Permesso di soggiorno per motivi familiari: cosa si intende per “coniuge”?

Pochi giorni fa si è tenuta, dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, l’udienza relativa al caso C-673/16  sollevato dalla Corte costituzionale della Romania, che ha ad oggetto l’interpretazione del termine spouse (coniuge) ai fini del riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi familiari. I giudici della Corte costituzionale chiedono alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea di chiarire se in tale definizione rientri anche il coniuge non cittadino dell’Unione Europea di un cittadino dell’Unione.

Il caso è particolarmente delicato poiché potrebbe determinare il superamento delle normative nazionali che limitano il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi familiari ai soli coniugi eterosessuali.

In particolare, la Romania non prevede la possibilità di contrarre matrimonio tra persone dello stesso sesso né consente a queste di costituire altre forme di unione. Ciò che i giudici della Corte Costituzionale rumena si chiedono è se uno Stato, che non riconosca le unioni same-sex, sia comunque obbligato a riconoscere come coniuge o altro familiare del cittadino dell’Unione Europea la persona con cui questo si sia unita legalmente in un altro Stato dell’Unione Europea. L’obbligo potrebbe derivare dalla direttiva n. 38 del 2004, in materia di libertà di circolazione e di soggiorno negli Stati membri dell’Unione Europea.

Il caso da cui nasce la questione è quello di una coppia composta da un cittadino rumeno e da un cittadino statunitense, che nel 2010 si sono uniti in matrimonio in Belgio. Dopo il matrimonio la coppia è tornata in Romania, ma il cittadino statunitense si è visto rifiutare il permesso di soggiorno per motivi familiari perché lo Stato rumeno, non riconoscendo legalmente le unioni omosessuali, non lo riconosce come familiare del cittadino rumeno. In attesa del giudizio della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la coppia è stata costretta a trasferirsi negli Stati Uniti.

Si ricorda che le sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea hanno ad oggetto l’interpretazione della normativa dell’Unione, al fine di assicurarne l’applicazione uniforme in ciascuno Stato membro. Di conseguenza, gli effetti della sentenza relativa a tale caso riguarderanno tutti i ventotto Paesi dell’Unione Europea, ma l’impatto sarà ancora più condizionante per i sei che attualmente non hanno regolamentato le unioni omosessuali.

Possiamo immaginare quale potrebbe essere la portata anche politica della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea in Romania, dove tre milioni di cittadini hanno chiesto di poter votare un referendum e chiedere che sia modificata la definizione di matrimonio contenuta nella Costituzione, specificando che questo possa essere costituito solo tra uomo e donna.

Cosa prevede la direttiva n. 38 del 2004 sul permesso di soggiorno per motivi familiari?

In attesa della sentenza, giova ricordare che la direttiva n. 38 del 2004 riconosce il diritto di ciascun cittadino dell’Unione di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. Secondo la stessa direttiva, affinchè questo possa essere esercitato liberamente e in condizioni di dignità, occorre assicurare analogo diritto ai familiari,indipendentemente dalla loro cittadinanza. La direttiva precisa tuttavia che per familiare si intende anche il partner che ha contratto un’unione registrata, ma soltanto nel caso in cui la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l’unione registrata al matrimonio.

Tuttavia, seppure abbia sempre preferito non intervenire in modo troppo incisivo in materia di diritto di famiglia e lasciare liberi gli Stati di legiferare in tal senso, la Corte di Giustizia richiamerà certamente i principi fondamentali dell’Unione Europea, come quelli di uguaglianza e non discriminazione. Sarebbe, infatti, difficile immaginare che sia tollerato un diverso atteggiamento degli Stati nei confronti di una richiesta di permesso di soggiorno. In caso di interpretazione restrittiva si determinerebbe una discriminazione di fatto di tutte le coppie legalmente unite in uno Stato membro dell’Unione Europea che decidano di trasferirsi in uno Stato membro che non riconosca le unioni same-sex.

Per leggere il testo della direttiva n.38 del 2004 cliccate qui.

 

 

 

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