo vecchio compagno di college in crisi con la moglie. Da quel momento, tutto cambia e la serata si trasforma in un vortice di screzi, bevute, battute al vetriolo, confessioni e ripicche, fino ad arrivare a una serie di telefonate che innescheranno un vero e proprio gioco al massacro.

Pietra miliare della cultura LGBT, ‘The Boys In The Band’, opera teatrale del drammaturgo statunitense Mart Crowley, ha da poco festeggiato i 50 anni di vita. Ed è ancora così attuale dall’aver spinto Mr. Ryan Murphy, il papà di American Horror Story, a crearne una nuovissima versione teatrale con un cast da urlo su cui spiccano Matt Bomer (American Horror Story), Jim Parsons (Sheldon Cooper di ‘The Big Bang Theory’), Charlie Carver (Teen Wolf) e la star di Broadway Andrew Rannels (The New Normal).

Un successo da sold out per 15 settimane consecutive e un contratto firmato con Netlfix per l’inevitabile versione televisiva.

‘The Boys in the Band’ ha valicato l’oceano ed è approdato nel Bel Paese, alla corte del papà delle nostre amate Sorelle Marinetti, Giorgio Bozzo, e di Costantino Della Gherardesca

L’attesissimo debutto è fissato per il 13 giugno allo Spazio teatro 89 di Milano, prima di andare su e giù per tutta Italia nella stagione 2019 / 2020. Il tam tam sul web si fa sempre più insistente e noi ci siamo precipitati a conoscere i protagonisti di questa nuova e strabiliante avventura a tinte LGBT.

E allora diamo il benvenuto sul pianeta Il PuntoH a Federico Antonello, Francesco Aricò, Samuele Cavallo, Angelo Di Figlia, Paolo Garghentino, Gabrio Gentilini, Michael Habibi Ndiaye, Ettore Nicoletti, Yuri Pascale Langer e al regista Giorgio Bozzo.

Ragazzi, grazie mille per essere qui con noi! Come siete venuti a conoscenza di questo progetto? E cosa vi ha spinti ad accettare di farne parte?

Samuele (Alan): ‘Oltre che per la curiosità di portare in scena un testo molto interessante, fin dalla prima lettura io mi sono davvero innamorato di questa opera e del mio personaggio. Oltretutto, non mi era mai capitato di portare in scena uno spettacolo composto da 9 uomini.’

Angelo (Emory) : ‘Anche per me. Tralasciando la tematica, andare in scena con 8 uomini, a livello di energia sul palco è una novità. Il testo è molto forte: storico, ma anche attuale. Per un attore è davvero allettante portare in scena un’ opera del genere. Avevo già visto il film molti anni fa e poi, quando ho scoperto che Giorgio Bozzo stava creando il cast per la versione italiana, l’ho visto una seconda volta, sicuramente con occhi diversi.’

Paolo (Harold): ‘Io non lo conoscevo. Mi sono documentato quando Giorgio mi ha proposto la parte. E ho scoperto un testo scritto in maniera eccelsa. Il mio personaggio, poi, ha delle battute memorabili. Ho guardato il film e, dopo esserne stato un po’ spiazzato dalla prima visione, ho capito che ci sono diverse chiavi di lettura. Grazie a Giorgio, mi sono documentato a fondo sulla situazione storica di quel periodo specifico e ciò mi ha arricchito anche dal punto di vista umano, oltre che professionale.’

Gabrio (Donald): ‘Ai tempi della mia collaborazione con le Sorelle Marinetti, Giorgio Bozzo mi parlò di questo progetto con un entusiasmo tale che non potè non coinvolgermi. Quando venni a sapere che voleva portare in scena questa pièce teatrale, lo contattai. E lui mi confessò che aveva già pensato a me. Il testo è talmente bello e potente che è impossibile non restarne coinvolti.’

L’opera originale è del 1968: un anno emblematico per la storia del mondo. Erano più che mai vivi i valori di libertà, amore libero e la lotta per i propri diritti. Essendo tutti voi nati molto dopo quegli anni, come vi siete ‘immersi’ in quell’atmosfera?

Gabrio: ‘Il ’68 è un anno significativo perchè precede di poco i Moti di Stonewall, da cui nacquero i movimenti LGBT. Nel ’68 queste persone subìvano una enorme pressione sociale, che sicuramente c’è ancora, anche se in maniera ridotta. La bellezza di essere un attore è esattamente questa: utilizzare la propria creatività per immergersi in altre epoche. Io parto proprio dalla mia immaginazione e mi chiedo come si sentirebbe Gabrio in quelle circostanze. Da quella posizione interna, ascolto come reagirei e mi comporterei, e da lì inizio a creare.’

‘The Boys in the Band’ affronta temi delicati, ai tempi estremamente all’avanguardia come la non accettazione, i tormenti sulla sessualità e la paura del tempo che passa. Pensate sia attuale ancora oggi?

Samuele: ‘Assolutamente sì, specialmente in Italia. C’è tanta omertà su questo tema. Soprattutto nelle piccole realtà, più che nelle metropoli. Ancora oggi leggiamo di ragazzini che arrivano a togliersi la vita, schiacciati dai pregiudizi. Ogni personaggio di questa commedia rappresenta le tante sfaccettature dell’uomo, indipendentemente che sia etero o omosessuale. Riguarda tutti noi. Il testo è davvero una bomba.’

Giorgio: ‘The Boys in the Band’ è il primo testo a tematica gay nella storia del teatro. Nonostante quasi tutti i personaggi siano omosessuali, è un’opera che ha una valenza universale: si affronta l’annosa questione di cosa sia normale o cosa non lo sia. E soprattutto racconta di quanto essere schiacciati nella propria personalità porti alla sofferenza. E questo riguarda ogni essere umano. Come ha sottolineato Costantino: nessuno dei protagonisti fa qualcosa per farsi amare. Ma in ognuno di loro c’è una sofferenza in cui il pubblico si riconoscerà.’

Gabrio: ‘Ci ricorda quanto ancora si debba lottare per ottenere diritti che spettano a tutti gli esseri umani. Che le conquiste di oggi sono figlie di grandissime lotte e sofferenze. E sopratutto che non bisogna dare nulla per scontato, che siamo tutti connessi, indipendentemente dalle etichette, perchè siamo esseri umani, seppur ognuno con le proprie unicità, ma siamo comunque tutti meritevoli degli stessi diritti.’

Tra questi personaggi si respira una grande voglia di libertà. Quanto pensate possa influire sul pensiero comune un’ opera come ‘The boys in the Band’, soprattutto in questo periodo storico?

Federico (Larry): ‘In questo spettacolo emerge la difficoltà di separare ciò che sei tu e ciò che il Costume e la Società ti hanno cucito addosso. E’ emblematico il personaggio di Michael: cattolico, conservatore e omosessuale. Quale è quello vero e quale quello modellato dall’educazione e dallo stile di vita? Questo spettacolo è una lente di ingrandimento su degli uomini che lottano fra la libera espressione e ciò che il mondo si aspetta da loro.’

L’omosessualità è stata rappresentata in tantissimi modi differenti sugli schermi: dal torbido ‘Cruising’ con Al Pacino (dello stesso regista di ‘Festa per il compleanno del caro amico Harold’, William Friedkin), passando per ‘Beverly Hills 90210’ e ‘Melrose Place’ fino ad arrivare ai gioiosi Mitchell e Cameron di ‘Modern Family’. Essendo nati prima di tutti e tornando alla ribalta in questi mesi, che tipo di gay dobbiamo aspettarci da ‘The Boys in the Band’? Vi siete ispirati a qualche vostro predecessore famoso?

Giorgio: ‘Il concetto che sta alla base di ‘The Boys in the Band’ è che la rappresentazione che viene mostrata è una autorappresentazione. Mart Crowley era un omosessuale che, in maniera incredibilmente coraggiosa, ha scritto quello di cui sapeva. Quando, nel 1967, propose la stesura definitiva alla sua agente, lei gli rispose che sarebbe stato un suicidio per la sua carriera. La sua è una autorappresentazione estremamente autocosciente.’

Yuri (Cowboy) : ‘Io interpreto Cowboy, un ingenuo gigolò affittato come regalo di compleanno per il festeggiato. E’ il personaggio più candido e dolce, un po’ la cartina tornasole della ferocia degli altri. Una battuta emblematica che definisce Cowboy è quando mi viene detto: ‘Vai a metterti là con gli altri regali.’

Angelo: ‘Il mio personaggio, sulla carta, è facilmente ispirabile. Insieme ai miei colleghi, ho cercato di non ispirarmi a qualcuno. Questo testo è talmente potente che non serve andare a cercare escamotage per salvarsi. Ti salvi solo se sei coerente con quello che leggi. E il bello è cercare la propria normalità. Ti assicuro che è decisamente più stimolante che ispirarsi a qualcuno.’

Avete apportato qualche cambiamento per questa nuovissima versione italiana?

Giorgio: ‘Non particolarmente. Io e Costantino abbiamo cercato di rendere il testo più fluido e gergale possibile. Abbiamo fatto un lavoro sulla lingua, modernizzando dei termini oggi obsoleti come pederasta o invertito. Per noi è a tutti gli effetti uno spettacolo in costume. E’ ambientato a New York nel 1968, l’editing di questo spettacolo è 100 % fedele alla ripresa del 2018 di Broadway ad opera di Ryan Murphy. Non amo molto le alterzioni. La fedeltà all’opera originale prima di tutto. E vedrete la sua incredibile modernità.’

Se potessi scegliere un altro personaggio di ‘The Boys in the Band’ da interpretare, quale sceglieresti e perchè?

Gabrio: ‘Direi Michael, perchè a livello attoriale è una sfida davvero ardua. Ma mi piacerebbe interpretare anche Larry.’

Angelo: ‘Sicuramente Larry! Ma trovo estremamente interessante anche Hank.’

Michael (Bernard): ‘A me piacerebbe sicuramente Emory.’

Samuele: ‘Ti dirò che Emory è davvero molto interessante. Ma mi sono già talmente affezionato al mio, che non mi vedrei nei panni di nessun altro.’

Paolo: ‘Io il polo opposto, a questo punto: Michael.’

Se ti trovassi nella situazione del tuo personaggio, per chi sarebbe la tua telefonata?

Ettore (Hank): ‘Io ho avuto la fortuna di dire ti amo a tutte le persone che ho amato. Forse farei una telefonata a me stesso. E mi direi : ti amo.’

Michael: ‘Io chiamerei la mia prima ragazza, il mio primo amore.’

Gabrio: ‘Seguirei l’esempio del mio personaggio, Donald, ovvero evitare di partecipare a questo gioco al massacro!’ (ride)

Angelo: ‘E’ una domanda a cui faccio fatica a rispondere. Forse mio padre.’

Paolo: ‘Anche io chiamerei mio padre’.

Francesco (Michael) : ‘Anche io chiamerei suo padre!’ (ride)

Samuele: ‘Io credo chiamerei il mio psicanalista. Soprattutto in questo momento della mia vita, in cui sono molto emotivo. Ciò mi sprona ancora di più a buttarmi su questo testo. E’ un processo quasi catartico. Io e Alan abbiamo molte cose in comune.’

In una parola: perchè ‘The Boys in the Band’ va assolutamente visto??

Giorgio: ‘Perchè non ci racconta solo quello che eravamo, ma anche quello che potremmo tornare a essere. Nella Società di oggi, molto compressa e chiusa, ‘The Boys in the Band’ è una boccata d’aria fresca, perchè ci mostra la condizione degli omosessuali nel 1968. Oggi abbiamo ottenuto molti più diritti, ma potrebbero venirci tolti rapidamente. E’ bene ricordare da dove siamo partiti e quanta strada abbiamo fatto, anche con dolore.’

Gabrio: ‘Perchè, indipendentemente dall’importanza del tema sociale che mette in scena, è una pièce teatrale di livello eccelso, poi diventata un film. E sono curiosissimo di vedere la versione per Netflix a cura di Ryan Murphy. E’ un’ opera davvero coivolgente, divertente, spregiudicata e drammatica. Tutto questo e molto, molto altro!’

Grazie a tutti, ragazzi, non vediamo l’ora di vedervi sul palco!!!

Torno a casa riascoltando più di un’ ora di chiacchierata e confessioni con questi splendidi ragazzi. Sono stati molto generosi con me e io spero di esserlo stato con voi lettori.

‘The Boys in the Band’ va visto. Perchè è intenso, spudorato, divertente, sarcastico e feroce.

Proprio come la vita.

Sciaouz!

Tracio

www.theboysintheband.it

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Biglietti: www.vivaticket.it/ita/event/the-boys-in-the-band/124005

Il Punto Seriale – Baby

Se hai 16 anni e vivi nel quartiere più bello di Roma, sei fortunato.

Il nostro, è il migliore dei mondi possibili.

Siamo immersi in questo acquario bellissimo, ma sogniamo il mare.

Ecco perchè, per sopravvivere, abbiamo bisogno di una vita segreta.

Il fastidio. Altre parole non ci possono essere per descrivere la sensazione principale dopo aver finito di guardare ‘Baby’, nuova serie italiana in onda su Netflix. Ispirata al caso delle squillo adolescenti dei Parioli e pompata in maniera esagerata come se fosse un capolavoro. Salutato come la risposta del Bel Paese ai successi di ’13 reasons why’ ed ‘Élite’ , diciamo subito che sarebbe come paragonare Jim Morrison a Valerio Scanu: sì, il mestiere è lo stesso, ma i risultati stanno su due galassie opposte.

Perchè? Perchè nelle altre due serie si parlava sì di disagio giovanile, bullismo e droga, ma erano storie collaterali che servivano ad adornare dei solidi soggetti (un suicidio in ’13’ e un omicidio in ‘Élite’ ). In ‘Baby’, invece, non succede niente.

Ma andiamo con ordine, partendo dalla trama: Ludovica e Chiara sono del quartiere Parioli, la Roma Bene. Studentesse in un esclusivo liceo privato, si dividono tra sport, feste e qualche marachella all’acqua di rose. Spinte dalla noia e dalla prospettiva di guadagni facili, entrano in un giro di prostituzione. Lo sfondo è la sagra dello stereotipo e del già visto: padri menefreghisti, madri con doppie vite, il figlio gay del preside, il rampollo che spaccia, le sciacquette pettegole e poi corna, spinelli, musica trap, audio di WhattsApp e Instagram Stories come se non ci fosse un domani. Tutto molto piacione, per acchiappare i ‘ggiovani, sbandierando tra gli autori lo scrittore – rivelazione Giacomo Mazzariol (‘Mio fratello rincorre i dinosauri’) e piazzando alla fine pure un pezzo dei Måneskin.

E poi, che dire delle due protagoniste? Allacciate le cinture: una è bionda, dolce e insicura, l’altra è la moretta, più birichina e alternativa. Un minuto di silenzio per la morte dell’originalità.

Andando avanti con le puntate, ti aspetti un coup de théâtre: un evento che dia una svolta a tutta la storia. Invece, il nulla. Ma io mi chiedo: perchè fare una serie in cui non succede niente? Io vado sempre a fare la spesa, ma non è che Netflix senta il bisogno spasmodico di farci su 6 puntate con me che giro tra gli scaffali, tasto i peperoni, mi incazzo per aver speso troppo e torno a casa con le borse piene.

Volete raccontarci delle squillo parioline? Allora fate una sorta di documentario di un paio d’ore e ciao. Non fregiatevi di imbastire addirittura una serie basata sul niente e che, infatti, dura appena 6 puntate.

Discrete le due protagoniste, Benedetta Porcaroli e Alice Pagani: abbastanza espressive nei momenti di silenzio, molto più deboli quando aprono bocca, specialmente nelle scene di tensione, in cui i toni si fanno più accesi. Alle loro spalle una serie di ben più esperti colleghi come Galatea Ranzi (La grande bellezza), Isabella Ferrari (Saturno Contro), Claudia Pandolfi (Distretto di polizia, La prima cosa bella), Paolo Calabresi (Boris) e Tommaso Ragno (Il miracolo).

In definitiva: una colossale perdita di tempo, senza capo nè coda.

A ‘Baby’ mancano lo scheletro, la sostanza e soprattutto l’anima.

Se dovete sgomberare la cantina o far sverminare il gatto, fate una telefonata a Netflix: magari faranno una serie pure su di voi.

Ecco il trailer.

Sciaouz!

Tracio

Il Punto Seriale – L’amica geniale

Napoli, anni 50: Elena “Lenù” Greco e Raffaella “Lila” Cerullo sono due bambine che frequentano la stessa classe. Sono molto differenti tra loro, sia nell’aspetto che nel carattere, ma qualcosa le attira inesorabilmente l’una verso l’altra, creando un legame indissolubile, una burrascosa amiciza da romanzo.
E proprio dall’omonimo best seller di Elena Ferrante ecco arrivare, su Raiuno, la trasposizione televisiva de ‘L’amica geniale’: 8 puntate in cui ci viene raccontata la storia di Lenù e Lila.

Il Punto Seriale Vintage – Dirt

Lucy Spiller è la direttrice di due riviste scandalistiche: Dirt e Now. Il suo lavoro è sguazzare nel gossip più becero e mettere alla berlina le starlette di cinema e tv. In seguito alla crisi economia, le due riviste si fondono in una. Nasce, così, DirtNow: il settimanale di gossip più irriverente e scorretto del mondo.
La protagonista è una donna molto rigida, fredda e determinata. Il suo braccio destro è il fotografo schizofrenico Don Konkey, amico di vecchia data e in grado di fare sempre la foto perfetta a qualunque costo, anche passando per vie illegali.

Il Punto Seriale – Bodyguard

Londra: il sergente David Budd è un veterano di guerra, granitico, eroico e con un grande disturbo da stress post traumatico mai passato. Rientrato nella capitale inglese, diventa la guardia del corpo dell’ambiguo Ministro dell’Interno Julia Montague, perseguitata da un folle attentatore.

Il movimento politico sostenuto dalla donna, è in pesante contraddizione con le ideologie della sua guardia del corpo, diviso tra etica e una passione proibita che non farà che complicare ancora di più le cose. Nel frattempo, le indagini vanno avanti: si sospetta ci sia una ‘talpa’ e che, addirittura, l’obiettivo non sia la Montague, ma lo stesso David.

Il Punto Seriale – Legacies

Figlia dell’ibrido Klaus Mikaelson e della licantropa Hayley Marshall, la giovane Hope frequenta una scuola per giovani esseri soprannaturali, diretta dal professor Alaric Saltzman e intitolata ai fratelli vampiri Stefan e Damon Salvatore.

Quello che vi ho scritto non vi suona nuovo? In questo caso, bentornati a Mystic Falls, cittadina in cui forse non è rimasto un abitante che non sia vampiro, licantropo, strega, ibrido o vattelapesca.