Il boss delle cerimonie: l’arte dello stereotipo

A cura di Penny
A cura di Penny

Nelle brevissime pause che posso concedermi in questo periodo di studio matto e disperatissimo mi è capitato, mio malgrado, di imbattermi nella nuova serie proposta da RealTime Il boss delle cerimonie, che si inserisce nell’ormai collaudato genere del wedding planning con alcune piccole varianti.

Obiettivo precipuo del programma è quello di seguire l’eccentrica, ma direi meglio pacchiana, organizzazione di quello che la voce narrante descrive come un “vero matrimonio napoletano”; il risultato è uno sciorinamento di 40 minuti dei più diffusi luoghi comuni su Napoli ed i napoletani.

Ora, io sono nordico doc e qui una qualsiasi signora un pochino attempata, se abilmente interpellata, in cinque minuti riuscirebbe a riassumere tutti i cliché sul Meridione ed i meridionali – che qui parevano essere, fino almeno a due generazioni fa, delle creature mitologiche – che le due puntate de Il boss delle cerimonie ci hanno propinato.

La prima puntata vede la giovanissima Maria Pia promessa sposa di Luigi, entrambi ventenni di Secondigliano che hanno deciso di convolare a nozze quando hanno saputo che la ragazza era in dolce attesa. Ovviamente, l’evento dovrà essere unico e indimenticabile, per questo la madre della sposa, Vincenza, è determinata a scegliere il meglio per la figlia e a curare ogni minimo particolare.

La location del matrimonio quindi non potrà che essere il Palazzo (o Castello, oppure Variante-Trash-della-Reggia-di-Caserta, come preferite) di “don” Antonio Polesi, che – lasciatemelo dire – è quanto di più pacchiano abbia mai visto nella mia pur breve esistenza. Un susseguirsi di marmi policromi adornano immensi locali di poco probabili “Saloni Imperiali”, tempestati di puttini, mosaici e decorazioni dorate e lampadari di altrettanto poco probabile cristallo, il tutto completato da un vasto assortimento di mobilio roccocò Luigi XIV; l’atmosfera è quindi della del “grasso e grosso matrimonio gipsy”.

In un tempo di appena 20 minuti scarsi vengono quindi presentanti i momenti salienti del “vero” matrimonio napoletano, dalla scelta dell’abito con mezza famiglia, ai continui dissidi con la madre che si deve imporre con fare despotico nell’organizzazione delle nozze, passando per l’imbarazzante serenata alla finestra della sposa nel cuore della notte e la richiesta di “risotto coi funghi” nel cuore della notte per i bambini. E poi finalmente può partire la lunga cerimonia tra ballerine scosciate, canzoni neomelodiche e arredo kitsch.

L’immagine globale che il programma dà alla perfetta casalinga lombarda, nel fiore degli anni durante il boom economico del Sessanta, che vedeva i meridionali emigrati a Milano come dei poveracci, cavernicoli e zotici altro non potrebbe se non uscire confermata dalla visione del programma. Peccato che la casalinga in questione abbia abbandonato questa idea da ormai una ventina d’anni, mentre RealTime sembra rimasta ancorata ad una visione della società italiana “bipartita” tra nord e sud, che trasuda vecchio e offende profondamente la dignità e la cultura di un popolo che certo non può essere ridotta a questo livello di squallore e che anzi, tanto ha da offrire all’Italia e al mondo intero.

0 thoughts on “Il boss delle cerimonie: l’arte dello stereotipo

  1. Da Napoletano, so bene quanti lati negativi possa avere la mia regione, la mia città e quanta ignoranza spesso possa regnare sovrana e portare al trash, ma la nostra cultura, la nostra vera cultura, le nostre tradizioni, il popolo (quello che vale) e la città sono ben diversi e molto migliori di quelle pagliacciate e spacconate riportate in questo programma altamente offensivo. Credo che dovrebbero chiuderlo e RealTime dovrebbe chiedere scusa ai Napoletani per aver fatto venire fuori un’immagine di loro da farli sembrare così gretti e insulsi.

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